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Oggi Cosa Nostra è fatta di aperitivi e serate in discoteca

Arrestate a Palermo 11 persone per estorsione: imponevano i loro buttafuori nei locali della movida. E ormai in questa mafia stracciona anche i vecchi capimandamento non si riconoscono più

17 Settembre 2019 alle 13:36

Se l’Arma dei Carabinieri genera inquietudine

Foto LaPresse

Ed eccoli i nuovi mafiosi, infrattati in una discoteca a dirigere i buttafuori. I carabinieri del Comando provinciale di Palermo hanno arrestato undici persone. I mammasantissima del mandamento di Porta Nuova piazzavano gli addetti alla sicurezza in alcuni locali alla moda di città e provincia. L'inchiesta della Dda svela che la criminalità organizzata palermitana puzza sempre più di malaffare. Blitz dopo blitz si cristallizza l'immagine di una Cosa Nostra stracciona.

 

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Stavolta il pezzo da novanta viene indicato in Massimo Mulè, signorotto del rione Ballarò, sede di uno dei mercati storici della città. Non è un volto nuovo, nessuno lo è nella mafia di oggi gestita da gente che entra ed esce dal carcere. La sua scalata criminale la deve più al rispetto verso il padre, ergastolano, che ai suoi meriti sul campo. Mulè era tornato libero lo scorso mese di agosto. Il tribunale del Riesame si era dovuto allineare alla Cassazione secondo cui, per arrestare qualcuno che, come Mulè, è già stato condannato ci vogliono fatti nuovi. Ancor di più per attribuirgli il ruolo di capomafia.

 

I carabinieri non gli hanno mai tolto gli occhi di dosso. Le intercettazioni che lo riguardano nell'inchiesta sfociata nel blitz di oggi ricostruiscono uno spaccato di borgata dove la deferenza ha un prezzo basso. Anzi, bassissimo. Una manciata di euro, come quelli che il gestore della società di sicurezza privata era disposto a offrire in segno di rispetto nei confronti di Mulè che aveva piazzato il cognato nell'elenco dei buttafuori. 

  

Un lavoro che “non è cosa sua”, diceva qualcuno, ma che gli doveva essere “garantito perché è parente di...”. E così l'improbabile buttafuori si piazzò davanti alla discoteca a vigilare sul popolo della notte. Ottanta euro a serata, con un extra di venti euro visto che di mezzo c'era Mulè, al quale poteva anche essere garantita, sempre in segno di rispetto ci mancherebbe, l'organizzazione di un aperitivo. Salatini e patatine fuori orario di apertura: è così che si manifesta il potere nella mafia di oggi.

  

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Una mafia che arranca e nella quale neppure i boss si riconoscono. Filippo Bisconti, capo del mandamento di Belmonte Mezzagno, architetto e palazzinaro, è diventato uomo d'onore quando il padrino era Bernardo Provenzano. Poi si è via via defilato. Non era più la sua mafia. A un certo punto, però, decise che doveva rimettersi in gioco. Gli avevano chiesto di mediare in un'estorsione. Doveva imporre il pizzo all'abusivo che per campare vende il pane dentro il portabagagli della macchina.
Era troppo per uno all'antica come Bisconti che aveva incontrato Binu Provenzano in un casolare di campagna. Alla fine Bisconti i ponti con la mafia li ha tagliati diventando un collaboratore di giustizia. Faceva parte della nuova cupola che ha provato a rialzare la testa, ma che è stata stoppata nei mesi scorsi dai carabinieri prima e dai poliziotti poi. Una mafia che ha bisogno di guardare al passato (il recente arresto degli Inzerillo, gli scappati nella guerra di mafia voluta da Totò Riina, lo dimostra) per tentare di ritrovare il potere che ha perduto. Oggi il potere è fatto di aperitivi e serate in discoteca. 

Riccardo Lo Verso

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