Contanti saluti

Claudio Cerasa

Altro che distopia. Il sogno di una società senza cash dovrebbe eccitare gli spiriti liberali. Tre ragioni e un’idea

Le tasse buone non esistono e in un paese come l’Italia che si ritrova da tempo ad avere una delle pressioni fiscali più alte d’Europa non c’è forma di tassazione aggiuntiva che non sia giusto considerare come una nuova forma di oppressione. Vale quando si parla di merendine. Vale quando si parla di aerei. Vale quando si parla dell’ultima pazza tassa ipotizzata da alcuni esponenti del governo: la famosa tassa sul contante. La tassa sul contante è un’idea sbagliata che nasce però da un ragionamento giusto che sarebbe un peccato archiviare solo perché presentato attraverso una proposta inopportuna.

 

 

Il ragionamento giusto è quello che si trova dietro all’idea di applicare una spinta gentile, un “nudge”, per favorire la crescita della così detta cash less society. La cash less society è il sogno di una società che sceglie progressivamente di rinunciare al contante e che decide gradualmente di favorire transazioni digitali. Per molti osservatori, specie quelli con solida cultura liberale, la società senza contanti somiglia più a una distopia che a un’utopia e l’idea di avere uno stato che tende a incentivare i cittadini a non pagare con il cash viene spesso considerata come se fossa una fastidiosa mano dello stato intenzionata come spesso capita a mettere le mani nelle tasche dei cittadini.

 

 

Gli amici liberali, terrorizzati dalla distopia della cash less society, hanno ragione quando tendono a criticare tutti i governi che usano la leva delle tasse per disincentivare un comportamento del cittadino. Ma hanno invece torto quando non capiscono che un fine giusto non può essere archiviato solo a causa di un mezzo sbagliato. E avere un paese che si preoccupa di incentivare i pagamenti elettronici non è un tema che merita di essere preso in considerazione solo dalla repubblica degli smanettoni. Ma è un tema che merita invece di essere preso in considerazione anche da tutti coloro che sognano di avere un paese con una concorrenza più libera e con tasse più basse.

 

L’Italia, lo sapete, è un paese in cui ogni anno, secondo un recente studio della Banca centrale europea, il contante viene utilizzato nell’85,9 per cento delle transazioni, per un valore pari al 68,4 per cento del totale delle transazioni, che è una percentuale di quindici punti superiore rispetto alla media europea dei paesi che hanno adottato l’euro (più dell’Italia, come valore di transazione sui contanti, fanno solo Cipro, Malta e Grecia). Chi è interessato a difendere le libertà dei cittadini dovrebbe preoccuparsi del fatto che sempre la stessa indagine della Bce (gennaio 2019) ha riscontrato nel nostro paese un deficit di libertà preoccupante – “se i cittadini potessero scegliere la modalità di pagamento il contante sarebbe lo strumento meno utilizzato”. E dovrebbe poi preoccuparsi di fare di tutto per incentivare l’uso degli strumenti alternativi al contante (rendendoli più convenienti senza punire chi sceglie di non utilizzarli) per raggiungere un obiettivo semplice che si può spiegare immaginando un letto di un fiume disseminato di pepite d’oro. Maggiore sarà il livello del fiume, minori saranno le possibilità di raccogliere le pepite d’oro. Minore sarà il livello del fiume, maggiori saranno le possibilità di raccogliere le pepite.

 

 

Le pepite sono un’immagine che ci permette di fotografare quello che è il vero tesoretto italiano, l’economia sommersa, valore stimato dall’Istat intorno ai 200 miliardi, circa il 12,4 per cento del pil, e più il livello del contante tenderà a essere abbassato e più sarà possibile non solo far emergere l’economia sommersa ma anche garantire una minore concorrenza sleale tra le aziende che rispettano le regole e altre che invece non le rispettano. Per farlo, potrebbe essere un buon inizio affiancare alla legge che prevede l’obbligo di accettare pagamenti con la carta una legge (che c’è, ma non è ancora attuata) che preveda sanzioni per chi non li accetta e potrebbe essere un buon esempio che la pubblica amministrazione iniziasse ad accettare pagamenti elettronici senza sovraccosti per i cittadini. Ma se è vero che l’economia sommersa è il nostro oro nero non ci sarebbe strategia migliore per incentivare l’emersione che trattare l’economia sommersa come fanno i norvegesi con il petrolio, destinando cioè ai cittadini quote progressive di royalty collegate alla quantità di petrolio estratto. Se l’Italia volesse davvero far emergere il proprio oro nero dovrebbe fare lo stesso: lavorare a una cash less society per destinare ogni euro ricavato dalla lotta all’evasione in un euro destinato all’abbattimento delle tasse. Sarebbe un sogno e forse potrebbe persino funzionare.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.