La lotta all'evasione non si fa col moralismo né con la guerra al contante

Raffaello Lupi

Perché tassare il denaro liquido è una scelta inefficace

La discussione sul rapporto tra contanti ed evasione fiscale probabilmente non si concretizzerà in provvedimenti di tassazione, il cui dividendo politico sarebbe complessivamente basso, se non addirittura negativo, considerandone i punti forti e i punti deboli sul piano mediatico. Tuttavia il contante è una delle tante prospettive particolari di volta in volta utili a inquadrare nei suoi esatti termini l’evasione fiscale, derivante dalla diversa determinabilità delle basi imponibili di Iva e imposte sui redditi. Sono molto scettico sull’uso di paragoni militareschi come la “guerra all’evasione”, ma se vogliamo metterla su questo piano, la vittoria dipende da parecchie battaglie, di cui quella sul contante è relativamente secondaria. Anche il contante, infatti, emerge quand’è incassato dalle organizzazioni amministrative strutturate e spersonalizzate in cui tutto viene registrato, e che costituiscono il fondamento della moderna determinazione documental-contabile di redditi e consumi. Per questo sarebbero sprecati crediti d’imposta per l’uso della moneta elettronica o dei bonifici bancari per spese verso grande distribuzione, reti di trasporto aereo o ferroviario, rifornimenti di carburanti, acquisti online e tanti altri circuiti in cui manca il rischio di occultamento di corrispettivi. La moneta elettronica renderebbe invece più difficile l’occultamento degli incassi da clientela occasionale di piccolo commercio e artigianato, dove non esiste la connivenza “venditore-cliente” di cui diremo tra un attimo. Le società emittenti di carte di credito non riuscirebbero però a distinguere in base al beneficiario dei pagamenti elettronici, la cui incentivazione con un credito di imposta sarebbe quindi poco efficiente. 

 

 

L’unica strada efficiente per disincentivare il contante sarebbe quindi quella punitiva, rappresentata da un’imposta patrimoniale sul suo utilizzo, come “prelievo” dai conti, mentre il deposito sui conti sarebbe “virtuoso” esponendosi alla presunzione di ricavi imponibili. Anche i prelievi tuttavia sono spesso fisiologici, in quanto un certo livello di spese in contanti è inevitabile, per innumerevoli motivi, che sarebbe irrazionalmente punitivo disattendere totalmente. Anche per questo si è pensato giustamente a un’imposta sui prelievi oltre certi importi, con franchigie intorno a 1.500 euro mensili per salvaguardare gli usi fisiologici di contante, venendo tra l’altro incontro agli anziani poco abituati all’informatica. Le eccedenze sarebbero fortemente sospettate di finanziare consumi non regolari fiscalmente, ad esempio droga, prostituzione, favori illeciti o pagamenti “in nero” ad artigiani o professionisti. Il prelievo compensativo del 2-4 per cento sarebbe prima di tutto patrimonialmente giustificato, visto il suo riferimento a entità economicamente valutabili (denaro), anche in relazione alla finalità extrafiscale di orientare a non usare il contante. L’effetto sarebbe soprattutto sui piccoli consumi in contanti indicati sopra, da parte di clienti “di passaggio” senza relazioni significative o continuative col fornitore. Quest’ultimo infatti, quando le cifre sono più consistenti o c’è un rapporto continuativo col cliente, può comunque offrire uno sconto fiscale maggiore del tributo patrimoniale sul prelievo; questo però potrebbe avvenire in ogni caso e quindi il prelievo in esame sarebbe una sorta di compensazione per l’inevitabile evasione, da perseguire con l’efficienza degli uffici tributari, come rilevava ieri sul Foglio Francesco Lippi. L’applicazione razionale dell’imposta sul prelievo dovrebbe andare oltre la singola operazione, considerando invece l’insieme dei prelievi, con riferimento a soglie mensili per persona. Ciò imporrebbe un accentramento di informazioni su tutti i rapporti bancari facenti capo a un unico individuo, con problemi d’imputazione delle franchigie in caso di conti cointestati, e di individuazione, tra più banche dove si intrattengono conti, di quella destinata ad applicare l’imposta. Questa complessità di realizzazione diminuisce ancora il dividendo politico dell’operazione, rendendola improbabile in pratica.

 

Tuttavia è un’occasione per rendersi conto che, quando tra cliente e fornitore esiste un’intesa, l’evasione sarebbe possibile anche senza contante, utilizzando bonifici su conti bancari d’appoggio intestati a conoscenti, ma anche soggetti inconsapevoli, vista la facilità di aprire conti online con semplici fotocopie di documenti; anche la consegna di carte prepagate, o la loro ricarica da parte del consumatore, sarebbero fuori da una sistematica tracciabilità da parte del fisco. Non a caso in paesi come la Danimarca l’evasione è alta nonostante il basso livello di contante, mentre il contrario avviene in Germania, dove di contante ne circola molto.

 

Non è una questione di onestà e disonestà, come spiego in un mio recente volume sul tema (“Evasione fiscale – perversione privata o disfunzione pubblica?”, ndr), ma di grado di concentrazione dell’attività economica in organizzazioni amministrativamente rigide. Proprio queste sono state le uniche turbate dai limiti ai pagamenti in contanti, in quanto intenzionate a dichiarare gli incassi, il che avrebbe rivelato pagamenti “cash” sopra i limiti di legge. Al contrario per chi è intenzionato a evadere, anche l’abbassamento a 50 euro del limite in questione sarebbe del tutto indifferente. La recente riproposizione dell’efficacia di questo limite da parte di uno degli storici consulenti della maggior parte dei governi succedutisi da quasi 30 anni a questa parte spiega la natura soprattutto cognitiva, più che politica, del problema dell’evasione. 


Raffaello Lupi, Università Tor Vergata

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