Un giro nella “soft left”

Paola Peduzzi

Il Labour inglese sceglie Starmer e la sinistra “morbida” acquista un nuovo volto. Tra Biden e la fatina “essenziale” di Jacinda qualche appunto sulla voglia globale di buon senso

La chiamano “soft left” ed è, per intenderci, quel che c’è in mezzo tra la sinistra radicale di Jeremy Corbyn e il riformismo centrista di Tony Blair. In Francia la declinazione è un pochino diversa: la “soft left” è quella che sta tra la République en Marche di Emmanuel Macron e la France insoumise di Jean-Luc Mélenchon: ne è portavoce la ex candidata alla presidenza francese Ségolène Royal che ha consumato la sua passione macroniana come molti socialisti, è rimasta molto delusa, e prova a far rinascere la sinistra, sulle ceneri del Partito socialista o forse fuori, ancora non si sa. Negli Stati Uniti la “soft left” è una categoria ancora più ampia, ed è quel che nel Partito democratico si sintetizza in: “tutto tranne Bernie Sanders”. E “tutto” è letterale: prima della pandemia, prima che il mondo si chiudesse in casa e non sapesse più come uscirne, c’erano democratici disposti a concedersi persino a Michael Bloomberg piuttosto che al radicalismo di Sanders. Poi è arrivato Joe Biden che ha smussato ogni cosa, ha arrotondato, ha ammorbidito – “soft” come la leadership di Biden è difficile trovarne (aggiornamento sulle primarie: ieri si è votato in Wisconsin, tutto il calendario è stravolto, anche la convention estiva probabilmente non si terrà, e l’unica notizia elettorale attesa è: Sanders si è ritirato). Una delle rappresentanti della “soft left” da ben prima che ci premurassimo di trovare una definizione è Jacinda Arden, premier della Nuova Zelanda che viene indicata come un modello di leadership da seguire non tanto per la sua ideologia – che è “soft”, quindi per sua natura sfuggente – ma per il suo approccio: pragmatico, rapido, deciso, compassionevole, sorridente. “Il coniglietto di Pasqua e la fatina dei denti – ha detto la Arden un paio di giorni fa – sono ‘lavoratori essenziali’ anche se non potranno avvicinarsi troppo a voi”: così ha annunciato che il governo lascerà sulla porta dei bambini neozelandesi ovetti e caramelle, per festeggiare insieme la Pasqua senza dover ricorrere a pericolosi assembramenti. Infine c’è il rappresentante più recente della “soft left”, Keir Starmer, il leader appena eletto dai membri del Labour britannico e che già si porta sulle spalle tutte le speranze di chi ambisce a dotarsi di politici post ideologici armati di buon senso.

 

 

Il nuovo leader della sinistra britannica: “Il paese non è pronto per ‘ve l’avevo detto che il socialismo era la soluzione’”

Starmer è stato nominato dalla grande maggioranza dei membri del Labour, e in modo trasversale rispetto a livello di reddito, istruzione, geografia. Cinquantotto anni, carriera da avvocato specializzato nella difesa dei diritti umani, parlamentare dal 2015, Starmer ha un profilo politico ancora indecifrabile e per questo carico di aspettative. “Un bel passo in avanti”, dicono alcuni blairiani con un filo di voce, perché questo non è il momento degli endorsement e delle spaccature (il brand blairiano è molto complicato da indossare nella sinistra di questo decennio, non soltanto inglese), Starmer vuole riunire, cucire, arrotondare, ammorbidire – è la “soft left” appunto. Il Financial Times, in un editoriale in cui chiede a Starmer di rendere di nuovo il Labour un partito di opposizione, definisce così questa leadership: “Questa vittoria annuncia un approccio professionale e meno fazioso alla politica, e le sue doti forensi gli permetteranno di chiedere conto al governo di un operato palesemente superficiale”.

 

La pandemia ha reso meno interessanti le ideologie e più credibile oltre che rassicurante la promessa di ovetti di Pasqua sulla finestra

Starmer ha già cominciato facendo un elenco di quel che ora è necessario per governare l’epidemia di coronavirus – il neoleader laburista ha una passione per gli elenchi: ne faceva molti anche quando era ministro per la Brexit nel governo ombra di Corbyn, poi spiegava i punti fondamentali del suo possibile negoziato per il divorzio dall’Ue ai giornalisti, che titolavano sulla “svolta” del Labour e il giorno successivo Corbyn smentiva il suo ministro ombra. Starmer oggi, senza essere smentito ché il leader ora è lui, dice che il Regno Unito deve prepararsi a fare test, centinaia di migliaia di test, devono essere predisposti laboratori portatili in tutto il paese perché la verifica sulla salute deve essere necessariamente capillare, e poi ci vogliono aiuti economici a tutti, a partire dai più deboli. Su quest’ultimo fronte, il governo – in particolare il cancelliere dello Scacchiere Rishi Sunak – è stato finora molto flessibile e generoso, ma resta come in molti altri paesi la questione sospesa dei test, che sintetizza la superficialità del governo ancor più delle notizie angoscianti che vanno e vengono dall’ospedale St Thomas di Londra dove il premier, Boris Johnson, è ricoverato in terapia intensiva “vicino” a un respiratore. L’ex premier Blair è arrivato a proporre l’introduzione di un ministro per i Test, una sola persona che si occupi di tutto – di trovarli, di verificarli, di fare avere i kit ai cittadini, di fare analisi rapide, di raccogliere i dati – perché altrimenti la possibilità di uscire dai lockdown in modo sicuro e in tempi ragionevole resta molto piccina.

 

 

  

Joe Biden telefona a Trump, prepara una road map e lancia messaggi positivi come: sta emergendo il lato bello dell’America

Starmer non ha ripreso la proposta blairiana, ma il suo esordio con il piano per convivere con il coronavirus e con le scuse alla comunità ebraica dopo anni di corbynismo tacciato di antisemitismo ha fatto tirare molti sospiri di sollievo: questa “soft left” sa di buono. Sa anche avere un aspetto molto umano e familiare come ha mostrato il primo collegamento video del cancelliere dello Scacchiere ombra, l’ex parlamentare europea Anneliese Dodds: era collegata con Sky News per parlare delle misure economiche necessarie per salvaguardare i lavoratori britannici e sua figlia Isabelle di tre anni è comparsa sulla porta a salutare (viene da dire alla Dodds: sorella). Come ministro degli Esteri ombra Starmer ha nominato Lisa Nandy, che era una delle sfidanti nella corsa alla leadership ed è un’esponente battagliera della “soft left”. Poi certo, c’è anche quel che fa rimettere nell’armadio molte aspettative: il ritorno di Ed Miliband, sconfitto alle elezioni nel 2015, e l’assenza di un volto nuovo e promettente come quello di Jess Phillips mostrano quanto la volontà di riunire il partito sia di fatto una grande predisposizione al compromesso. Non poteva essere diversamente, sostengono molti commentatori: Starmer non è un rottamatore, non vuole fare epurazioni, non ha mai lasciato l’esecutivo ombra nemmeno dopo smentite plateali e deve pur sempre la propria visibilità a Corbyn. Visto che il concetto di “nudge” si porta molto nel Regno Unito che si affida all’economia comportamentale per far digerire le restrizioni da pandemia, si può dire che Starmer darà spintarelle verso l’uscita all’ala corbyniana più intransigente mentre cercherà argomenti di dialogo con gli altri. Di certo non vuole sentire parlare di ideologie, ed è questo il punto centrale della “soft left”: vuole costruire – spesso ricostruire – leadership credibili e responsabili, che parlino di soluzioni concrete a problemi urgenti, a partire dalla pandemia. Negli Stati Uniti, c’è Biden con i suoi slogan unitari – ha anche telefonato a Donald Trump – e rassicuranti, come quello che compare nel suo ultimo video: l’emergenza tira fuori il meglio dell’America. Ma in America ci sono anche molti governatori che stanno emergendo come pragmatici e volitivi e magari candidabili nel 2024. Nel Regno Unito l’effervescenza locale è meno visibile, ma la rottura con la retorica radicale lo è moltissimo. Intervistato da Andrew Marr, Starmer ha detto: “La gente vuole che ci concentriamo sul coronavirus e che troviamo toni e metodi giusti per affrontarlo. Il paese non è pronto per ‘ve l’avevo detto che il socialismo era la soluzione’. Alcuni vorrebbero che fossimo più duri e intervenissimo con più forza, ma se lo facessimo, bruceremmo la nostra credibilità”. Se questo è l’approccio della “soft left”, le aspettative per una rivoluzione del buon senso non sono malriposte, e anzi certi leader potrebbero diventare “essenziali” per uscire preparati dalla pandemia, come il coniglietto di Pasqua e i suoi ovetti.

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  • Paola Peduzzi
  • Scrive di politica estera, in particolare di politica europea, inglese e americana. Tiene sul Foglio una rubrica, “Cosmopolitics”, che è un esperimento: raccontare la geopolitica come se fosse una storia d'amore - corteggiamenti e separazioni, confessioni e segreti, guerra e pace. Di recente la storia d'amore di cui si è occupata con cadenza settimanale è quella con l'Europa, con la newsletter e la rubrica “EuPorn – Il lato sexy dell'Europa”. Sposata, ha due figli, Anita e Ferrante. @paolapeduzzi