Il governo lo sa che i soldati italiani in Libia sono sfiorati dai missili?

Daniele Raineri

Aumenta la frequenza dei bombardamenti di Haftar contro l’aeroporto di Misurata dove c’è anche il nostro contingente

Roma. Mercoledì pomeriggio c’è stato un altro bombardamento aereo contro l’aeroporto di Misurata, una città libica duecento chilometri a est di Tripoli. La notizia ci riguarda perché dentro al perimetro dell’aeroporto a cinquecento metri di distanza dalle esplosioni c’è il contingente italiano in Libia – trecento militari della missione Miasit che fanno funzionare e sorvegliano un ospedale militare da campo. Il giorno prima c’era stato un altro bombardamento contro lo stesso luogo: un drone armato degli Emirati Arabi Uniti che opera per conto delle forze del generale Khalifa Haftar, l’uomo forte della Cirenaica, ha distrutto un aereo cargo Ilyushin Il-76 ucraino che era atterrato con un carico di armi fornito dalla Turchia – così dicono fonti della parte di Haftar che non è possibile verificare al cento per cento. I missili cadono dentro al perimetro che a Misurata contiene alcuni edifici strategici come l’aeroporto civile, la pista contigua dove atterrano i voli militari, il carcere dove sono rinchiusi anche alcuni prigionieri dello Stato islamico, l’Accademia aeronautica e appunto l’ospedale militare italiano. Lì alloggiavano anche alcune squadre delle forze speciali americane e inglesi durante le operazioni contro lo Stato islamico nella vicina Sirte, ma ora ci sono soltanto gli italiani. Un C-130 dell’aeronautica italiana che martedì era partito alle due del pomeriggio dall’aeroporto di Pisa per andare a portare rifornimenti ai soldati si è fermato all’altezza di Lampedusa e poi, per non rischiare di finire in mezzo al bombardamento, ha invertito la rotta ed è tornato a Pisa. Agenzia Nova, con informazioni solide, scrive che la pista militare era troppo danneggiata per essere usata. Oltre a questi due, c’era stato già un primo bombardamento sempre sullo stesso obiettivo nella notte tra il 26 e il 27 luglio. Ogni volta il ministero della Difesa emette un comunicato molto neutro in cui rassicura: “La zona dell’aeroporto di Misurata è stata interessata da un bombardamento aereo. Nessuno dei militari italiani è rimasto coinvolto nell’attacco. I mezzi, i materiali e le infrastrutture del contingente nazionale non hanno subìto danni”.

 

 

Basta tuttavia ricapitolare la notizia per capire in che razza di contesto siamo: droni cinesi modello Wing Loong venduti agli Emirati Arabi Uniti e mandati in Libia a bombardare un aereo cargo ucraino che trasporta armi dalla Turchia molto vicino a un contingente italiano – per aiutare il generale Haftar a vincere la guerra civile che lui stesso ha scatenato all’inizio di aprile. Il generale libico era stato ricevuto dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte a Roma appena il 14 maggio scorso e in teoria il contingente italiano a Misurata non è tra i bersagli dei bombardamenti, ma è incredibile come la faccenda non susciti reazioni e non valga neppure un commento da parte del governo italiano. Eppure Salvini ha già definito gli uomini di Haftar “truppe ribelli”, quindi nega la legittimità della loro aggressione militare contro il governo di Tripoli. E pensare che un tempo si riteneva che la presenza del contingente avrebbe fatto da deterrente e che avrebbe risparmiato perlomeno alla città di Misurata di essere coinvolta nella violenza della guerra civile. Non è così e la frequenza dei missili sta aumentando.

 

Sappiamo che mercoledì 31 luglio c’è stata una riunione a Palazzo Chigi sulla Libia a cui il vicepremier Matteo Salvini non ha potuto partecipare. Ha mandato due sottosegretari della Lega, Molteni per l’Interno e Volpi per la Difesa, ma il ministro della Difesa Elisabetta Trenta ha fatto restare Volpi in ufficio al ministero. “Se ci sono io, non c’è bisogno che ci sia lui”, avrebbe detto – secondo l’Huffington Post. Tra questi sbotti di antipatia, non si capisce la nostra posizione sulla Libia e se abbiamo una posizione. 

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  • Di Genova. Nella redazione del Foglio mi occupo soprattutto delle notizie dall'estero. Sono stato corrispondente dal Cairo e da New York. Ho lavorato in Iraq, Siria e altri paesi. Ho studiato arabo in Yemen. Sono stato giornalista embedded con i soldati americani, con l'esercito iracheno, con i paracadutisti italiani e con i ribelli siriani durante la rivoluzione. Segui la pagina Facebook (https://www.facebook.com/news.danieleraineri/)