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Antimafia senza mafia

Trattativa finita, pm in crisi, criminali azzoppati. L’antimafia che resiste è quella editoriale. Panico neomelodico

14 Settembre 2019 alle 06:01

Antimafia senza mafia

L'aula bunker Pagliarelli, a Palermo (foto LaPresse)

Ora che i fumi della Trattativa si sono sedimentati in una pesantissima sentenza di condanna per boss e pezzi deviati dello Stato, ora che i magistrati di quel processo hanno avuto il giusto riconoscimento e non c’è più bisogno di tenere alta la tensione sui giornali e nei talk-show, ora che una Corte d’assise ha finalmente disvelato trame oscure e complicità politiche che diedero copertura alle stragi di mafia, ora che la stagione eroica ed esaltante è tramontata che faranno i coraggiosi condottieri dell’antimafia militante, quella che gira per le scuole e mobilita la società civile, quella che invoca giustizia e non si accontenta mai della verità giudiziaria perché c’è sempre una collusione nascosta o una regia occulta da smascherare? 

 

Cosa resta dell'antimafia di Matteo Salvini?

Tanti tweet, alcuni inopportuni nella tempistica, parola urlate nell'eterna campagna elettorale, dirette Facebook e persino un tuffo in piscina. Tutto molto folcloristico, ma per nulla sostanzioso

 

Dei terribili e sanguinari boss degli anni funesti e tenebrosi non c’è più traccia. Totò Riina, che fu capo dei corleonesi e regista delle più avventate sfide allo Stato, ha chiuso la sua vita scellerata in un carcere duro: arrestato nel gennaio del 1993, è stato murato vivo per un quarto di secolo in una cella di massima sicurezza e da lì non ha più visto la luce del sole. Solo lampade a neon. Bernardo Provenzano, suo complice e compare, catturato dalla polizia dopo 43 anni di latitanza e dopo avere mangiato per una vita pane e cicoria, è morto pure lui tra i rigori del 41 bis. Della potente cosca che scalava le vette della criminalità a colpi di kalashnikov e di tritolo, resta in vita solo Giovanni Brusca, l’uomo che ebbe il coraggio di sciogliere nell’acido con le proprie mani il figlio tredicenne di un pentito e che poi – in età matura: siamo già nel maggio del 1992 – ebbe pure il fegato, così dicono i mafiosi, di premere il telecomando dell’attentatuni che a Capaci massacrò il giudice Giovanni Falcone, la moglie e i ragazzi della scorta. Ma dopo queste scelleratezze, il killer più spietato di Cosa nostra ebbe la furbizia di buttarsi sotto le bandiere dello Stato e di mettersi a disposizione di tutti quei pubblici ministeri desiderosi più che mai di smantellare le ultime resistenze dei boss e di riscrivere all’un tempo la storia d’Italia. Brusca ha confermato tutte le tesi dell’accusa e tutti i teoremi. E quando Antonio Ingroia, procuratore aggiunto di Palermo, ha trasformato Massimo Ciancimino, figlio del vecchio e malvissuto Don Vito, in una “icona dell’antimafia” e in una pedina indispensabile per montare il Grande processo sulla trattativa, Brusca non esitò a cogliere lo spirito del tempo e a confermare – pur sempre con il collaudato metodo del dire e del non dire – anche le patacche che il figlio dell’ex sindaco mafioso di Palermo aveva distribuito a piene mani prima nei sottoscala delle procure e poi nelle aule dei tribunali.

 

La trattativa non esiste. Firmato Borsellino

Nessun patto tra lo stato e la mafia, disse il magistrato nel 1988: “Il famoso terzo livello non esiste. Dovunque abbiamo indagato, al di sopra della cupola mafiosa, non abbiamo mai trovato niente”

 

Un genio del male, questo Brusca. Gli eroi dell’antimafia da salotto non lo ammetteranno mai. Ma il colonnello Sergio Di Caprio, che con il nome in codice di capitano Ultimo partecipò alla cattura di Totò Riina, lo ha scritto addirittura in un libro. Brusca ha portato a termine non una ma due trattative: “Prima con lo Stato quando faceva le stragi, e poi con la procura quando si è lasciato il passato alle spalle e ha intrapreso la seconda trattativa, lavandosi il sangue dalle mani”.

 

Per l’antimafia militante trovare un nemico contro il quale puntare fucili e baionette non è – diciamolo – un’operazione facile. Della vecchia mafia non ci sono che i rimasugli. L’ultimo padrino, ancora latitante, è Matteo Messina Denaro. Procure e forze dell’ordine lo cercano da almeno trent’anni. Hanno messo a ferro e fuoco Castelvetrano, pensando che fosse lì il suo quartiere generale, ma non c’è stato verso di snidarlo. Hanno arrestato parenti, amici e conoscenti; hanno stretto alle corde complici e favoreggiatori; hanno attivato la cultura del sospetto persino sulle confraternite e sulle logge massoniche del circondario ma della Primula rossa non si è percepito nemmeno un lontano odore. Il capo della procura nazionale, Federico Cafiero De Raho, e i più alti ufficiali del Ros affermano periodicamente che “il cerchio si stringe” e che “al massimo fra qualche mese” il boss finirà in manette ma il loro ottimismo non prende più piede. Con la conseguenza che i grandi condottieri dell’antimafia non sanno più a che santo votarsi. E per rendersene conto basta sfogliare i giornali, anche i più coraggiosi.

 

Nel dicembre dell’anno scorso c’era stata persino una vampata di entusiasmo: si era sparsa la voce che i carabinieri avessero stroncato, ovviamente sul nascere, la nuova cupola di Cosa nostra. Ma poi, dopo i brillanti e promettenti titoli di prima pagina, anche i giornali più zelanti e ardimentosi hanno scoperto che il boss dei boss, comunque finito regolarmente in galera, era un vecchietto di 80 anni, Settimo Mineo. E l’entusiasmo finì lì. I giornalisti più tenaci e intraprendenti, in particolare quelli che per cinque anni avevano fiancheggiato, con libri e interviste, Nino Di Matteo, magistrato di punta nel processo della Trattativa, hanno allora cercato nuovi fronti e nuovi scoop. Ma hanno trovato cosuzze prive di qualsiasi spessore: la storia delle tre sorelle di Mezzojuso assediate, manco a dirlo, dalla mafia dei pascoli e una storiaccia raccattata in un quartiere palermitano, Passo di Rigano, dove una poveretta travestita da cantante neomelodica, ha salutato dal palco della festa rionale un boss morto tre anni fa. Apriti cielo. La storia di Mezzojuso è stato un cavallo di battaglia di Massimo Giletti: l’ha usata a piene mani nella sua trasmissione su La7 e dopo averla spremuta fino all’ultima goccia ci ha pure tirato su un libro. La pacchianata di Passo di Rigano è servita a un giornale locale per riempire pagine su pagine e tenere alta la convinzione – l’illusione, si stava per dire – di indirizzare la coscienza civile della gente contro le forze oscure della mafia. Una mafia che però è quella che è – un rimasuglio, appunto – e che per questo viene definita oggi invisibile e domani sommersa. Mai sconfitta: perché non si deve mai sapere che, nella sfida finale, lo Stato ha vinto e la mafia ha perso.

 

Diciamolo. L’unica antimafia che resiste, ormai, è quella editoriale. Nino Di Matteo ha preso al balzo la sentenza della Corte d’assise sulla Trattativa e ha pubblicato, con Saverio Lodato, un libro – Il patto sporco – che gli ha consentito per una intera stagione di girare in lungo e largo l’Italia, di predicare il rosario dei mille misteri ancora da svelare e di raccogliere altre venti o trenta cittadinanze onorarie. Salvatore Borsellino, fratello del giudice assassinato ventisette anni fa in via D’Amelio, di libri ne ha pubblicati, nel giro di un anno, addirittura due: uno, La Repubblica delle Stragi, per sostenere le tesi, in linea con Di Matteo, dello Stato complice e assassino; l’altro per verdeggiare la memoria di Paolo, il magistrato che con Falcone aveva disegnato la più efficace strategia d’attacco contro gli ossi più duri di Cosa nostra. L’impegno editoriale – che resta sempre un impegno civile, ci mancherebbe altro – pervade ormai l’intero piazzale degli eroi: non c’è timoniere dell’antimafia che non consegni alla storia una propria analisi o le proprie memorie. Le librerie si affollano non solo di magistrati e giornalisti con la schiena dritta, va da sé, ma anche di pentiti, di ex killer il cui ravvedimento riesce a commuovere gli editori più magnanimi e i redattori più solerti nel trasformarsi in amanuensi. Ha scritto un libro Giovanni Brusca, quello del bambino sciolto nell’acido e del telecomando di Capaci; ne ha scritto uno pure Gaspare Mutolo, che si vanta di avere partecipato a settanta delitti e di avere ucciso personalmente almeno venti uomini delle cosche rivali; e ha scritto il suo bel volume – con le prefazioni, manco a dirlo, di due magistrati come Nino Di Matteo e Luca Tescaroli – anche Salvatore Cancemi, ricordato dalle cronache soprattutto per avere giustificato così il fatto di essersi ricordato solo dopo molti anni che dentro le trame oscure c’era pure infilato Silvio Berlusconi: “Presidente, la mia mente è come una vite arrugginita: si svita a poco a poco”.

 

Si dirà, ma è mai possibile che l’antimafia militante oltre ai libri e alle sbandate di due o tre cantanti melodici non riesca a mettere su una campagna seria per la legalità e contro il malaffare? Gli scandali e la corruzione in Sicilia non mancano. Anzi. Basti pensare all’ultimo maleodorante affare: quello dei novanta milioni pagati dalla Regione a un avventuriero di Pinerolo per un censimento che si è potuto vedere solo dopo dieci anni, quando le rilevazioni sono diventate obsolete e dunque inutilizzabili. L’antimafia militante e anche quella più istituzionale – fondazioni, centri studi, gruppi di ricerca – si sono ben guardate da proferire parola. Come se il discorso non li riguardasse. Ma una spiegazione forse c’è. E si annida probabilmente nella sudditanza che le nobili e meritorie associazioni – da quella intestata a Giovanni Falcone a quella che porta il nome di Pio La Torre o di Cesare Terranova, vittime indimenticate della violenza mafiosa – hanno verso i finanziamenti, spesso anche sostanziosi, elargiti dalla Regione. Per carità, i soldi non hanno mai ucciso il coraggio, ma tra le antimafie organizzate e il potere politico si è creato una sorta di circolo vizioso: alle associazioni servono i soldi per mantenersi in vita e ai palazzi – da Palazzo d’Orleans a Palazzo dei Normanni – fa comodo alimentare il malinteso secondo il quale basta avere concesso quei contributi per ritenersi al di sopra di ogni sospetto; per credere e far credere che anche loro, partiti e gruppi parlamentari, sono in prima fila nella lotta contro gli sprechi e contro le malversazioni, contro la corruzione e contro ogni affare opaco e malandrino.

 

E le antimafie glielo fanno credere. Perché loro, rimaste quasi senza mafia, non conoscono altro impegno se non quello di scrivere libri o di strapparsi le vesti per la sottocultura di una smarrita cantante di Passo di Rigano sorpresa – come i neomelodici che popolano il film di Franco Maresco, premiato a Venezia – a mandare un saluto al boss amico suo morto da tre anni. Riescono a rimanere insensibili davanti a uno scandalo di dimensioni enormi; ma un requiem blasfemo no, non lo sopportano.

Giuseppe Sottile

Giuseppe Sottile

Giuseppe Sottile ha lavorato per 23 anni a Palermo. Prima a “L’Ora” di Vittorio Nisticò, per il quale ha condotto numerose inchieste sulle guerre di mafia, e poi al “Giornale di Sicilia”, del quale è stato capocronista e vicedirettore. Dopo undici anni vissuti intensamente a Milano, – è stato caporedattore del “Giorno” e di “Studio Aperto” – è approdato al “Foglio” di Giuliano Ferrara. E lì è rimasto per curare l’inserto culturale del sabato. Per Einaudi ha scritto anche un romanzo, “Nostra signora della Necessità”, pubblicato nel 2006, dove il racconto di Palermo e del suo respiro marcio diventa la rappresentazione teatrale di vite scellerate e morti ammazzati, di intrighi e tradimenti, di tragedie e sceneggiate. Un palcoscenico di evanescenze, sul quale si muovono indifferentemente boss di Cosa nostra e picciotti di malavita, nobili decaduti e borghesi lucidati a festa, cronisti di grandi fervori e teatranti di grandi illusioni. Tutti alle prese con i misteri e i piaceri di una città lussuriosa, senza certezze e senza misericordia.

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