L'illusoria lotta agli evasori

Stefano Cingolani

Il fisco è una giungla impenetrabile nella quale si nascondono i contribuenti. Abolire il contante non servirà

“Legge ingiusta legge nulla”.

Agostino d’Ippona, De libero arbitrio

  

Evasione, perché chiamarla così? Secondo la Treccani significa fuga da un luogo di costrizione, una prigione, un manicomio criminale e via dicendo. Dunque il sistema fiscale è un carcere. In tal caso difficile non simpatizzare con chi taglia le sbarre e annoda le lenzuola, soprattutto se la sua colpa è emendabile. Per un prigioniero di guerra scappare è un dovere, per chi è tartassato dal Principe una necessità, legittimata anche dalla chiesa cristiana. Insomma, attenti alle parole. La stessa Treccani ci dice però che evasore è anche chi si sottrae a un dovere, a un impegno, a un patto. E questa è l’accezione comune con la quale viene marchiato chi non paga le tasse. Ma se il dovere nasce da un contratto, implicito o esplicito, tra l’individuo e il potere, allora bisogna mettere in discussione quell’accordo. E’ utile, funziona ancora, va rivisto e come, a favore di chi? La stiamo facendo lunga e giochiamo con le parole come un chierico scolastico? Non proprio perché è stato Giuseppe Conte a proporre “un nuovo patto” tra stato e cittadini in base al quale l’evasione fiscale non solo va bollata come reato, ma non diventa più conveniente. Sul piano formale, ha ragione: la discussione va portata dal campo del buono e del giusto in quello dell’utile. Vasto programma, perché si tratta di cambiare niente meno che l’accordo di fondo sul quale si è retta l’Italia per oltre mezzo secolo, in base al quale la lotta all’evasione si è sempre trasformata in una illusione.

 

Se il sistema fiscale è un carcere, come non simpatizzare con chi taglia le sbarre e annoda le lenzuola. Attenti alle parole

Lavorate come e dove potete, fatevi la casa come e dove volete, pensate da soli a figli, nipoti e nonni, arricchitevi se ci riuscite, fate quel che vi è possibile, soprattutto quello che non può e non sa fare uno stato confuso, inefficiente, labirintico, frutto di sovrapposizioni storiche: i piemontesi, i borboni, i papalini, gli austriaci, i napoleonici, tutti hanno aggiunto il loro mattone costruendo una torre di Babele dove alberano migliaia di norme (187 mila quelle emanate dall’inizio dell’Italia unita nel 1861) che per lo più non vengono rispettate. Il leghista Roberto Calderoli aveva lanciato una propria campagna contro le “375 mila leggi inutili”, poi ha fatto il ministro e ne ha aggiunte altre.

  

Nel secondo Dopoguerra, spiega Andrea Angeli, il sistema tributario italiano era strutturato su un complesso di norme basate per lo più sulle numerose imposte e tasse istituite negli anni dell’Italia liberale e fascista. I controlli sulle dichiarazioni dei redditi da parte dell’amministrazione finanziaria erano effettuati a sorteggio (cioè in base alla pura casualità) e spettava al fisco l’onere della prova per smentire la presunta veridicità della dichiarazione del contribuente. Con la riforma e la razionalizzazione del sistema tributario avvenuta tra il 1971 e il 1974 (imposta sul reddito, sul valore aggiunto, comunale e via via tassando), emerse che tale sistema di controlli a campione non poteva reggere in un sistema produttivo come quello italiano, caratterizzato da imprese di piccole e piccolissime dimensioni, lavoratori autonomi e professionisti. Gli unici a pagare con certezza sono i lavoratori dipendenti e i pensionati, ma non basta. Di fronte a un’evasione di massa, l’amministrazione finanziaria ha introdotto controlli basati su metodi statistici pensati per prevenire e reprimere: si tratta di accertamenti costruiti sulle presunzioni, cioè su paragoni tra quanto il contribuente ha dichiarato e quanto, in base a determinati calcoli e medie, il fisco presumeva fosse il suo reddito reale. Dagli anni ’80 in poi sono arrivate le manette agli evasori (1982), poi il cosiddetto redditometro (1983), i coefficienti presuntivi (1989), la minimum tax (1993) e i parametri (1995), fino ad arrivare agli studi di settore (1998). Negli anni più recenti è entrata in campo Equitalia, poi l’Agenzia delle entrate. E’ stato provato tutto e di più con scarsi risultati. Gli agenti del fisco si danno da fare, gli accertamenti sono massicci e si concludono quasi sempre con addebiti nei confronti dei contribuenti. Eppure tra ricorsi, patteggiamenti, inefficienza burocratica, lo stato riesce a recuperare in media appena l’11 per cento del dovuto. La Guardia di Finanza l’anno scorso ha individuato 13.957 evasori, ne ha arrestati 400, nessuno è stato messo in prigione. Negli anni precedenti è stato ancora peggio: 11.303 denunce nel 2016 con 99 arresti, 12.375 nel 2017 con 226 arresti.

  

Tra ricorsi, patteggiamenti, inefficienza burocratica, lo stato riesce a recuperare in media appena l’11 per cento del dovuto

In Spagna c’è El cobrador del frac, l’esattore in frac, lavora per un’agenzia di recupero crediti alla quale si ricorre quando tutte le procedure abituali hanno fallito. Allora entra in scena l’uomo vestito in marsina nera con cappello a cilindro, utilizza tecniche come la persuasione diretta, l’annuncio ai vicini, agli amici, ai soci, ai colleghi, che il tizio o l’azienda non pagano. Ricorre alla sanzione sociale, sfrutta la vergogna che deriva dal rendere pubblica la colpa. Guadagna il 50 per cento di quanto recuperato, ma il successo è garantito. La fantasia spagnola ha fatto nascere anche El torero del moroso, El monasterio de cobro, El zorro cobrador. Non è la soluzione, però entro certi limiti funziona e grazie al sostegno di un apparato statale mediamente efficiente, l’evasione è tornata nella media europea, mentre il fisco ha messo a segno colpi spettacolari e milionari come quello contro Cristiano Ronaldo il quale ha raggiunto un accordo per una multa da 19 milioni di euro e due anni di carcere; poi ha lasciato Madrid per Torino, il Real per la Juventus.

 

L’ultima grande speranza in Italia l’aveva suscitata Matteo Renzi tre anni fa. “La lotta all’evasione ha raggiunto nel 2015 il record di tutti i tempi con quasi 15 miliardi di euro recuperati. Dopo i Gufi, insomma, facciamo i conti anche con i Vampiri”, esultava l’allora capo del governo annunciando che sarebbe stata chiusa la caverna dove si annidavano i chirotteri ematofagi: Equitalia. In realtà, la bistrattata struttura più che sparire veniva riassorbita dall’Agenzia delle entrate. Era nata con il nome di Riscossione spa nel 2005 grazie a Giulio Tremonti poi era diventata Equitalia con Vincenzo Visco che pure, quando venne introdotta, aveva votato contro. Va ricordato che prima lo stato incassava il 3 per cento rispetto agli accertamenti e versava quasi tutto l’ammontare alle banche esattrici che si spartivano la penisola. Chi ha ancora memoria non dimentica i tre milioni di cartelle pazze, la scoperta delle frodi carosello, le inchieste sulle società di calcio, una procedura tributaria fatta di almeno sette passaggi confusi e contraddittori. Quanto ai 15 miliardi di euro vantati da Renzi, sono la sommatoria di recuperi permanenti e di misure una tantum come la dichiarazione volontaria dei redditi detenuti all’estero dalla quale sono venuti oltre 4 miliardi. La Corte dei Conti ha contestato i fantasmagorici risultati: le imposte recuperate nel 2015 si sono ridotte del 17,7 per cento, gli incassi versati dagli evasori ammontano a 7,7 miliardi, anche i controlli fiscali sono inferiori. Il rapporto Fmi-Ocse sullo stato dell’amministrazione tributaria in Italia mette in luce una consistente perdita di gettito, soprattutto per quanto riguarda l’Iva. Il divario s’aggira sul 30 per cento, ben oltre la media Ue che è di poco sopra il 15 per cento e molto superiore a Francia (9 per cento), Regno Unito (10 per cento), Germania (11 per cento). Senza contare che il fisco italiano non è in grado di controllare in tempo rapido le dichiarazioni annuali. La sede Inps a Roma Eur possiede la più grande banca dati anagrafica d’Europa. Quattro piani sotterranei di server, 500 addetti, 100 milioni di codici per gestire 61 milioni di contribuenti e 1,6 milioni di aziende. Un patrimonio che rimane in gran parte sottoutilizzato perché, allo stato attuale, è difficile, talvolta impossibile, incrociarlo con altre banche dati (Agenzia delle Entrate, Guardia di Finanza, Inail).

  

E’ sull’Iva che bisogna battere secondo Vincenzo Visco, ex ministro nei governi Prodi e D’Alema, oltre che docente di Scienza delle finanze. Nel 2017 in Italia sono stati evasi 33 e rotti miliardi di euro, in Francia che ha la stessa popolazione 13 miliardi, in Germania che conta più contribuenti 25 miliardi. Visco ha presentato una proposta controcorrente: unificare le aliquote al 15 per cento (oggi sono il 4, 10 e 22 per cento). “L’evasione – secondo l’economista – si sviluppa non dichiarando le operazioni imponibili. Quindi, occorre concentrare i controlli sull’Iva trattenuta o quella portata indebitamente a credito. Si vede così che le tre aliquote vengono usate in modo strumentale. Un’aliquota unica, invece, consente di raccogliere fino a 6 miliardi in più che si aggiungono ai recuperi possibili applicando in modo generalizzato strumenti come l’autofatturazione o la fattura e lo scontrino telematico. Visco stima che si possa rastrellare addirittura 60 miliardi di euro, ma non si nasconde la scarsa praticabilità politica di un intervento tanto massiccio sulle imposte indirette, una proposta ben più radicale della flat tax per le piccole partite Iva introdotta da Matteo Salvini i cui effetti sono ancora da calcolare.

 

L’evasione non tocca solo l’Iva o i redditi parcheggiati all’estero. C’è la resistenza degli enti locali: solo 550 comuni hanno collaborato

Le mancate entrate fiscali e contributive, secondo le stime, ammontano a 110 miliardi a fronte di una economia sommersa (“non osservata dall’amministrazione pubblica” è la definizione burocratica) di 211 miliardi pari al 13 per cento del prodotto lordo: i calcoli sono dell’Istat e secondo molti economisti sono sottostimati. L’evasione non tocca solo l’Iva o i redditi parcheggiati all’estero. C’è la resistenza degli enti locali: su poco più di 8.000 comuni presenti in Italia, infatti, solo 550 hanno collaborato con l’amministrazione finanziaria. L’altra grande partita si gioca sul mercato del lavoro. Gabriella Di Michele, che dall’Agenzia delle entrate è passata due anni fa all’Inps, ha parlato di 60.000 aziende e 100.000 lavoratori che hanno usufruito indebitamente dello sgravio contributivo per le assunzioni a tempo indeterminato. Un’altra tessera del mosaico perché la lotta all’evasione non è fatta di annunci, ma si costruisce ogni giorno, pezzo dopo pezzo.

 

La guerra al contante può essere una di queste mattonelle? Secondo Giulio Tremonti “è la tipica forma di intervento demagogico e regressivo, perché il contante in Italia è prima di tutto lo strumento dei poveri e degli anziani. Con campagne di questo tipo, se anche non ti importa di perdere i voti, certamente non guadagni gettito perché spingi ancora più sul nero. Bisogna cambiare ottica”, ha dichiarato al Sole 24 Ore l’ex ministro. E’ una battaglia senza fine quella tra il fisco e il contribuente, che oggi si sposta anche sul piano tecnologico e arriva fino a prospettare pagamenti realizzati con l’iride o con la mano. Strumenti meramente repressivi lasciano il tempo che trovano, o meglio il tempo di trovare nuove scappatoie. Tutto questo rilancia l’idea del nuovo patto, ma su che basi concrete può essere realizzato? Qualche cifra per avere un’idea di che cosa si parla.

 

Il governatore della Banca d’Italia Visco ha chiesto esplicitamente di rivedere il sistema fiscale nel suo insieme. Che farà il governo?

I contribuenti italiani tra gennaio e dicembre 2018 hanno pagato 463 miliardi e 296 milioni di euro. Accanto a quelle dirette sul reddito (Irpef sulle persone fisiche, Ires sulle società, Irap sulle attività produttive, Isos sostitutiva sui capitali, Imu, municipale) pari a 247,6 miliardi dei quali 187,4 miliardi dall’Irpef, ci sono le imposte indirette (215,6 miliardi), la più importante è l’Iva che colpisce il valore aggiunto (aliquota media 22 per cento) e genera un gettito di 133 miliardi l’anno scorso. Esistono le imposte che gravano sui consumi (per esempio il tabacco), le accise (imposte di fabbricazione e vendita come sulla benzina attraverso la quale si pagano ancora i trasferimenti per i terremoti le catastrofi naturali di mezzo secolo fa), c’è anche la tassa sui televisori per finanziare la Rai, sono 2,1 miliardi di euro che si pagano insieme alle bollette elettriche, una vera offesa al principio base della trasparenza. Vengono colpiti i risparmi, i depositi bancari, i capitali, gli aeroporti, i porti, gli alberghi (pagate dai clienti). Le patrimoniali sulla proprietà portano al fisco circa 45 miliardi: l’imposta di bollo (6,8 miliardi), l’imposta di registro e sostitutiva (5,2 miliardi), l’imposta ipotecaria (1,6 miliardi), i diritti catastali (659 milioni appena), poi il bollo auto (6,6 milioni), l’imposta su transazioni finanziarie (solo 400 milioni), l’imposta sulle successioni e donazioni (736 milioni, tra le più basse in Europa), imposte minori come quelle sul patrimonio netto delle imprese e sulle imbarcazioni e aeromobili. Il grosso del gettito, quasi 22 miliardi di euro l’anno, proviene dalle abitazioni con l’Ici/Imu/Tasi. Sfioriamo soltanto, per non perderci, il bosco dei contributi sociali che gravano per 229,5 miliardi (dei quali 211,4 all’Inps ) sui lavoratori e sugli imprenditori. Insomma una giungla fitta e opaca. Disboscarla è una condizione per dare consistenza e legittimità anche alla lotta all’evasione.

 

Nelle sue considerazioni finali lette il 31 maggio di quest’anno, il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco ha chiesto esplicitamente di rivedere il sistema fiscale nel suo insieme. Rileggiamo le sue parole già dimenticate stando al dibattito politico di questi giorni: “Il paese ha bisogno di un’ampia riforma fiscale. Dai primi anni Settanta del secolo scorso sono state introdotte nuove forme di tassazione ed è stato progressivamente definito un complesso insieme di agevolazioni e di esenzioni, nell’assenza di un disegno organico e con indirizzi non sempre coerenti. Rivedendo solo alcune agevolazioni o modificando la struttura di una singola imposta si proseguirebbe in questo processo di stratificazione. Bisogna invece interromperlo, per disegnare una struttura stabile che dia certezze a chi produce e consuma, investe e risparmia, con un intervento volto a premiare il lavoro e favorire l’attività di impresa”. E’ una operazione complessa da compiere con realismo spalmandola su più anni. Il governo gialloverde non ha dato retta al governatore. Quello giallorosso?