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Così rischia di saltare la riforma dell’ordinamento penitenziario

La riforma si attendeva dal 1975, e l’attesa proseguirà ancora a meno che non ci sia un ripensamento all’interno della commissione speciale. Intervista a Mascherin, presidente del Consiglio nazionale forense

11 Aprile 2018 alle 21:19

Così rischia di saltare la riforma dell’ordinamento penitenziario

V raggio lato b Cella 124, ricostruzione negli spazi universitari di una cella del carcere di San Vittore (foto LaPresse)

Potrebbe saltare definitivamente o essere recuperata ai supplementari. È il destino incerto della riforma dell’ordinamento penitenziario che subisce una battuta d’arresto: a Palazzo Madama, nella Conferenza dei capigruppo, l’asse giallo-verde si salda contro l’assegnazione del dossier alla commissione speciale del Senato guidata dal grillino Vito Crimi.

 

"In realtà, al M5S e alla Lega si è accodata pure Forza Italia", dichiara al Foglio Andrea Mascherin, presidente del Consiglio nazionale forense. "Un partito tradizionalmente garantista ha ceduto a un indirizzo segnatamente giustizialista, e non era neppure necessario essendo richiesta l’unanimità per il via libera. Dunque Forza Italia ha voluto mandare un segnale, ed è assai preoccupante che sia prevalsa la trattativa per un accordo di governo quando è in ballo il rispetto dei diritti fondamentali, sanciti dalla Costituizone e ribaditi dalle convenzioni internazionali".

 

Una riforma dell’ordinamento penitenziario si attendeva dal 1975, e l’attesa proseguirà ancora a meno che non ci sia un ripensamento all’interno della commissione speciale (che resterà in carica fino all’insediamento del nuovo governo). La riforma, fortemente voluta dal ministro Andrea Orlando, a dispetto delle polemiche che ha ingenerato, non comporta cambiamenti epocali ma si inserisce nella "logica dei piccoli passi", dei micro-interventi a volte più simbolici che effettivi, nel campo della giustizia.

 

"È vero - commenta Mascherin - il leader della Lega ha parlato di provvedimento salva-ladri, ma in realtà il testo non è rivoluzionario, indica piuttosto una direzione culturale verso la quale muoversi. Negli ultimi mesi la popolazione carceraria è tornata a crescere, attualmente si contano 7mila unità al di sopra della capienza regolamentare, il che significa che il problema non è stato risolto".

 

Nel merito, la riforma punta a estendere il ricorso alle misure alternative e l’accesso ai benefici penitenziari, materia rovente per la propaganda securitaria. "Purtroppo si raccontano diverse balle in proposito. L’innalzamento da tre a quattro anni come residuo pena per ottenere l’affidamento in prova è stato deciso dalla Corte costituzionale un paio di settimane prima del varo della riforma in Consiglio dei ministri, dunque il governo Gentiloni ha preso atto della pronuncia del giudice costituzionale, non poteva fare altrimenti. La nuova normativa alza l’asticella per ottenere le misure alternative che saranno personalizzate. Questo approccio rende la misura più potenzialmente efficace e, nel contempo, più difficile da ottenere, essendo necessaria un’indagine individualizzata più accurata. Nulla avviene in modo automatico ma, di volta in volta, il magistrato di sorveglianza deve valutare la singola situazione. Secondo le statistiche disponibili, il tasso di recidiva per chi sconta la pena attraverso le misure alternative scende al 19 percento: soltanto due detenuti su dieci tornano a delinquere. Dunque, la sicurezza aumenta e si genera un risparmio per le finanze pubbliche perchè i detenuti vengono reimmessi nel circuito economico".

 

C’è poi il tema non secondario dei benefici penitenziari: è innegabile che gli automatismi alimentino spesso la sfiducia dei cittadino di fronte a certe scarcerazioni anticipate che fanno a pugni con il senso comune di giustizia. La certezza della pena è un cardine dello stato di diritto. "Guardi, anche qui ravviso un cedimento alla facile propaganda. Chi ha commesso un reato, per quanto grave, merita di essere recuperato alla società, per questo la riforma valorizza l’attività riparatoria del reo. I mass media hanno una responsabilità perché non fanno notizia i novantanove detenuti che vanno in permesso e a sera rientrano in carcere mentre finisce in prima pagina la storia di un detenuto su cento che non rientra e commette un reato. Turchia e Cina non possono essere la nostra fonte di ispirazione...noi guardiamo a un altro modello".

 

Secondo il M5S, si rischierebbe di svuotare il regime del 41bis, il cosiddetto "carcere duro", per i boss mafiosi... "La legge non prevede nulla di simile - replica il numero uno del Cnf - non si tocca il 41bis né l’ergastolo ostativo che impedisce di per sé l’accesso ai benefici penitenziari. Peraltro, proprio in questi giorni la Corte europea dei diritti umani ha accolto un ricorso sul tema".

 

La riforma tocca alcuni aspetti della vita dietro le sbarre, garantisce ai detenuti una migliore assistenza sanitaria con l’equiparazione dell’infermità fisica e psichica, inoltre apre a servizi come la messaggistica e le chiamate video per i colloqui con i detenuti’. Va detto che si tratta di ritocchi marginali, e nulla c’è sul fronte dell’affettività. ‘Sono d’accordo, si sarebbe potuto fare di più. La privazione della libertà risponde alla funzione retributiva della pena, la sofferenza nasce dal fatto di non essere liberi e non dovrebbe riguardare le condizioni detentive’. In chiusura: perchè su giustizia e carcere prevale spesso il valore simbolico delle politiche adottate piuttosto che il loro impatto effettivo? ‘Vince la ricerca del consenso, le forze politiche ragionano sempre in chiave elettorale. Eppure non bisogna rimanere delusi, meglio muovere la carovana piuttosto che lasciarla immobile’.

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