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Arrivano le armi straniere, non realizziamo il disastro che è la Libia

Ai libici arriva materiale da guerra, si va verso l’escalation. Il via libera a Haftar è stato un errore enorme

21 Maggio 2019 alle 06:00

Arrivano le armi straniere, non realizziamo il disastro che è la Libia

Alcuni veicoli BMC Kirpi MRAPs consegnati dalla Turchia alla Libia (Immagini di Oded Berkowitz via Twitter)

Roma. In Libia la situazione peggiora settimana dopo settimana e succede quello che non dovrebbe succedere. Sabato e domenica sono arrivati in Libia alcuni carichi di materiale da guerra destinati alle due fazioni impegnate in una guerra civile per il controllo di Tripoli. Almeno quaranta veicoli blindati di fabbricazione turca, i Kirpi, sono sbarcati nel porto della capitale da un cargo di nome “Amazon” che batteva bandiera moldava. Li manda la Turchia, che da anni è schierata a favore del governo di Accordo nazionale di Fayez al Serraj non perché è quello riconosciuto dalle Nazioni Unite ma per una ragione di affinità con le milizie che controllano la città e sono legate alla Fratellanza musulmana. Assieme ai blindati potrebbero esserci anche mitragliatrici pesanti di produzione bulgara MG-M1 e missili anticarro, ma la notizia non è confermata. 

  

Le truppe fedeli al generale Haftar durante la cerimonia per il completamento dell'Accademia militare a Bengasi (Foto LaPresse)


  

In teoria le Nazioni Unite hanno imposto un embargo sulla Libia con la risoluzione 1970/2011 e nessuno può portare nel paese materiale bellico letale, ma non si capisce se c’è davvero qualcuno che vorrebbe fare rispettare l’embargo. Il 26 marzo uno degli esperti dell’Onu che deve sorvegliare la situazione in Libia, Moncef Kartas, è stato arrestato all’aeroporto di Tunisi con l’accusa di essere una spia e le Nazioni Unite, a dispetto del fatto che Kartas portasse documenti di viaggio ufficiali dell’Onu, non sono riuscite a fare nulla.

  

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I blindati visti sui moli di Tripoli potrebbero essere classificati come “non letali” perché di fatto proteggono i combattenti, ma le mitragliatrici e i missili anticarro – se fosse confermato che c’erano – no. Sull’altro fronte, quello del generale Khalifa Haftar, i suoi sponsor hanno appena fatto sbarcare sempre via nave un numero imprecisato di blindati a otto ruote al Mared di fabbricazione giordana, veicoli per trasporto truppe fra i più grandi della loro categoria, presentati appena l’estate scorsa alle fiere che si occupano di questo settore. Non si erano mai visti in Libia. Non è chiaro chi paga, ma Haftar gode dell’appoggio di una larga coalizione di governi che comprende anche i due regni più potenti del Golfo, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti.

  

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Sui social media si è scatenato lo spettacolo delle milizie rivali che si insultavano botta e risposta da bordo dei loro nuovi mezzi e facevano vanterie a chi avesse gli sponsor stranieri più potenti. Ecco un dettaglio che descrive bene il fallimento di questi anni. La milizia che a Tripoli ha ricevuto i blindati è la Jabhat al Sumud, in arabo “il fronte della fermezza”, comandata da Salah Badi. Badi è l’uomo che nel 2016 combatteva alla testa dei golpisti armati che cercavano di cacciare Serraj in nome di un referente politico che si chiama Khalifa Ghwell. E chi incontrava Ghwell nel novembre 2016 in Turchia? Angelo Tofalo del Movimento cinque stelle, che andò all’incontro assieme a una donna poi arrestata per traffico d’armi. Tofalo parlò con Ghwell perché siccome il governo Gentiloni appoggiava il premier Serraj allora sembrava lecito – sembrava, ma era una posizione assurda e spericolata – che l’opposizione legittimasse i golpisti anti Serraj. Era anche prevista una conferenza a novembre 2016 a Roma, poi bloccata. Tre anni dopo Tofalo è sottosegretario alla Difesa del governo gialloverde che in teoria (almeno fino all’inizio di aprile) stava dalla parte di Serraj. Anche Badi, che nel 2016 guidava i golpisti, adesso è passato dalla parte di Serraj perché si rende conto che se il generale Haftar prendesse Tripoli per lui sarebbe ancora peggio.

 

L’Italia sponsorizza il processo di pace in Libia dal 2015 e il fatto che il generale Haftar abbia ignorato i negoziati e abbia deciso di attaccare Tripoli è il sintomo orribile che abbiamo perso la presa e non siamo ascoltati. L’Amministrazione Trump, che avrebbe il potere di fermare Haftar, invece lo sostiene e azzera ogni incentivo ad accettare una tregua. In questi giorni le notizie danno conto di incontri diplomatici all’apparenza significativi, prima Serraj e poi Haftar sono entrambi passati per Roma e sono stati accolti con molte cerimonie come se non stessero trattando da carta straccia il lavoro di almeno tre governi italiani e della comunità internazionale ma in Libia è successo quello che non doveva succedere: la guerra civile si è trasformata in via ufficiale in una guerra per procura fra governi stranieri sul modello siriano o yemenita. Oggi arrivano veicoli blindati, non sappiamo cos’altro arriverà. All’Italia, con molta probabilità, resta il compito di assorbire per quanto sarà possibile le conseguenze della guerra a partire dai rifugiati fino al rischio terrorismo.

Daniele Raineri

Daniele Raineri

Di Genova. Nella redazione del Foglio mi occupo soprattutto delle notizie dall'estero. Sono stato corrispondente dal Cairo e da New York. Ho lavorato in Iraq, Siria e altri paesi. Ho studiato arabo in Yemen. Sono stato giornalista embedded con i soldati americani, con l'esercito iracheno, con i paracadutisti italiani e con i ribelli siriani durante la rivoluzione.

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