E poi com'è andata in Wisconsin?

Luciana Grosso

La vittoria di Biden, il voto e la pandemia e soprattutto: a novembre ci saranno le presidenziali?

A una settimana dal voto di martedì sono arrivati i risultati elettorali del Wisconsin. Una piccola elezione locale di cui, in teoria, sarebbe dovuto interessare quasi niente a nessuno e che, invece in queste ore, è la prima notizia dei notiziari di politica. Ma non per il risultato (hanno vinto i candidati democratici, per la cronaca, buon per loro) ma per quello che il voto del Wisconsin (il primo ai tempi della pandemia) può o potrebbe significare per le elezioni presidenziali di novembre che, a meno di sorprese, saranno le prime ai tempi della pandemia

 

Il voto del Wisconsin era considerato un test per capire o prevedere come si comporteranno gli elettori: usciranno di casa? Faranno file di ore? Avranno testa e cuore per votare o si lasceranno andare all’apatia del “tanto sono tutti uguali”? Questo, più ancora di chi siederà sul trascurabile settimo seggio della Corte Suprema dello Stato del Wisconsin, stava a cuore di giornalisti, commentatori, candidati e politici. 

  

 

E la risposta è stata abbastanza chiara: il Wisconsin, nonostante il CoVid-19 e tutto il casino che ne consegue, è andato a votare, meno del solito e per lo più via posta, ma ha votato democratico. 

 

 

(mappa da Five Thirty Eight)

 

Il risultato, va detto, non era affatto scontato, sia perché lo stato è tendenzialmente conservatore (dal 1978 ci sono stati solo quattro governatori democratici e una pletora di conservatori e, nel 2016, ha vinto Donald Trump) sia perché i democratici (assai più in allarme per il CoVid di quanto non siano i repubblicani) non lo volevano nemmeno questo voto. Anzi. Il governatore democratico Tony Evers aveva più volte chiesto di rinviare il voto, ma il Senato dello stato (repubblicano) e la Corte Suprema del Wisconsin (anch’essa a maggioranza repubblicana) non aveva ravvisato ragioni sufficienti per fermare la macchina elettorale nè per semplificare l’accesso al voto on line (storicamente piuttosto complicato, ragion per cui, è più diffusa tra i bianchi benestanti che tra i poveri e i neri).

 

Così le elezioni si sono comunque celebrate tra mille polemiche e lunghissime file e migliaia di richieste di voto on line (1 milione e 200 mila, contro le 800 mila consuete).

 

  

Una serie di condizioni che in teoria avrebbero dovuto favorire i repubblicani e, soprattutto, dicono i più critici verso il Presidente, fare da prova generale di una gigantesca opera di soppressione del voto a novembre. 

Un’operazione che era stata condannata da più parti tanto che il Washington Post aveva parlato di un attentato alla Costituzione, il New York Times del più grande attento al diritto di voto dagli anni ‘60 e Slate aveva pubblicato un podcast dedicato al tentativo repubblicano di falsare le elezioni presidenziali semplicemente rendendo difficile, impossibile o anche solo pericoloso, il voto per i democratici e per le minoranze.

 

E invece, visto che con la politica americana non ci si annoia mai, alla fine le cose non sono andate proprio come previsto. Anzi, tutto il contrario. Non solo nell’elezione più importante, quella per un seggio alla Corte Suprema, ha vinto la giudice dem (lato Sanders) Jill Karofsky, ma soprattutto è andata a votare un sacco di gente, soprattutto per posta e lo ha fatto per i democratici, con il risultato di far dichiarare al Presidente che meno si vota per posta meglio è (con buona pace che lui stesso risulta aver votato per posta più volte)

  

  

Così se questo doveva essere un test e una prova generale, possiamo dire che è andato molto bene per i democratici e che i repubblicani hanno più di una ragione per essere nervosi. Al contrario, però, se, come da entrambe le parti ci si affanna a dire queste “erano solo elezioni locali” (dove l’ho già sentita questa?), gli equilibri nazionali non sono cambiati di una virgola e non c’è nessuna vittoria da cantare e nessuna sconfitta per cui disperarsi. 

 

Dalle elezioni presidenziali ci separa un sacco di tempo, una pandemia e una crisi. Donald Trump ha mostrato al mondo di non aver nessun problema a essere dato per spacciato e che anzi, peggio si mettono le cose, più dolce è la vittoria. Inoltre, al di là della imprevedibile personalità del Presidente, esistono questioni più concrete che difficilmente da qui a novembre potranno essere risolte: la difficoltà di votare per le classi più popolari e per le minoranze (che secondo il Washington Post, saranno accresciute e non diminuite nei prossimi mesi) il gerrymandering (la composizione dei distretti elettorali, architettata esplicitamente per favorire i candidati repubblicani) o dell’assenteismo elettorale degli americani. 

 

Il nostro consiglio, anche alla luce della mazzata a sorpresa ricevuta dai repubblicani in Wisconsin, è quello di considerare quel voto un ‘voto locale’ e di andarci piano con i test e i presunti spoiler sulle elezioni di novembre. Di prendere le distanze dal gongolante articolo del Washington Post che scrive “I repubblicani non ce la fanno nemmeno se impediscono agli elettori di votare”. E’ lunga ancora. 

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