(foto LaPresse)

Lo show è Donald Trump

Mattia Ferraresi

Anche durante la pandemia il presidente è al centro del reality. Ma il format s’è inceppato

Nel 1990 Donald Trump ha affidato a Playboy la sintesi di tutte le sintesi: “Lo show è Trump, e fa performance sold-out ovunque. Mi sono divertito a fare spettacolo e continuerò a divertirmi, a penso che la maggior parte delle persone apprezzi”. Non c’è quasi bisogno di altri elementi per afferrare il modo in cui Trump ha agito e si è imposto in tutti gli ambiti che ha frequentato, dal settore immobiliare al reality fino alla politica. Il format è sempre lo stesso: lo show è Trump, e le sue serate fanno il tutto esaurito. Quando gli ascolti registrano una flessione, si cambiano gli elementi della scenografia, gli spalloni, le comparse, si dà una rinfrescata all’ambiente e si ricomincia, sempre tenendo al centro della scena l’insostituibile protagonista dello show. Se Trump cala, la soluzione è dare al pubblico ancora più Trump. L’idea è che per noia, conformismo, sfinimento o per un disperato bisogno di distrazione una parte consistente del pubblico finirà per desiderare con rinnovato ardore le gesta del protagonista, secondo un meccanismo simile a quello che regola la dipendenza dalle sostanze stupefacenti. Quando la parte consistente del pubblico diventa la maggioranza degli americani (del collegio elettorale, per essere più precisi) e la scenografia è la campagna elettorale, ecco che lo show arriva alla Casa Bianca.


Il format è lo stesso da sempre. Le sue serate fanno il tutto esaurito. E se cala, la soluzione è darne ancora di più al pubblico


 

Come tutti sanno, una volta diventato presidente Donald Trump si è guardato bene dal proporre una massima diversa da quella che aveva pronunciato nei fatali anni Novanta. Ha dato fondo alle ampie riserve di sorda cocciutaggine di cui dispone per sminuire, e solitamente schernire e licenziare, chi attorno a lui gli suggeriva di cambiare atteggiamento in ragione delle mutate condizioni, cose del tipo: “Questo ha funzionato quando dovevi attirare gli spettatori di un reality show, ma adesso sei il presidente degli Stati Uniti, e quindi…”. E quindi niente, è stata in sostanza la risposta di Trump, che ha continuato a riproporre ad infinitum il suo show, che lo diverte, fa divertire e a buona parte delle persone piace. Con questo metodo ha affrontato tutte le avversità che gli si sono materializzate davanti a partire dalla sua elezione. Invece di retrocedere, adattarsi, gestire, cambiare e cercare trame alternative, lui ha sempre rilanciato, ha alzato la posta, ha puntato tutto ancora una volta su se stesso, palesemente ignorando le contraddizioni in cui è incappato ogni giorno. Anzi, ha agitato la sua pervicacia monomaniacale come una bandiera. Fare leva sulla persecuzione è un grande classico della narrazione politica, e Trump, al centro della grande witch hunt globale, non si è mai fatto mancare questo elemento narrativo.


L’effetto flag indica la capacità di unire il paese nel momento in cui si trova ad affrontare una minaccia collettiva. Ma Trump non unisce


 

La strategia de lo-show-è-Trump ha dato frutti non proprio trascurabili. Sembrano ormai passate diverse ere geologiche, ma il presidente con questo metodo è sopravvissuto, fra le altre cose, all’inchiesta di Robert Mueller e a una procedura di impeachment, intervallando la cosa con uccisioni di generali iraniani e incontri amichevoli con dittatori nordcoreani, il tutto condito da un clima di rimpasto permanente nei ranghi del governo e sullo sfondo di una sostanziale crescita economica, la regina di tutte le rassicurazioni per un presidente in carica che si affaccia alle elezioni. Ci voleva la pandemia per inceppare il format. Trump ha provato a eluderla, dapprima negando e minimizzando il problema, mentre continuava a fare comizi in giro per il paese, secondo la regola della campagna elettorale permanente. Quando la minaccia si è fatta ineludibile, l’ha politicizzata, sul fronte esterno, insistendo sul “coronavirus cinese” o il “virus di Wuhan” e poi minacciando di togliere i fondi all’Organizzazione mondiale per la sanità, organo che a detta del presidente è controllato da Pechino ma finanziato per la maggior parte da Washington. Il grido di guerra anticinese è ciò attorno a cui il presidente sta cercando di riunire le forze. Poi l’ha politicizzata sul fronte domestico, ingaggiando una battaglia interna con gli avversari democratici, con gli esperti del comitato scientifico, con i governatori – simbolicamente rappresentati dal Andrew Cuomo, a guida del più colpito fra gli stati, New York – e alla fine l’ha buttata sull’autoritarismo di tipo monarchico: “Quando uno è il presidente degli Stati Uniti, la sua autorità è totale. E così deve essere”, ha detto in uno dei briefing quotidiani con i giornalisti. Sono solo alcune delle manovre per portare la crisi nella dimensione solita dell’ultrapersonalizzazione narcisista.

 

Qualche settimana fa i cronisti politici riferivano di una battuta che circolava tra i repubblicani al Congresso: Trump, dicevano, farà mettere il suo nome sugli assegni che l’Irs, l’agenzia delle entrate, manderà a settanta milioni di americani, parte del piano di assistenza per aiutare le famiglie e mitigare gli effetti immediati della pandemia sull’occupazione. Rimarrà impresso nella mente del popolo il nome di chi li ha soccorsi nel momento del bisogno. Il presidente deve aver preso alla lettera la battuta, e ha ordinato al dipartimento del Tesoro di far stampare la dicitura “President Donald J. Trump” sulle note di credito che saranno inviate via posta agli americani, cosa che secondo un pezzo del Washington Post, poi smentito dal Tesoro, ha anche generato ritardi nella consegna. Avrebbe voluto metterci anche la firma, ma gli hanno spiegato che ci sono ragioni legali che nemmeno la sua “autorià totale” può mettere in discussione.


Ha provato a negare e minimizzare la pandemia, ma quando la minaccia si è fatta ineludibile, l’ha politicizzata


 

Siamo nell’ambito del già visto e del già sentito, si dirà. Per quanto dia sempre l’impressione di improvvisare, Trump di rado esce dal seminato. Come ha scritto Graeme Wood sull’Atlantic: “E’ come guardare Kareem Abdul-Jabbar che fa lo skyhook, oppure un dribbling di Lionel Messi: tutti glieli hanno visti fare centinaia e centinaia di volte e hanno avuto un sacco di tempo per preparare una difesa. Ma l’esecuzione è perfetta, e mentre gli avversari guardano sconfortati il punteggio degli avversari che cresce, devono ammettere che si trovano di fronte a un talento raro”. L’enormità della minaccia che il mondo si trova ad affrontare è però sproporzionata rispetto al talento che Trump è stato in grado di trasferire con regolarità per decenni nel suo show. E’ questione di impreparazione nella gestione, certo, e non si contano le istanze in cui la Casa Bianca e il governo federale hanno sbagliato valutazioni o hanno agito malamente e in modo tardivo. Ma è anche questione di comunicazione: il presidente non possiede un registro del discorso che non faccia esclusivamente riferimento alla propria immagine, al numero che deve eseguire sul palco, al proprio ego sbrigliato, ed è difficile immaginare circostanza più generale e scevra di tratti personali di una pandemia. Riguarda tutti e tutto, mentre Trump procede nell’ambito del questo e quello.


Il presidente non possiede un registro del discorso che non faccia esclusivamente riferimento alla propria immagine, al proprio palco 


Si intuisce che il meccanismo si è inceppato quando la pagina degli editoriali del Wall Street Journal, cioè il comparto che custodisce una specie di ortodossia trumpiana – è da lì che è venuto il titolo che ha dato al regime cinese il pretesto per cacciare i corrispondenti dei maggiori quotidiani americani – critica il modo in cui il presidente ha sfigurato la conferenza stampa quotidiana sulla pandemia, trasformandola nello sfogo grottesco di un egomaniaco: “A un certo punto durante le ultime tre settimane Trump deve avere per qualche ragione raggiunto la conclusione che i briefing potevano essere una buona occasione per dare mostra di sé. Forse nella sua testa sono diventati dei sostituti ai comizi che non può più fare per via dei rischi per la salute pubblica. Forse è la frustrazione per l’adulazione dei media nei confronti delle performance quotidiane del governatore di New York Cuomo. Qualunque sia la ragione, le conferenze stampa sono incentrate solo sul presidente”. Niente di nuovo: lo show è Trump.

 

Ma le performance sono sold-out? La gente apprezza lo spettacolo? Non secondo i sondaggi. Trump non ha praticamente goduto dell’effetto tonificante che di solito accompagna i leader nei momenti di emergenza nazionale, quello che i politologi chiamano effetto rally-round-the-flag. Nella prima fase della pandemia americana il suo indice di popolarità è cresciuto di qualche punto, ma poi si è rapidamente assestato attorno al 45 per cento in concomitanza con la decisione presidenziale di tornare al consueto clima di polarizzazione e scontro. Ad eccezione del primo ministro spagnolo, il fragilissimo Pedro Sanchez, la cui gestione della crisi è severamente punita nei sondaggi, tutti i capi di governo occidentali godono di una crescita dei consensi, compresi Giuseppe Conte, Boris Johnson e, in misura minore, anche Emmanuel Macron. Per tacere poi di leader come Angela Merkel. Trump è in compagnia dei Jair Bolsonaro e dei Shinzo Abe. Per i presidenti americani l’effetto flag è storicamente anche più pronunciato nei momenti di emergenza nazionale rispetto ad altri paesi. Franklin Delan Roosevelt ha guadagnato un’immensa popolarità dopo l’attacco a Pearl Harbor, Jimmy Carter ha raggiunto il massimo consenso all’inizio della crisi degli ostaggi in Iran, il picco George H.W. Bush lo ha toccato in mezzo all’operazione Desert Storm, mentre Dubya ha unito al massimo grado il paese dopo l’11 settembre 2001. Spesso i presidenti che hanno goduto di una crescita nella popolarità erano gli stessi che si erano macchiati di omissioni o negligenze nella preparazione di misure per evitare gli eventi disastrosi venuti poi, ma l’effetto flag indica appunto la capacità di unire il paese nel momento in cui si trova ad affrontare una minaccia collettiva. Diversi governatori, come Cuomo e Gavin Newsom della California, sono premiati per il modo in cui gestiscono la situazione ora, non per quello che hanno (o non hanno) fatto un mese fa in preparazione al Covid-19. Trump non è leader che unisce intorno a qualcosa che non porta il suo nome, che sia un albergo o un sussidio di disoccupazione, e non lo è per scelta programmatica, per vocazione al protagonismo da reality, per strategia narcisistica collaudata nel tempo. Come gli elementi che si stanno dipanando in queste settimane e mesi influenzeranno le elezioni di novembre è impossibile dirlo al momento, ma alcuni elementi si stanno chiarendo. Il coronaviurus è riuscito a compattare il fronte democratico attorno a Joe Biden, passando di fatto sotto silenzio il trauma della sinistra radicale che ha visto ancora una volta scivolare via la candidatura dopo una prima fase di illusioni. Biden gode dell’endorsement di Bernie Sanders, di Elizabeth Warren e del resto dell’area, oltre naturalmente a quello di Barack Obama, che è stato uno dei maggiori talenti nella politica contemporanea a veicolare l’idea dell’unità nazionale e dell’abbandono delle partigianerie in nome di valori condivisi. Non va dimenticato che è stato eletto la prima volta nel mezzo della tempesta. Trump è invece rimasto fedele alla sua massima di un tempo su “lo show sono io”, quella che gli ha garantito fin qui sopravvivenza e un qualche grado di consenso, almeno presso i suoi ultrà, in mezzo a scossoni politico-istituzionali che avrebbero messo alla prova qualunque leader. Ma in tempi di paura, crisi, distanziamento sociale e depressione esistenziale, il reality con un solo personaggio sulla scena è più grottesco che rassicurante.

  • Mattia Ferraresi
  • Nato nella terra di Virgilio e cresciuto in quella di Tassoni, ora vive nel quartiere di Tony Manero. E’ il corrispondente dagli Stati Uniti. Ama, con il necessario distacco penitenziale, il Lambrusco e l’Inter. Ha scritto alcuni libri su cose americane e non, l’ultimo è “La Febbre di Trump” (Marsilio). Sposato con Monica, ha due figli, Giacomo e Agostino.