Tassare il contante per fare la lotta all'evasione è inutile e sbagliato

Francesco Lippi

La norma è tecnicamente difficile da attuare e facile da aggirare. Inoltre danneggerebbe i più poveri e chi non evade

Recenti stime della Banca centrale europea indicano che, nonostante la crescente diffusione di carte e strumenti di pagamento elettronici, il contante rimane lo strumento più utilizzato nei pagamenti al dettaglio nell’area dell’euro, coprendo una quota pari al 55 per cento del valore degli scambi al dettaglio. L’utilizzo massimo si registra in Austria, Italia e Spagna, dove la quota arriva al 70 per cento, scende al 55 per cento in Germania e al 30 per cento in Finlandia, Francia e Olanda. Poiché gran parte delle transazioni che sfuggono al fisco vengono fatte in contante, sono in molti a pensare che sarebbe opportuno ostacolarne l’uso. Il tema è sentito in Italia, dove l’evasione delle imposte supera ampiamente quella del resto d’Europa.

 

L’idea della lotta al contante gira da almeno un decennio e diverse misure sono state introdotte. Dal 2008 a oggi è stato modificato per cinque volte il tetto massimo alla spesa in contanti: abbassandolo per “contrastare l’evasione fiscale e il riciclaggio” (Prodi e Monti), ovvero rialzandolo, per “favorire i consumi” (Berlusconi e Renzi). E’ delle ultime settimane la proposta, in discussione al Mef e articolata in una nota del centro studi di Confindustria, di una “tassa” sui prelievi in contante unitamente a uno sgravio sui pagamenti fatti con carte. La maggiore tracciabilità dei pagamenti con carte aumenterebbe il gettito fiscale, come successo in Grecia quando la scarsità di contante nel 2015 intensificò l’uso dei pagamenti elettronici, aumentando l’Iva riscossa su ogni euro speso. Spiego brevemente perché le proposte in discussione non avranno conseguenze sostanziali sull’evasione e perché, se di lotta all’evasione si parla, l’idea di condurla osteggiando il contante è sbagliata.

 

Le misure prese in passato (il tetto alla spesa in contanti), così come quelle recenti, sono aggirabili e perciò irrilevanti a livello macroeconomico. A fronte delle cinque variazioni del tetto alla spesa in contanti, al rialzo e al ribasso, il comportamento delle famiglie è rimasto quello di sempre: secondo l’indagine di Banca d’Italia sui bilanci delle Famiglie, dal 2008 al 2016 la spesa in contanti ha registrato piccole oscillazioni intorno al 40 per cento della spesa totale per consumi. Al sud, nello stesso periodo, la quota è rimasta inchiodata al 60 per cento. La ragione è semplice: la norma del tetto è inapplicabile perché la maggior parte degli scambi in nero avviene lontano dagli occhi delle autorità. Gli scambi cash che sfuggono l’Iva, come quelli per cui il professionista propone uno sconto per una prestazione senza fattura, avvengono in stanze chiuse, difficili da monitorare. Inoltre, se il limite è di mille euro si possono far figurare due pagamenti da 500 euro, aggirando la norma.


“Mettere un’imposta sui prelievi è come mettere i dossi in autostrada per assicurare il rispetto dei limiti di velocità. Inoltre ne subirebbero le conseguenze un gran numero di cittadini poveri, che al momento non dispongono di un’alternativa e che usano il contante come unico strumento di pagamento” 


Non sembra promettere meglio la proposta di Confindustria, articolata su due fragili pilastri. Da un lato, consentire al depositante di ottenere un credito di imposta pari al 2 per cento delle spese fatte tramite carta. La misura potrebbe incoraggiare i consumatori a usare la carta ma bisogna tenere conto che un credito del 2 per cento rimane poca cosa rispetto a una transazione in nero che evade l’Iva (la cui aliquota ordinaria è pari al 22 per cento). Se si pensa agli scambi in nero e si vuole incentivare il consumatore a pagare in modo tracciabile, lo sconto fiscale deve essere molto più grande, finendo col pesare ben più di quanto stimato sulle entrate dello stato. Il secondo pilastro riguarda una commissione, sempre del 2 per cento sui prelievi di contante sopra una certa soglia (circa 1.500 euro al mese). Non è chiaro come sia stata determinata la soglia, né l’aliquota, né a che titolo verrebbe effettuato il prelievo: commissione? Sanzione (per quale infrazione)? Imposta (in base a quale capacità contributiva)? Al di là degli importanti aspetti tecnici, questa misura è complicatissima da applicare: come fare con i molti individui che hanno più di un conto corrente o che hanno conti cointestati? Come fare con i conti presso altri paesi dell’area? Chi fungerebbe da sostituto d’imposta? Un altro rompicapo, per consumatori e intermediari, da aggiungere alla giungla normativa italiana. Peraltro tale misura incentiverebbe molti a minimizzare i depositi in banca, aumentando le scorte di contante a casa, finendo col depotenziare la norma. Se lo stato vuole spingere i cittadini verso un maggiore uso delle transazioni tracciabili perché non dà l’esempio consentendo di (e incentivando a) regolare i propri conti con l’amministrazione per via digitale? Perché non toglie alle Poste il monopolio sui molti pagamenti oggi di loro esclusiva pertinenza, rendendoli eseguibili da qualunque borsellino elettronico? Perché non sostituisce le raccomandate con ricevuta di ritorno con semplici email certificate? Potrebbe infine obbligare, o meglio incentivare, i venditori al dettaglio ad accettare i pagamenti elettronici. Senza nuove imposte, e senza gran rompicapo per i vessati cittadini e i loro agenti bancari, l’uso del contante scenderebbe in fretta.

 

Più in generale anche qualora la lotta al contante conducesse a un aumento del gettito fiscale, come certamente sarebbe se venissero adottate restrizioni draconiane (in Grecia si limitarono i prelievi al bancomat a 60 euro al giorno), tassare il contante non é un modo intelligente per combattere l’evasione. Come ho scritto in passato, è come mettere dossi in autostrada per assicurare il rispetto dei limiti di velocità. Ne subirebbero le conseguenze un gran numero di cittadini poveri, che al momento non dispongono di un’alternativa, e che usano il contante come unico strumento di pagamento (le recenti aperture al contante da parte di Amazon e di Uber, negli Stati Uniti e in Messico, dovrebbero far riflettere). Lo strumento efficiente per scoraggiare gli abusi, senza punire gli onesti, è un semplice sistema di regole, di controlli e di pene certe. Così, contro l’evasione, lo strumento è il buon funzionamento dell’Agenzia delle entrate, della Guardia di finanza e delle altre istituzioni competenti (Dogane, Demanio e Tribunali), affiancato da un sistema efficace che incentivi al rispetto delle norme. In Italia l’evasore spesso negozia uno sconto sui pagamenti dovuti, che pare quasi un premio dato a chi abusa. Altrove le sanzioni sono pesanti e si arriva persino alla reclusione. A chi obiettasse che le nostre istituzioni non hanno sufficiente personale per svolgere le loro funzioni, è opportuno far notare che nel confronto con altri paesi europei i numeri suggeriscono il contrario. Il totale dei dipendenti delle nostre agenzie supera quello del Regno Unito, è comparabile a quello della Francia, paesi con pil e popolazione maggiore. Infine, a riprova della sostanziale indipendenza tra la diffusione del contante e il rispetto delle norme tributarie, si osservi che il contante viene usato moltissimo anche in Austria e Germania, paesi senza grandi problemi di evasione fiscale. Si obietterà ancora che nei paesi della mitteleuropa il contante non è un problema perché ci sono meno piccole imprese e che tassare le grandi imprese è più facile. E’ una osservazione fondata, ma se il problema sono le piccole imprese allora dovremmo chiederci come farle crescere (la tassa sul contante farà crescere la dimensione d’impresa?). Aggiusteremmo il problema dell’evasione ed avremmo anche un aumento di produttività e salari, visto che sono proprio le micro imprese a registrare le performance peggiori di produttività e fatturato nel sud dell’Europa.

Le proposte di lotta al contante di cui si parla in questi giorni sono il sintomo del rapporto tra stato e cittadino in Italia. E’ un rapporto basato sulla sfiducia. Per impedire ad alcuni di usare in modo distorto uno strumento, di per sé legittimo e utile, se ne impedisce o se ne ostacola l’uso per tutti. Si pensi alle autorizzazioni richieste per avviare un’attività d’impresa o a quelle per ristrutturare casa. Perché non perseguire efficientemente chi abusa? Perché è una strada difficile, che richiede organizzazione e responsabilità. Ben più facile aggrottare la fronte, far la voce grossa davanti a tutti, senza alla fine prendere bene la mira con nessuno. Uno stato che, come nel ritratto magistrale di Fabrizio De André, “si costerna, s’indigna, s’impegna, poi getta la spugna con gran dignità”.

Francesco Lippi è professore di monetary economics presso l'Università Luiss e ricercatore all'Eief (Einaudi Institute for Economics and Finance)

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