Trump e la Libia

Francesco Maselli

Gli americani non vogliono chiacchiere e fanno resistenza alla conferenza di pace di Berlino

Roma. Da mesi la Germania cerca di organizzare una nuova conferenza di pace sulla Libia, senza grandi risultati. Mercoledì 20 ottobre si è svolta una nuova riunione tecnica a Berlino (la quarta) ma, dicono al Foglio diverse fonti diplomatiche, senza particolari passi in avanti, soprattutto a causa della resistenza americana. “Gli americani sono allergici ai pezzi di carta, vogliono vedere dei cambiamenti concreti sul terreno, e sono piuttosto insofferenti all’aspetto retorico che queste dichiarazioni congiunte presuppongono. Washington nota la grande distanza che esiste tra l’atteggiamento costruttivo durante le riunioni tecniche e il reale comportamento sul terreno, dove si continua a combattere”, ci spiega una nostra fonte.

 

 

Questa constatazione è condivisa anche dalle diplomazie europee, che però vorrebbero comunque approvare un documento congiunto e convocare la conferenza. La situazione è dunque in stallo, e la conferenza, inizialmente prevista per la fine del 2019, sarà quasi sicuramente rinviata nel 2020. Ammesso che si tenga. I delegati si incontreranno di nuovo a inizio dicembre, e a quel punto la Germania comunicherà la data. In questo quadro piuttosto confuso è significativa la posizione russa: bene la conferenza, ma il reale luogo di discussione sarà il Consiglio di sicurezza dell’Onu. Un atteggiamento che marca una sostanziale indifferenza per un formato che non tiene più conto dei mutati rapporti di forza intorno a Tripoli.

 

L’arrivo di mercenari russi al fianco del generale Haftar, documentato da diversi articoli della stampa americana, cambia le carte in tavola. Gli Stati Uniti, naturalmente, non hanno gradito la presenza di Mosca sul terreno, come dimostra il comunicato del dipartimento di stato dello scorso 14 novembre, in cui si condanna l’offensiva di Haftar e si citano direttamente le interferenze russe. Alla dichiarazione non è tuttavia seguita un’azione concreta: “Se gli Stati Uniti avessero voluto imprimere un cambiamento lo avrebbero fatto, perché avrebbero i mezzi per esercitare pressione sui padrini di Haftar, in particolare sugli Emirati arabi”, inquadra la situazione un diplomatico italiano.

 

 

Tutto ciò porta a una constatazione piuttosto ricorrente negli ultimi tempi: gli europei, in particolare italiani e francesi, devono prendere l’iniziativa, perché Washington non lo farà più al posto loro. Il rischio è di ritrovare in Libia lo stesso schema osservato in Siria, dove due stati con interessi confliggenti ma definiti hanno trovato un accordo. Parliamo di Russia e Turchia. Mosca sostiene lo sforzo del generale Haftar con un numero imprecisato di mercenari (diverse centinaia), sufficienti a risultare decisivi in un fronte che vede un migliaio di miliziani impiegati per parte; la Turchia è il più importante sostegno di Tripoli e Misurata, rifornite di armi, istruttori militari e informazioni di intelligence. Per ora le due potenze non sarebbero in grado di riportare la calma in Libia nemmeno se lo volessero, ma è piuttosto evidente il loro investimento in termini di influenza e presenza sul territorio.

 

Luigi Di Maio incontrerà il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov, che sarà a Roma tra il 5 e il 7 dicembre per partecipare alla conferenza Med Dialogues. In quell’occasione la nostra diplomazia proverà a capire meglio quali sono le intenzioni di Mosca nel conflitto libico, ma difficilmente si tratterà di un incontro risolutivo. Anche perché la complessità del mosaico libico è aggravata da posizioni ambigue dei cosiddetti padrini, le potenze regionali che sostengono le diverse fazioni in campo. E’ ancora il caso della Francia, lamentano alla Farnesina, che nonostante negli ultimi tempi abbia diminuito l’attivismo in favore di Haftar, non ha mai apertamente condannato la sua azione, e durante le riunioni a porte chiuse non cessa di fare aperture di credito nei suoi confronti, cercando di alleggerire le parti più critiche delle dichiarazioni congiunte.

 

In questo gioco di influenze rientra anche l’Unione africana, che vorrebbe provare a guidare il processo. In particolare Algeria, Niger, Ciad e Tunisia, che confinano con la Libia, vorrebbero giocare un ruolo più attivo, essendo i primi a rischio contagio qualora la situazione dovesse degenerare. In questo senso diverse nostre fonti diplomatiche confermano un grande attivismo da parte degli stati africani, che vorrebbero ottenere il posto di mediatore Onu per la Libia ora occupato dal libanese Ghassan Salamé. Il nome che circola è quello di Hassan Lebatt, ora inviato speciale in Sudan.

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