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Chi è e cosa pensa Dominic Raab, il supplente di BoJo

Cristina Marconi

E' entrato a Westminster dieci anni fa, ha un ruolo nel governo dal 2015, è diventato ministro nel 2018 con Theresa May, che lo ha mandato al fronte dei negoziati con Bruxelles al posto del dimissionario David Davis

Londra. Il fatto che a Dominic Raab, nonostante la carriera fulminante, le cariche prestigiose e l’essere da sempre uno degli uomini-immagine del carro dei vittoriosi brexiteer, sia rimasto addosso come momento definitivo quel tragico soundbite di due anni fa in cui annunciava di essersi reso conto che il Regno Unito è una “entità geografica francamente peculiare”, ossia un’isola, “particolarmente dipendente dalla rotta Dover-Calais”, la dice lunga sulla portata monumentale della strepitosa dichiarazione, certo, ma anche su quel certo senso di vuoto che l’ha accompagnata prima e dopo. C’è un altro soundbite, questa volta del 2011, a inseguirlo da lontano: “Le femministe sono tra le bigotte più insopportabili” e gli uomini “hanno la peggio dalla culla alla tomba” perché lavorano di più, muoiono prima e vanno in pensione più tardi. Una frase mai ritrattata, che ha lasciato al rampante politico un’indelebile allure retriva nonostante la bella moglie brasiliana molto emancipata e molto in carriera. Ora che la storia ha scaraventato Raab sul palcoscenico – è avvocato, attento all’aspetto e vagamente ligneo nell’eloquio – non sembra aver trovato, almeno in queste primissime ore, il tono giusto per questa inattesa “supplenza” di un vulcanico primo ministro in terapia intensiva.

  

Quando lunedì sera la Bbc l’ha intervistato, Raab ha sfoggiato occhi lucidi, voce tremante e parole vertiginosamente simili a quelle del comunicato ufficiale: tra le file del governo, c’era gente con frasi ad effetto (e relative scimitarre affilate) davanti allo specchio del bagno. Ma probabilmente è proprio per quel suo essere così simile a un comandante della British Airways, o forse proprio a un pilota automatico, che Boris ha scelto lui e non una personalità più vivace e ingombrante per guidare il paese in sua assenza: certo, il fatto che lunedì pomeriggio il “sopravvissuto designato” abbia rivelato con candore di aver parlato con Boris solo sabato pomeriggio per l’ultima volta, ossia un giorno prima del ricovero al St Thomas Hospital, non fa pensare a un rapporto né molto stretto né molto rodato.

   

Il fedelissimo Raab, che dopo essere stato sconfitto nella corsa alla leadership dell’estate scorsa si è affrettato a sostenere Johnson, ha 46 anni, è entrato a Westminster dieci anni fa, ha un ruolo nel governo dal 2015, ma è diventato ministro solo nel 2018 con Theresa May, che lo ha mandato al fronte dei negoziati con Bruxelles al posto del dimissionario David Davis prima di vedere andare via anche lui causa accordo troppo soft. La reputazione da brexiteer ortodosso impermeabile a qualunque argomento non gli ha creato molte amicizie tra i colleghi, né a Bruxelles, e la dichiarazione sull’isola ha intaccato anche la sua immagine di persona preparata: tutta quell’insistenza sull’essere cintura nera di karate rischia di suonare un po’ vacua. Johnson come prima ricompensa gli ha dato il ministero degli Esteri, dove non ha brillato ma non ha neppure fatto troppi danni. Nella confusione oceanica di questi giorni, neppure il ruolo di Raab, che oltre a ministro è primo segretario di stato, è ben definito. “Il premier rimane sempre il premier”, ha spiegato Michael Gove alla Bbc4 dal suo autoisolamento (non sta male, ma qualcuno in casa ha i sintomi), deciso a mantenere l’uomo forte del governo qualunque cosa accada (Boris lo stima e lo teme, giustamente): la parola d’ordine è “collettivamente e in maniera appropriata” e Raab è solo una specie di primus inter pares, ha sibilato Gove. Per ora può accontentarsi di presiedere le riunioni del comitato d’emergenza Cobra e può prendere decisioni importanti come quelle sul lockdown, ad esempio.

  

Quella di Raab è una bella storia, molto rappresentativa dell’immaginario Tory: figlio di un rifugiato ebreo di origine ceca morto quando Dominic aveva dodici anni, ha studiato in una di quelle grammar school, scuole pubbliche d’eccellenza, che hanno fatto da trampolino per molta lower middle class prima di essere abolite dal Labour, è stato a Oxford e Cambrigde, ha lavorato da Linklaters e poi ha vissuto per tre anni all’Aia dove ha lavorato per portare in tribunale i criminali di guerra. Boxeur e brexiteer della prima ora, Raab ha lavorato per anni con un euroscettico vecchio stampo come David Davis. Deputato per Esher e Walton dal 2010, alle elezioni di dicembre i Lib-dem gli sono stati alle calcagna al punto che ha preso 2.700 preferenze. Per ora, con tutti i contagi della politica inglese, lui sta bene: il tampone l’ha fatto due volte. E poi nel caso qualcosa andasse male, si può passare a Rishi Sunak, il cancelliere dello Scacchiere, prossimo nella fila, a rispettosa distanza.