E il contagio in Wisconsin?

Luciana Grosso

Escono i dati sul contagio dopo che lo stato americano non ha voluto sospendere le primarie il 13 aprile scorso. I numeri, le considerazioni politiche e la questione affluenza

Ci sono elezioni alla fine delle quali si contano i voti e altre, alla fine delle quali, si contano i contagi da Covid-19. È successo (e sta succedendo) in Wisconsin, stato che a sei mesi dalle presidenziali americane sta attirando l’attenzione della stampa di mezzo mondo. Non tanto per i risultati del voto delle primarie e delle elezioni locali che si sono celebrate lo scorso 13 aprile, quanto per il fatto stesso che si è votato in piena pandemia. Il Wisconsin è stato una specie di gigantesco esperimento sociale: si è votato sia per le primarie democratiche, che per alcune cariche locali, la più pesante delle quali era un seggio per la Corte Suprema dello Stato (per la cronaca hanno vinto Joe Biden e la giudice democratica Jill Karofsky) e si è votato nonostante il lockdown e nonostante il governatore (democratico) dello stato avesse chiesto al Senato (repubblicano) di rinviare il voto. 

 

Il Senato non solo non ha posticipato il voto, ma anzi ha brigato per non facilitare le operazioni di voto per posta e online (pratica piuttosto farraginosa che, in genere, esclude chi non abbia dimestichezza con il computer, ergo, spesso i poveri e le minoranze). Operazioni che all’epoca sono state lette come un modo per favorire i repubblicani (che i sondaggi di opinione dicono essere meno spaventati dal Covid-19), per tenere lontani dai seggi i democratici e, soprattutto, per vedere l’effetto che avrebbe fatto la pandemia al voto: ci sarebbe stata un’impennata di contagi? La gente sarebbe rimasta a casa, più di quanto già non faccia? Trump sarebbe stato favorito? 

 

Erano tutte ipotesi sul tavolo, assai paventate (e pure gonfiate) dai democratici, saliti per l’occasione sugli scudi, parlando di attentato al diritto di voto, di spietato esperimento sulla pelle degli elettori del Wisconsin, di osceno calcolo elettorale; The Atlantic aveva pubblicato un podcast nel quale si diceva che il coronavirus era un nuovo, spietato, strumento di soppressione elettorale.

   

  

La giudice della Corte Suprema Federale (dichiaratamente democratica, ma non una che parla a caso) Ruth Bader Ginsburg,  aveva scritto in un parere che i cittadini del Wisconsin sarebbero stati chiamati a scegliere tra il diritto alla salute e quello al  voto: “Questa è una questione della massima importanza - scrisse- per i diritti costituzionali dei cittadini del Wisconsin, l'integrità del processo elettorale dello Stato e, in questo momento straordinario, per la salute della nazione".

 

 

Probabilmente era tutto vero: la meschineria spregiudicata dei trumpiani; la strafottenza  verso la malattia; la speranza che i democratici spaventati stessero a casa. Il problema però è che, nella vita come negli esperimenti di scienze che si fanno alle scuole medie, non devono essere vere solo le ipotesi di partenza: devono esserlo anche i risultati finali. E i risultati finali hanno smentito le più fosche previsioni democratiche. 

 

L’affluenza è stata più alta della media, sia per posta (1 milione e 200mila schede, più delle 800mila delle presidenziali 2016) che ai seggi (soprattutto nelle città). I risultati alla fine hanno premiato i candidati democratici. E i contagi? Poca roba. I contagi sono rimasti costanti e solo 7 casi (sei elettori e uno scrutatore) sembrano essere direttamente collegati al fatto che si è votato (19 secondo ABC).

  

  

Quindi? Era tutta fuffa? Tattica elettorale? Un falso allarme pompato dalla stampa progressista per fare casino e mettere in cattiva luce Trump e i suoi? Ni. Il tentativo di tenere lontani dai seggi gli elettori era reale, così come lo è la spocchia repubblicana (e della destra populista in generale) nei confronti della pandemia e delle norme di distanziamento sociale, di cui le manifestazioni di questi giorni sono prova. Vero era anche il fatto che i repubblicani volessero vedere, in attesa del voto di novembre, che effetto facesse agli elettori votare in pandemia. 

  

  

Quel che non è vero è che la pandemia abbia favorito Trump: l’affluenza è stata alta e i repubblicani hanno pure perso. 

I democratici dovrebbero essere contenti, dunque, no? No in realtà. Perché c’è un paradosso: nonostante il partito del presidente abbia perso in Wisconsin, a uscirne indeboliti sono stati comunque i democratici che pensavano di poter usare la bassa affluenza e/o un aumento dei contagi per indebolire Trump e fargli allentare i cordoni del voto online. E invece no. Il voto online (che Trump detesta) rimarrà per pochi, e a novembre (in piena seconda ondata), per forza di cose, gli americani dovranno scegliere se mettersi in fila per votare o stare a casa per tenersi il più lontano possibile dal virus. In pratica, chi vorrà votare Biden, dovrà decidere se teme più Trump, o il coronavirus. Sinceramente non vorremmo essere al loro posto.

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