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Perché Serraj è andato a Milano da Salvini

Il premier libico non ha tempo da perdere e ha fatto la scelta di parlare con chi conta. D'altra parte è il ministro dell'Interno a decidere la linea del governo italiano

1 Luglio 2019 alle 19:19

Perché Serraj è andato a Milano da Salvini

foto LaPresse

Roma. Il premier libico Fayez al Serraj atterra a Milano per parlare con il ministro dell’Interno Matteo Salvini. Serraj è il capo del governo di Tripoli, è impegnato in una guerra civile contro il generale Haftar, non ha tempo da perdere e ha fatto la scelta spiccia di parlare con chi conta. Non con il premier Giuseppe Conte, che sta per tornare dai viaggi prima a Osaka e poi a Bruxelles, non con il ministro degli Esteri tecnico Enzo Moavero Milanesi, non con il capo della Difesa di matrice grillina Elisabetta Trenta. Serraj punta dritto a Salvini perché sa che in questo momento è il ministro dell’Interno a decidere la linea del governo italiano – e probabilmente sarà molto influente anche nel prossimo governo, quindi potrebbe garantire un minimo di continuità nelle decisioni. Il libico chiede all’Italia un sostegno più netto dopo tre mesi di traccheggiamenti.

 

Il governo gialloverde finora aveva deciso di giocarsi in Libia la doppia opzione come si faceva con la schedina: non inimicarsi Serraj e allo stesso tempo non inimicarsi Haftar, trattare entrambi con deferenza e stare a vedere chi vince. Questa settimana tuttavia le forze che stanno con Serraj (anche se a essere più precisi si dovrebbe dire che sono forze anti Haftar, che è la cosa che conta di più per loro) hanno inflitto al generale una batosta e hanno ripreso la cittadina di Gharyan, poco a sud di Tripoli, che era la chiave per conquistare la capitale ed era anche il luogo scelto da Haftar per piazzarci il suo quartier generale. Perdere Gharyan per Haftar è come ammettere che questi tre mesi di offensiva non sono serviti a nulla, se non a fare settecento morti.

 

Dopo la fuga precipitosa degli haftariani, i vincenti hanno trovato di tutto: tra le armi abbandonate, anche alcuni lanciamissili anticarro che gli americani avevano venduto di recente agli Emirati Arabi Uniti con un contratto che vietava espressamente di passarli a terzi. E’ l’ennesimo segno che l’offensiva di Haftar è un’operazione gestita e molto appoggiata da fuori, in particolare da emiratini e sauditi. Ci sono prove fotografiche del fatto che gli emiratini starebbero ingrandendo due aeroporti militari nell’est del paese, quindi nella zona controllata da Haftar, e questo vuol dire che potrebbero cominciare ad appoggiare il generale più di quanto non facciano adesso. Serraj è in vantaggio momentaneo ed è appoggiato da Qatar e Turchia, ma si capisce perché è volato a Milano da Salvini. Il suo governo è nato grazie all’Italia e al lavoro congiunto fatto con le Nazioni Unite, ora che dovrà reggere l’onda d’urto della vendetta militare di Haftar e dei suoi sponsor – che non si rassegnano ad avere perso Gharyan e quindi anche la faccia – vuole sapere da che parte stiamo. Serraj ha una carta buona per trattare, la solita: il traffico di migranti. Ha anche parlato con Salvini del problema del terrorismo, perché intanto nel sud lo Stato islamico sfrutta il deficit di attenzione ed è tornato a colpire allo scoperto.

 

Intanto dentro al Pd c’è una minoranza che attacca polemicamente il partito e sostiene che le missioni dell’Italia in Libia – a favore di Serraj – non vanno rifinanziate. Questa mattina un parlamentare ammetteva sulla Stampa che si tratta di una polemica strumentale per infastidire la fazione rivale nel partito. Sfruttare una questione così complessa, tragica e importante per tutti come la crisi di sicurezza in corso in Libia per montare una polemica interna è un errore, ma visti i numeri in Parlamento è probabile che sarà un episodio irrilevante per il rifinanziamento delle missioni.

Daniele Raineri

Daniele Raineri

Di Genova. Nella redazione del Foglio mi occupo soprattutto delle notizie dall'estero. Sono stato corrispondente dal Cairo e da New York. Ho lavorato in Iraq, Siria e altri paesi. Ho studiato arabo in Yemen. Sono stato giornalista embedded con i soldati americani, con l'esercito iracheno, con i paracadutisti italiani e con i ribelli siriani durante la rivoluzione.

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