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I mercenari russi della Wagner sono al lavoro in Libia e hanno piani complicati

La "compagnia", che agisce in maniera indiretta in aree in cui il governo russo non vuole apparire in maniera ufficiale, avrebbe appoggiato il generale Haftar, salvo poi lavorargli contro

13 Settembre 2019 alle 06:00

I mercenari russi della Wagner sono al lavoro in Libia e hanno piani complicati

Un combattimento tra un miitare che sostiene il governo di unità nazionale libico e le forze leali al generale Khalifa Haftar (foto LaPresse)

Roma. La presenza della Russia nella guerra civile che si combatte in Libia è più estesa di quanto pensiamo. Il sito Daily Beast, in collaborazione con il sito indipendente russo Portal e con una squadra investigativa pagata dall’ex oligarca russo Mikhail Khodorkovsky che si fa chiamare Dossier Centre, è venuto in possesso e ha tradotto alcuni documenti della Wagner. Si tratta di una compagnia di mercenari russi il cui nome circola molto tra gli addetti ai lavori e di proprietà di Yevgeny Prigozhin, un faccendiere amico del presidente Vladimir Putin. La Wagner è spesso presente in aree violente dove il governo russo non vuole intervenire in modo ufficiale – dalla Siria all’Ucraina, dal Venezuela all’Africa centrale – ma dire che agisce slegata dalla politica estera della Russia sarebbe falso. Ora è al lavoro in Libia e si autodefinisce “la Compagnia”. In quanto a Prigozhin, è da sempre coinvolto nelle iniziative più aggressive di Mosca, come tra le altre anche la cosiddetta “fabbrica dei troll” a San Pietroburgo che fu creata con il compito di condizionare in massa l’opinione pubblica sui social media. In breve: la Russia dedica alla questione libica un suo asset già rodato in altri paesi.

 

I documenti dicono che la Wagner in Libia non è stata ingaggiata per combattere, per ora, ma per fare da guida al generale Khalifa Haftar, che all’inizio di aprile ha scatenato una guerra civile per strappare la capitale Tripoli al governo riconosciuto dalla comunità internazionale – ci avrebbe messo due giorni pensava lui, ma i combattimenti vanno avanti e non se ne vede la fine. Si parla tra le altre cose della possibilità di imbrogliare alle elezioni per farlo vincere, se mai ci saranno, e della eventuale campagna di appoggio sui social media da lanciare, come fu fatto in America nel 2016 per Donald Trump. Ma il fatto più interessante è che questi rapporti della Wagner analizzano in modo clinico la situazione e il quadro che esce è molto negativo per Haftar. Il generale viene descritto come non adatto a vincere il conflitto. Le sue conquiste territoriali si basano sul fatto che corrompe i potenti di ogni località per passare dalla sua parte, grazie a un fondo di centocinquanta milioni di dollari che gli Emirati arabi uniti gli hanno messo a disposizione. Haftar ha tentato di far circolare la voce che i russi stessero combattendo per lui ed è arrivato a far apporre finte targhe adesive in russo sui suoi veicoli, che gli uomini della Wagner hanno strappato subito. Se si sparge la voce che Putin sta con me, dev’essere stato il suo ragionamento, la guerra è già mezza vinta.

 

Chissà se Haftar sapeva che, a giudicare dai documenti, la Compagnia ha deciso di bilanciare la situazione e di lavorargli anche contro in modo che non diventi troppo potente, e di scommettere pure su qualche rivale. Avrebbe ingaggiato uomini delle milizie sudanesi janjaweed – quelli dell’eccidio nel Darfur – per compiere attacchi contro le forze di Haftar e rallentarle (questo passaggio è da verificare, considerato che le milizie sudanesi hanno come riferimento gli Emirati, che di Haftar sono alleati). Inoltre dal punto di vista politico starebbe coltivando Saif al islam Gheddafi (Saif al islam vuol dire Spada dell’islam), il figlio dell’ex dittatore Muammar ucciso nel 2011. I russi preparano un suo ritorno politico in Libia, ma lamentano il fatto che sia troppo instabile e che deve essere accudito di continuo. Non basta una riunione alla settimana, ci vuole presenza costante tutti i giorni, dice un rapporto.

Daniele Raineri

Daniele Raineri

Di Genova. Nella redazione del Foglio mi occupo soprattutto delle notizie dall'estero. Sono stato corrispondente dal Cairo e da New York. Ho lavorato in Iraq, Siria e altri paesi. Ho studiato arabo in Yemen. Sono stato giornalista embedded con i soldati americani, con l'esercito iracheno, con i paracadutisti italiani e con i ribelli siriani durante la rivoluzione.

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