No, la fine dell'ergastolo ostativo non rimetterà in libertà i boss mafiosi

Ermes Antonucci

I giudici della Corte europea dei diritti umani potrebbero rigettare il ricorso dell'Italia sul carcere duro. Ma i catastrofisti dell'antimafia militante hanno messo in giro fake news sui suoi possibili effetti

Tra lunedì e martedì, la Grande Camera della Corte europea dei diritti dell’uomo si esprimerà sull’ammissibilità del ricorso presentato dall’Italia contro la sentenza dello scorso 13 giugno con cui la stessa Corte di Strasburgo ha bocciato l’istituto dell’ergastolo ostativo (il cosiddetto carcere a vita, previsto dall’articolo 4 bis dell’ordinamento penitenziario), ritenendolo contrario all’articolo 3 della Convenzione europea per i diritti umani che vieta i trattamenti inumani e degradanti.

  

 

L'ergastolo ostativo prevede che il condannato non possa ottenere, come gli altri detenuti, nessun beneficio (come assegnazione al lavoro esterno, permessi premio e misure alternative al carcere), a meno che non collabori con la giustizia. Però il criterio della collaborazione, ha notato la Corte di Strasburgo, rappresenta una strada troppo “stretta”. La scelta di collaborare, infatti, non è sempre “libera”, per esempio perché alcuni condannati hanno paura che questo metta in pericolo i loro familiari, e “non si può presumere che ogni collaborazione con la giustizia implichi un vero pentimento e sia accompagnata dalla decisione di tagliare ogni legame con le associazioni per delinquere”. Con la sentenza i giudici della Corte hanno sollecitato al nostro paese una riforma dell’ergastolo ostativo, ma il governo italiano ha deciso di presentare ricorso, che ora sarà vagliato da un collegio di cinque giudici. Nel caso in cui l’appello fosse ammesso, la Grande Camera si esprimerebbe nel merito entro pochi mesi.

 

La possibilità che la Corte rigetti il ricorso italiano, confermando la bocciatura dell’ergastolo ostativo, ha scatenato la dura reazione dei condottieri dell’antimafia militante (dal Guardasigilli Alfonso Bonafede al procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero De Raho, dal capo politico del M5s Luigi Di Maio alla Commissione parlamentare Antimafia presieduta da Nicola Morra, dal pm Nino Di Matteo al consigliere del Csm Sebastiano Ardita, dal Fatto Quotidiano all’Espresso), che hanno persino paventato il rischio di un’uscita di massa di boss mafiosi dalle carceri italiane, facendo ricorso a una serie di fake news. Appare necessario, dunque, fare chiarezza sulle reali conseguenze di un possibile verdetto negativo della Corte di Strasburgo. 

 

Innanzitutto, non è vero che si corre il rischio di ritrovarsi fuori dal carcere decine di boss mafiosi e terroristi, e questo perché, anche se le norme sull’ergastolo ostativo dovessero essere modificate nella direzione indicata dalla Corte di Strasburgo, sarebbero sempre i magistrati di sorveglianza a valutare l’idoneità o meno del condannato a usufruire dei benefici penitenziari, alla luce del percorso di rieducazione svolto. Chi prospetta una liberazione di massa dei mafiosi, quindi, mostra di non avere alcuna fiducia nei magistrati, ed è paradossale che tale sfiducia provenga da un mondo che da sempre pretende di difendereli.

  

In secondo luogo, non è vero, come affermato strumentalmente anche da Di Maio, che la bocciatura della Corte di Strasburgo andrebbe ad abbattere “una delle tante intuizioni di Giovanni Falcone”. Si tratta di un gigantesco falso storico: le norme che oggi regolano l’ergastolo ostativo sono state introdotte nel 1992 dopo la strage di Capaci in cui morì Falcone. La prima versione dell’ergastolo ostativo, introdotta nel 1991 su ispirazione di Falcone (all’epoca a capo dell’ufficio affari penali del ministero della Giustizia), permetteva l’accesso ai benefici penitenziari solo nel caso in cui il condannato non avesse più attuali collegamenti con la criminalità organizzata, e non sulla base della collaborazione con la giustizia.

 

Ma per avere un’idea di quanto siano campati per aria gli scenari apocalittici delle ultime ore basterebbe considerare che alcuni “indignati” (come Di Matteo e Ardita), pur di sostenere l’interesse della mafia alla revisione dell’ergastolo ostativo, hanno persino evocato il “papello di richieste che Totò Riina fece avere allo stato subito dopo la strage di Capaci”, cioè un documento che svariati giudici (persino quelli che hanno dato retta alla tesi sulla trattativa) hanno concluso essere completamente falso. 

 

In realtà, ciò che l’antimafia militante sembra temere è che presto possa essere interrotta la prassi, adottata da diversi magistrati nostrani, di ricorrere ai pentiti per cercare di venire a capo di inchieste giudiziarie, salvo poi scoprire che queste collaborazioni non erano genuine, ma solo dettate dall’esigenza di accedere ai benefici penitenziari.