Il Donbass libico

Daniele Raineri

In Libia c’è una zona di guerra stile ucraino dove i velivoli sono abbattuti e piena di mercenari russi. Italia zitta

Roma. Il caso dei due droni – uno italiano e uno americano – abbattuti nel giro di ventiquattr’ore in Libia nella zona di Tripoli è così grave che non si sa da che parte cominciare. Ricapitoliamo. La mattina di mercoledì 20 novembre un drone italiano modello Reaper cade a nord di Tarhouna, a circa sessanta chilometri dalla capitale Tripoli. Il giorno dopo un drone americano è caduto a Tripoli. In entrambi i casi a rivendicare l’abbattimento è il cosiddetto “esercito nazionale libico” – che è il nome che si sono date le milizie che combattono per il generale Khalifa Haftar e assediano la capitale. Soltanto che nel caso italiano chiedono “spiegazioni” e dicono che il drone italiano stava violando lo spazio aereo che loro avevano dichiarato “zona militare” (gli italiani avevano l’autorizzazione al volo data dal governo di Tripoli, che è quello che gli uomini di Haftar vogliono spazzare via). Nel caso americano invece le milizie di Haftar hanno chiesto scusa per l’abbattimento e hanno detto di averlo scambiato per un drone turco. Non hanno fatto uscire immagini e video – e infatti non sappiamo che modello di drone fosse – e nemmeno la posizione esatta.

 

Già questo dovrebbe far pensare. Le milizie libiche hanno abbattuto un drone italiano da quattro milioni di dollari che volava senza armi e con una regolare autorizzazione di volo – persino con il transponder acceso per segnalarne la posizione: in pratica si poteva seguirne la rotta sullo schermo di un computer come fosse un volo regolare civile – e da parte del governo italiano non c’è stata alcuna reazione. Nessuna protesta, nessun ammonimento, nulla di nulla. Si sta creando un precedente che tutti gli attori dell’area noteranno: è possibile attaccare un velivolo italiano senza sentirsi in dovere di dare spiegazioni.

   

C’è poi un altro problema molto chiaro. L’abbattimento di due droni in due giorni non è un caso e segnala l’arrivo nell’area di qualche sistema d’arma che prima non c’era – e questo arrivo coincide con la presenza nella stessa area dei mercenari della compagnia russa Wagner. Nota: si dice “mercenari della compagnia Wagner” come se non fossero legati al governo russo, ma sono lì per ordine del governo russo che così può dire di non essere impegnato in via ufficiale in Libia. Fino a questo punto dell’articolo abbiamo scritto abbattimento, ma non è stato ancora detto – almeno in pubblico – come è successo che i due droni siano caduti. E’ una questione per nulla banale. Quello italiano volava tra gli ottomila e i diecimila metri di quota, in pratica era invisibile a occhio nudo e se per abbatterlo qualcuno a terra avesse usato un missile terra-aria per centrarlo avrebbe dovuto prima inquadrarlo con un radar, ma il segnale del radar sarebbe stato visibile a tutti e in un raggio molto ampio. E invece questa conferma di un’azione intenzionale non c’è, dice una fonte militare consultata dal Foglio. C’è anche l’ipotesi di un abbattimento con un missile da spalla di dimensioni più ridotte, ma quelli usano un sistema di guida a infrarossi passivo che richiede all’operatore di vedere il movimento del velivolo/bersaglio. Altrimenti è come sparare alla cieca nell’immensità del cielo. Di nuovo, secondo la fonte non ci sono tracce di questo tipo di attività: uno sparatore al suolo con un missile portatile che viene allertato, individua un drone italiano in alta quota e lo centra. Restano altre ipotesi di lavoro. I droni potrebbero essere precipitati perché colpiti da un’interferenza elettronica che impedisce loro di rispondere ai comandi. Ma si tratta di una tecnologia che, a differenza dei missili terra aria e dei missili portatili, ufficialmente non c’era ancora in Libia.

    

All’inizio di ottobre le forze fedeli al governo di Tripoli hanno individuato e attaccato i mercenari russi dall’alto, si presume con alcuni droni forniti dalla Turchia. Secondo media indipendenti russi come Meduza i droni avrebbero ucciso circa trentacinque mercenari e quindi secondo le stime di quei giorni circa un terzo dell’intero contingente russo. Poi sono arrivati altri mercenari – ora la stima più recente arriva da Bloomberg News e dice che sono senz’altro più di mille – ed è molto probabile che abbiano portato con loro come prima cosa qualche contromisura per bloccare gli attacchi con i droni. E’ la stessa dinamica che si è vista nel Donbass ucraino, quando i separatisti filorussi che in teoria non avevano difese aeree cominciarono ad abbattere gli aerei militari del governo ucraino grazie ai sistemi d’arma russi (e abbatterono anche il volo civile di linea MH17 con 300 passeggeri a bordo). Soltanto che questo nuovo Donbass sta nascendo in un’area per noi molto importante.

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  • Di Genova. Nella redazione del Foglio mi occupo soprattutto delle notizie dall'estero. Sono stato corrispondente dal Cairo e da New York. Ho lavorato in Iraq, Siria e altri paesi. Ho studiato arabo in Yemen. Sono stato giornalista embedded con i soldati americani, con l'esercito iracheno, con i paracadutisti italiani e con i ribelli siriani durante la rivoluzione. Segui la pagina Facebook (https://www.facebook.com/news.danieleraineri/)