cerca

Stop Haftar now

Il generale libico e i suoi sponsor del Golfo vogliono una campagna stile Yemen a Tripoli. Fermarli ora

3 Luglio 2019 alle 20:18

Stop Haftar now

A Tajoura, a sud della capitale libica Tripoli il 15 giugno 2019, in seguito ad un attacco aereo delle forze leali al generale Khalifa Haftar (LaPresse)

Roma. Lunedì il capo dell’aviazione del generale Haftar ha fatto questo annuncio inaudito, che però non è stato ascoltato fuori dalla Libia. “Aumenteremo i bombardamenti aerei – ha detto – perché abbiamo esaurito i metodi tradizionali per liberare Tripoli”. Le forze del generale Haftar, incattivite dalla mancanza di successi sul campo – anzi, negli ultimi dieci giorni hanno subìto sconfitte cocenti e sono state ricacciate molto indietro – e in imbarazzo grave davanti ai governi che sponsorizzano questa offensiva, primi su tutti Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, hanno di fatto annunciato che parte una campagna di bombardamenti contro Tripoli.

  

Quanto intensa? Non si sa. La capitale è controllata da un governo che è riconosciuto dalle Nazioni Unite e che l’Italia ha contribuito a insediare con un lavorìo diplomatico intenso tra il 2014 e il 2016 (siamo stati i primi a riaprire l’ambasciata a Tripoli) ma alle forze di Haftar non interessa. Hanno perso la guerra civile a terra, vogliono riattizzarla e vendicarsi con gli aerei perché possono contare su aiuti e tecnologia militare che arrivano da fuori. Il primo risultato si è subito visto martedì sera quando un bombardamento ha colpito un centro di detenzione a Tajoura, dentro Tripoli, dove erano rinchiuse persone che erano state catturate mentre passavano dalla Libia per migrare altrove. Ne sono morte 44. In maggioranza arrivavano dal Sudan, che è un altro paese dove c’è molta violenza. Le bombe su Tajoura annullano in modo definitivo l’idea che la Libia sia un cosiddetto “porto sicuro”.

   

Il generale Mohamed Manfour, il già citato capo dell’aviazione di Haftar, lunedì aveva avvertito che i civili di Tripoli d’ora in poi dovranno tenersi alla larga dalle infrastrutture militari per evitare di essere colpiti. Ma in questi anni abbiamo visto i bombardamenti eseguiti dagli americani che pure sono a un livello tecnologico incomparabilmente superiore causare stragi tra i civili in Iraq e altrove, l’idea che i piloti di Haftar risparmieranno i civili della capitale è un’illusione tragica. Le forze di Haftar sono le stesse che hanno raso al suolo alcuni quartieri di Bengasi nel corso della battaglia – durata tre anni, tra il 2014 e il 2017 – per riprendere la città dalle mani degli estremisti. Ma almeno in quel caso si trattava di combattere una lotta esistenziale contro bande islamiste che includevano lo Stato islamico, nel caso di Tripoli invece si bombarda per soddisfare l’ambizione di Haftar, che a 74 anni e con molti problemi di salute snobba il processo di pace e vuole diventare rais della Libia con in testa il modello Gheddafi. Anche gli americani nel 2016 quasi rasero al suolo la città di Sirte, sulla costa libica, ma anche in quel frangente si trattava di sradicare lo Stato islamico e di fatto quella campagna aerea distrusse la capitale del terrorismo dirimpetto alla nostra costa. Nel caso di Tripoli invece gli aerei di Haftar bombarderanno il primo ministro Fayez al Serraj, che martedì era a colloquio con Matteo Salvini (non è trapelato nulla sul contenuto dell’incontro) e un governo che è riconosciuto dalla comunità internazionale.

    

Gli sponsor di Haftar, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, sono gli stessi che dal 2015 bombardano in Yemen per prolungare una campagna militare che è molto criticata – perché ha conseguenze orrende per la popolazione. Ecco, adesso potremmo assistere a una campagna in stile Yemen a un’ora di volo dall’Italia. Circola anche voce che gli aerei del massacro di Tajoura fossero F-16, quindi arrivati da fuori (Emirati oppure Egitto), ma non c’è nulla di confermabile. Dal punto di vista tecnico, il milione di persone circa che vive nell’area di Tripoli ha tutti i titoli per abbandonare la città da un momento all’altro e chiedere asilo in Europa.

 

È uno scenario estremo ma anche gli scenari di mezzo, quindi bombardamenti aerei che vanno avanti per mesi o anni, interventi di paesi stranieri e islamisti che approfittano del caos non sono molto migliori per noi. E tutto questo succede perché il generale Haftar, che in Italia trattiamo sempre con deferenza, e i suoi sponsor arabi del Golfo hanno cominciato una guerra civile e sono pronti a far pagare il prezzo ai civili di Tripoli e all’Italia per non perdere. E non c’è nessuno che intimi loro di smettere, per ora almeno. Ieri Salvini ha chiesto una risposta comune dell’Unione europea per proteggere il governo di Serraj.

Daniele Raineri

Daniele Raineri

Di Genova. Nella redazione del Foglio mi occupo soprattutto delle notizie dall'estero. Sono stato corrispondente dal Cairo e da New York. Ho lavorato in Iraq, Siria e altri paesi. Ho studiato arabo in Yemen. Sono stato giornalista embedded con i soldati americani, con l'esercito iracheno, con i paracadutisti italiani e con i ribelli siriani durante la rivoluzione.

Segui la pagina Facebook

Più Visti

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi