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Nella cantina di Biden accade qualcosa di imprevisto

La forza della voce e la fatica che non si vede

28 Aprile 2020 alle 06:00

Nella cantina di Biden accade qualcosa di imprevisto

(foto LaPresse)

La cultura del garage che ha occupato il nostro immaginario negli anni della esplorazione internettiana fino a stufarci ora ha avuto un nuovo, imprevedibile guizzo. A regalarci questo sussulto è stato Joe Biden, candidato dei democratici americani alla presidenza, che ha reso la sua cantina il quartier generale non soltanto della sua campagna elettorale ma anche della politica del buon senso, del confronto, del dialogo. Come si sa Biden è estremamente in ritardo dal punto di vista digitale rispetto alla corazzata trumpiana e a prima vista il confronto tra il sottoscala di Biden, per quanto rimesso così a posto da sembrare istituzionale (con tanto di rialzo sotto le gambe della scrivania), e il pulpito di Donald Trump con i sigilli della Casa Bianca pare impietoso. Biden, che si porta addosso la ragionevolezza ma anche quel tremendo “Sleepy Joe” che gli ha appioppato Trump, deve rincorrere dalla cantina il comizio quotidiano di Trump, quell’aggiornamento sul coronavirus che poi è diventato l’appuntamento giornaliero con il pubblico americano e che in queste ultime ore è un orpello di cui lo stesso presidente vuole liberarsi in fretta. Trump si stufa di tutto, come sappiamo, è volubile e capriccioso, ma il problema è che il pubblico si stava stufando di lui e delle sue dichiarazioni pericolose, così ora Trump ha fretta di chiudere, di cambiare format, di trovare un’altra formula per sfruttare elettoralmente il suo ruolo e questa campagna senza le persone. Biden rincorre, ha un ritardo molto grande in termini strutturali e organizzativi, ma ha impostato questa rincorsa a modo suo: senza affanno, senza far vedere la fatica. 

 

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La formula dell’ex presidente è sempre la stessa: mostrarsi vicino, empatico, presente, gentile, lontano dagli urli e dai calcoli. Senza occhi in cui specchiarsi, senza appigli dalle vite degli altri, per Biden è molto più difficile, ma poi è arrivata la cantina, la possibilità di impostare un nuovo dialogo con gli americani, in un momento in cui gli stessi americani sono meno distratti, cercano gli occhi, e che siano occhi sinceri, calmi, rassicuranti. Così Biden è ripartito, con il suo ritmo non scattante ma costante, prima di tutto parlando di sé e della sua routine nei giorni dell’isolamento: sveglia alle 8, un po’ di ginnastica, uno snack (“quando non so bene cosa mangiare, vado sul sicuro: panino con burro di noccioline”), poi studio, lavoro e un tante chiacchiere utili. Queste conversazioni sono un podcast che è partito malino – nemmeno Biden ci credeva – e che appuntamento dopo appuntamento è diventato sempre più importante. Si intitola “Here is the deal with Joe Biden” e quando è iniziato è stato stroncato da molti commentatori: non si arriva in fondo, e forse nemmeno Biden arriva in fondo. All’inizio di aprile, Will Leitch si è premurato di dare all’ex vicepresidente cinque consigli in un articolo sul magazine New York, che probabilmente sono stati ascoltati: miglioramenti tecnici e postura presidenziale. Le ultime conversazioni di Biden sono interessanti e informali, parla di leadership con lo storico e saggista Jon Meacham (c’è un passaggio molto bello sull’imperfezione dei leader), parla degli uomini che si ammalano e diventano insopportabili con la governatrice Amy Klobuchar il cui marito ha avuto il Covid, parla di fede con il reverendo Barber. Tra le parole si ritrovano quegli occhi che tutti dal nostro isolamento andiamo cercando, e Biden è riuscito a trovare un modo suo, riconoscibile, per emergere tra le urla del trumpismo. Tanto che ora molti democratici lasciano intendere che sarebbero molto felici di essere invitati da Biden. In fondo da questa cantina si deve definire la leadership democratica che sfiderà Trump (ieri è arrivato l’endorsement della speaker Nancy Pelosi), si dovrà scegliere anche la vicepresidente, e la rosa si allarga molto se si considerano i colloqui che Biden sta facendo con alcune deputate e senatrici. E nella costruzione di questa alternativa al trumpismo ci sono gli elementi più semplici, più immediati: una stanza in cui ritrovarci, la nostra voce.

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Commenti all'articolo

  • branzanti

    28 Aprile 2020 - 14:30

    Io mi auguro che Biden possa mantenere una campagna elettorale pacata, riflessiva, propositiva per opporla alla lurida, rozza, falsa sguaiataggine del pagliaccio narcisista sociopatico. Un personaggio di cui ogni giorno emergono nuove prove non solo del suo profilo criminale, ma anche dei suoi evidenti, gravi disturbi psichici. Naturalmente pacatezza e propositivita' devono essere declinate in contemporanea con l'azione per scoperchiare tutti i crimini commessi da Trump, compresi gli affari immobiliari negli anni 70/80, quando a New York, nel settore, bisognava andare a patti con alcune famiglie (cinque?).

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    • Skybolt

      28 Aprile 2020 - 18:23

      Non aprite quella porta.

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    • Carlo A. Rossi

      28 Aprile 2020 - 17:47

      Branzanti, io prego Dio ogni giorno per la Sua sanità mentale affinché Trump rivinca le elezioni. Lei rischia di fare la fine di quei giornalisti visceralmente anti-berlusconiani o anti-salviniani che perderebbero il senso della loro esistenza, qualora i loro nemici dovessero venire a mancare. Per metterla per una volta su una nota leggera, a Lei si addice quanto cantano Bugo e Morgan: "Odia qualcuno per stare un po' meglio". Ma come mai invece non La sento mai scrivere qualcosa a proposito del pargoletto di Biden, quello da cui partì lo scandalo che portò a quella ridicola sceneggiata del tentativo di impeachment? I democratici hanno lasciato cadere tutto, eppure sarebbe stato interessante sentire qualcosa anche sulle vicende ucraine di Biden piccino, no? Invece di tirare in ballo complotti con le cinque famiglie mafiose di Nuova York.

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      • branzanti

        28 Aprile 2020 - 21:14

        I contatti della famiglia Trump con le famiglie newyorkesi sono assolutamente noti e ne hanno scritto molti autori, ma naturalmente tutto è stato insabbiato nella "grande democrazia" (ah ah!). Scrivo di Trump perché è stato Trump a farmi aprire gli occhi ed a guardare, oggi, gli Usa con sguardo totalmente negativo (in effetti dovrei essergli grato, ma non avverrà mai). Quanto al Suo auspicio, caro Rossi, il motivo per cui una persona colta, raffinata ed amabile alla conversazione, come Lei, possa auspicare la vittoria di Trump resta per me un mistero insondabile. Poi, nell'ultimo commento, Lei ha scritto di avere perso qualcuno nella tragedia che stiamo vivendo, ne approfitto per esprimerle il mio cordoglio.

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