Siamo il nulla in Libia

Francesco Maselli

Di Maio non crede alla presenza dei russi vicino a Tripoli e ci dice che la strategia è attendere (il disastro)

Roma. L’analisi ufficiale del governo italiano su quanto accade in Libia, ripetuta dal ministro degli Esteri Luigi Di Maio in un colloquio concesso al Foglio e ad altri quotidiani italiani è che “non esiste una soluzione militare alla crisi libica”.

 

 

E’ un’analisi che non considera un fatto rilevante: lo strumento militare è ormai centrale per definire i rapporti di forza al tavolo dei negoziati, e ignorarlo non aiuta a difendere gli interessi nazionali italiani. L’Italia ha una notevole presenza sul terreno, in particolare l’ambasciata a Tripoli e un ospedale militare difeso da 300 soldati a Misurata, ma è passiva. E se la guerra degenera, per tutto il paese è un problema.

 

 

Le milizie del generale Khalifa Haftar, che assediano a Tripoli il governo riconosciuto dall’Onu e sostenuto dall’Italia dallo scorso aprile, hanno da poco ricevuto un aiuto cospicuo da mercenari russi (a seconda delle fonti i numeri variano da poche centinaia a duemila), e appaiono sempre più vicine all’obiettivo. Tanto che, secondo quanto riportato da Repubblica, l’Italia starebbe preparando un piano per l’evacuazione del premier libico Fayez al Serraj. La presenza russa sul terreno non è riconosciuta dalle autorità italiane, come ha spiegato il ministro durante il colloquio che si è svolto a margine dell’incontro bilaterale con il suo omologo russo Sergei Lavrov: “Dobbiamo ancora verificare le informazioni che danno i libici o gli americani, noi chiediamo soltanto che nessuno interferisca. Io e Lavrov non abbiamo parlato di questo, abbiamo parlato in generale del fatto che la Russia è uno stato importante per arrivare al cessate il fuoco”, ha detto Di Maio. E’ tuttavia molto difficile credere che l’Italia, in Tripolitania tra le nazioni più informate su quanto accade sul terreno grazie al lavoro congiunto di diplomazia e servizi, non sappia da chi sono composte le forze che assediano da mesi il governo riconosciuto dall’Onu.

 

 

Ai piani alti della Farnesina sostengono che Khalifa Haftar “si illude” di entrare a Tripoli per conquistarla, perché questo semplicemente sposterebbe la guerra civile all’interno della capitale. Se però questa eventualità è concreta, ci spiega un diplomatico italiano, lo scenario che si profila sarebbe catastrofico, e Roma farebbe bene a essere molto preoccupata: “L’ingresso farebbe degenerare i termini del confronto, è difficile che Haftar possa conquistare e controllare Tripoli, ma potrebbe generare la caduta del governo legittimo e aprire la strada a ulteriori violenze”. Intorno a Tripoli resiste una sorta di cordone difensivo alzato dalle milizie del Gna aiutate dalla Turchia: se dovesse cedere si arriverebbe a combattimenti casa per casa, che darebbero un notevole impulso alle partenze di profughi verso i paesi confinanti via terra (Tunisia e Algeria) e via mare (l’Italia).(Maselli segue a pagina quattro)

 

 

Alla domanda del Foglio, che ha chiesto al ministro se sono previste delle azioni concrete dell’Italia volte a evitare che il generale Haftar entri a Tripoli, magari con sanzioni dirette ai suoi padrini, la risposta è chiara: “C’è una tale escalation in Libia che l’atteggiamento da parte dell’Italia deve andare verso il cessate il fuoco. Eventuali reazioni non farebbero che peggiorare la situazione”. In altre parole il governo italiano non intende spendere capitale politico per cercare di fermare Haftar, pur condannando la sua offensiva. Roma ripone la sua piena fiducia nell’eventuale conferenza di Berlino sulla Libia, che per adesso consiste in continue riunioni tecniche (questa settimana la decima), pochissimi passi avanti, e nessuna data.