Road map globale

Paola Peduzzi

Il filo rosso che tiene unite le forze progressiste è la solidarietà. I 7 punti di Blair e il nuovo corso del Labour

Milano. Il governo britannico si prepara alla fase due, ricostruendo la propria immagine dopo l’esordio funereo di questa pandemia, quando si parlava di immunità di gregge e il premier Boris Johnson diceva: preparatevi alla morte dei vostri cari. Oggi Johnson ha chiamato il suo bebé con il nome di uno dei medici che lo hanno salvato dal coronavirus, ogni passo fuori dal lockdown è valutato e spiegato con calma e precisione, il mantra del guru Dom Cummings “rendiamo semplice quel che è complesso” è stato dimenticato: le semplificazioni per sempliciotti tenetevele pure. Nel festival del buon senso ritrovato però chi arriva per ultimo non ha i posti migliori. Quelli restano a chi ha fatto del pragmatismo e della concretezza una propria battaglia politica nel tempo, e quindi la road map più chiacchierata di queste ore non è quella di Johnson – in via di definizione – ma quella pubblicata dal Tony Blair Institute.

 

L’ex premier laburista, che è detestato da buona parte del Regno Unito (anche se un po’ meno, dicono alcuni), ha partecipato a una conversazione con Politico in cui ha spiegato lo spirito della sua proposta. “Road map for exit”, così si chiama lo studio, fa un’analisi comparata degli strumenti a disposizione oggi per garantire l’uscita dai lockdown e delinea “l’infrastruttura dell’isolamento” con tutte le soglie/strumenti per passare da una fase all’altra. Già solo per questo il documento è utile, ma poi c’è l’idea blairiana in più, che è quella della costruzione di una “nuova architettura di cooperazione internazionale”. Detto da quello che con la guerra in Iraq aveva esplicitamente rifiutato ogni equilibrio multilaterale fa un pochino impressione, e infatti quelli di Politico gliene hanno chiesto conto. E Blair ha spiegato che le istituzioni internazionali devono essere messe in grado di far funzionare questa collaborazione, e che a lungo questo non è accaduto, ma questa pandemia globale si risolve solo con una governance globale.

  

Questa architettura di cooperazione coinvolge sette ambiti: i sistemi sanitari, l’agricoltura e il cibo, la trasformazione economica per il cambiamento climatico, i sistemi educativi, i dati, i sistemi fiscali e monetari, l’efficacia del G20. In questo modo, sostiene Blair, ci si può preparare alla gestione della nuova normalità e dei prossimi picchi e si possono compensare più facilmente i ritardi di alcuni paesi. Blair non fa i nomi, né quello del premier inglese né tantomeno dell’antiglobalista Donald Trump, ma sa che per questo sforzo architettonico c’è bisogno dello sforzo di tutti. Ancora non si è capito cosa ne sarà della governance globale se l’America continua a tirarsi indietro, ma intanto la proposta di solidarietà, nel regionale e nel mondiale, è il filo rosso che sta tenendo unite le forze progressiste.

  

Ieri il leader del Labour britannico, Keir Starmer, ha detto in un’intervista al Financial Times che la ragione principale del collasso elettorale del suo partito è stata la leadership che lo ha preceduto, cioè Jeremy Corbyn. E’ sempre colpa di chi c’era prima, direte voi, ma in questo caso le dichiarazioni di Starmer hanno un significato più profondo: durante la campagna per la leadership – Starmer è stato eletto dai membri del partito ad aprile – la parola d’ordine era la continuità. Starmer non voleva spaventare nessuno, voleva traghettare semplicemente il partito in un momento di grande crisi e di grandi faide. E’ sempre stato molto più moderato e molto più europeista di Corbyn, ma ha collaborato con lui (era il ministro ombra per la Brexit) e non è mai arrivato ad alcuna rottura. Con questo andamento felpato, Starmer ha superato il corbynismo nel cuore della base laburista (furiosa per la sconfitta devastante di dicembre) e ora dice in modo esplicito: la svolta corbynista iniziata nel 2015 è finita, si ritorna verso la moderazione, verso la “soft left”, verso gli obiettivi concreti. Il deficit di credibilità del radicalismo di Corbyn è compensato con un obiettivo di unità, e forse citare le road di Blair oggi è meno un problema persino per Starmer.

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  • Paola Peduzzi
  • Scrive di politica estera, in particolare di politica europea, inglese e americana. Tiene sul Foglio una rubrica, “Cosmopolitics”, che è un esperimento: raccontare la geopolitica come se fosse una storia d'amore - corteggiamenti e separazioni, confessioni e segreti, guerra e pace. Di recente la storia d'amore di cui si è occupata con cadenza settimanale è quella con l'Europa, con la newsletter e la rubrica “EuPorn – Il lato sexy dell'Europa”. Sposata, ha due figli, Anita e Ferrante. @paolapeduzzi