L'ottimismo nella globalizzazione

Redazione

Un gran discorso di Visco ci ricorda perché non aver paura del futuro

Il cambiamento tecnologico e la globalizzazione non sono soltanto ineluttabili: sono anche, e soprattutto, fenomeni positivi. Per coglierne le opportunità e limitarne i costi, i paesi devono promuovere il dinamismo dei loro sistemi economici, a partire dai sempre più necessari investimenti in conoscenza. La prolusione del governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, all’inaugurazione dell’anno accademico dell’Università di Cagliari rappresenta un vademecum che gli italiani farebbero bene a leggere e meditare. Grazie allo sviluppo tecnico e all’apertura dei mercati, l’umanità oggi vive una vita più lunga, più sana e più prospera. Naturalmente, ci sono anche i lati oscuri: dobbiamo adeguare i nostri sistemi produttivi per rispondere con determinazione alla sfida climatica, e dobbiamo dotarci di strumenti adeguati per contrastare le diseguaglianze.

 

Tuttavia, bisogna guardare al futuro con ottimismo: non abbiamo di fronte il deserto della disoccupazione tecnologica, ma un’avventura umana che sarà costellata da nuove scoperte e continui progressi umani e sociali. Purtroppo, la diseguale distribuzione delle opportunità non riguarda solo coloro che sono in qualche modo vittima dei cambiamenti, ma anche quelli che se ne chiamano fuori. E’ il caso del nostro paese. Se da noi tecnologia e globalizzazione hanno avuto un impatto più severo che altrove, è perché dobbiamo fare i conti con quattro problemi made in Italy: la specializzazione nei settori tradizionali, la frammentazione dell’industria, le difficoltà del capitalismo famigliare a dotarsi di adeguate competenze manageriali, e l’eccessiva dipendenza dal credito bancario. Per affrontare questi problemi, e garantire che nessuno sia lasciato indietro, l’Italia deve valorizzare la creatività dei nostri imprenditori, ma anche avviare un nuovo ciclo di investimenti. I più importanti di tutti sono gli investimenti in capitale umano: “Gli italiani frequentano la scuola di meno, vi apprendono di meno e curano poco la formazione anche dopo la scuola”. Dobbiamo imparare a imparare: basta col pessimismo dello status quo, evviva l’ottimismo delle riforme.

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