L'offensiva degli altri

Appunti sulla spartizione della Libia. Erdogan annuncia il piano per le truppe a Tripoli. Conte al telefono con Putin

Milano. Il governo italiano si tiene “costantemente aggiornato” sulla situazione libica, ha fatto sapere ieri Palazzo Chigi, rendendo nota una conversazione tra il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, e il presidente russo, Vladimir Putin. Mosca sostiene le forze del cosiddetto Esercito nazionale libico del generale Khalifa Haftar, nell’est della Libia, che cerca da mesi di sferrare un attacco contro il governo di accordo nazionale libico guidato da Fayez al Serraj.

 

L’aggiornamento costante è necessario perché negli ultimi giorni c’è stata una frenesia diplomatica molto evidente, di cui l’Italia è al più spettatrice. Il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, è andato a Tunisi il giorno di Natale per incontrare il presidente Kais Saied e accordarsi su una missione militare in Libia. Serraj ha chiesto il sostegno turco per contenere e respingere l’offensiva di Haftar, che governa la parte est della Libia, “e noi abbiamo accettato l’invito”, ha confermato ieri Erdogan durante un discorso al suo partito. “Presenteremo in Parlamento una legge per approvare l’invio di truppe” a Tripoli, ha detto il presidente turco, che prevede di avere il via libera tra l’8 e il 9 gennaio per poi iniziare il trasferimento di truppe. Non sono noti i dettagli della conversazione che Erdogan ha avuto con il presidente Kais Saied, ma dal punto di vista logistico l’asse con la Tunisia garantirebbe maggiore sicurezza al contingente e alle forze inviate dalla Turchia.

 

La spartizione della Libia da parte delle forze turche a Tripoli e della Russia (con Egitto ed Emirati arabi uniti) a Bengasi, cioè dalla parte di Haftar, è già in corso da tempo, ma nel giorno di Natale, approfittando della distrazione dei paesi occidentali, una delegazione di Haftar ha fatto tappa a Tunisi – dove c’era anche Erdogan – e poi ha proseguito a Roma e ad Atene per poi far ritorno a Bengasi.

 

Guardando gli spostamenti del Dassault Falcon su cui viaggiavano gli uomini di Haftar si possono registrare due cose: la prima è la velocità, visite brevi, quasi servisse semplicemente notificare i contatti e gli accordi in corso; la seconda è che con tutta probabilità i paesi coinvolti in Libia non vogliono arrivare a una guerra piena. Sia i turchi sia i russi – i quali hanno già inviato le loro forze a sostegno del generale Haftar – vogliono ampliare le loro aree di influenza in Libia ma sanno che l’escalation militare potrebbe essere molto costosa e inefficace: l’esperienza siriana insegna. Per questo entrambe le parti vogliono sì mostrare la loro presenza e far sapere a tutti che la Libia è sempre più un loro affare esclusivo, ma allo stesso tempo cercano di evitare la cosiddetta “guerra guerreggiata”, a oggi molto rischiosa.

 

Questi mesi di tentativi di assalto da parte di Haftar contro Tripoli mostrano che le forze sul campo sono molto simili, non ce n’è una che possa schiacciare l’altra: le truppe inviate da Ankara e Mosca potrebbero cambiare questo equilibrio, ma servono innanzitutto a perimetrare le zone in cui esercitare le proprie pressioni. Il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, ha cercato di far valere la propria mediazione con una visita libica la settimana scorsa che si è rivelata nel giro di pochi giorni inutile: Russia e Turchia definiscono il loro ruolo in Libia, tra diplomazia e contingenti, il governo italiano ha come unica prospettiva la conferenza di pace di Berlino, che a oggi non ha ancora una data, figurarsi un’agenda.