Che cosa succederebbe nei “Promessi sposi” riscritti dagli autori d'oggi

Matteo Marchesini

Il grande romanzo sul contagio, un adattamento manzoniano

Nel 1927, per il centenario dei “Promessi sposi”, Emilio Cecchi si divertì a immaginare come li avrebbero riscritti alcuni dei più noti autori contemporanei. Nella versione di Panzini, una Lucia “allevata all'antica, con le mutande lunghe fino a mezzo stinco” si perde incontrando una “Geltrude dattilografa, fanatica di Pitigrilli”. Renzo, che legge l’Unità, sfugge ai fascisti e ripara a Bellaria, dove ritrova la fidanzata quasi nuda tra un “formicolìo di corpi distesi”: pensa a una pestilenza, ma è solo la stagione balneare. A Papini e Giuliotti, esteti del sanfedismo, Manzoni sembra troppo sdolcinato: per far capire che aria tira, nei loro “Promessi” cupi e tempestosi i bravi ammazzano subito don Abbondio. Poi è la volta di Agnese, che sale al cielo “fra un coro angelico”. Sul fronte opposto, il pacioso Baldini carica l’archibugio del Griso a confetti, ed evita il brutto intermezzo della peste. La sua riscrittura è un balletto pastorale, dove il Cardinale danza con Agnese e Lucia con l’Innominato, che paga il pranzo di nozze. Rileggendo la satira di Cecchi, mi chiedevo quali frutti darebbe oggi il suo gioco.

 

Come si dice volgarmente, negli ultimi mesi i “Promessi sposi” sono per noi vita vissuta, con tanto di calmieri e gride inefficaci. Ma appunto per questo, viene da chiedersi se il futuro, chimerico “grande romanzo” sul contagio non sarà un adattamento manzoniano. Facciamo qualche ipotesi. E’ fin troppo facile sospettare che Scurati romanzerà la biografia di don Rodrigo, simbolo di una generazione cresciuta nell’agio virtuale e costretta per la prima volta a fare esperienza della realtà più cruda. Altrettanto facile indovinare che Moresco s’inserirà tra i personaggi, inquadrandosi mentre vaga in una Milano nella quale tutte le epoche collassano in un’Apocalisse: dibatte con il virus, va a braccetto con don Lisander per piazza della Vetra, sbatte contro il vescovo Ambrogio che sfreccia in monopattino portando in collo Chiara Ferragni, e intorno ecco che le strade si aprono, ecco che affiorano dalla metro scheletri di martiri risorti, ecco che dai grattacieli cadono mucchi di cadaveri sommergendo i passanti, ed ecco che il Bosco Verticale infestato dai pipistrelli, ossia la vigna di Renzo, si spacca a metà lasciando intravedere la gente che nei salotti si gode un’ultima fellatio tra lubrificanti all’amuchina e sacche di plasma. Anche Walter Siti s’intrufola nella trama: fa un patto con Renzo, che lo porta dentro il lazzaretto a fargli vedere cosa succede davvero. E qui entriamo in un altro girone di Eros e Thanatos, a cui l’autore dedica uno scintillante saggio antropologico, interrotto da fitti scambi di battute tra gli appestati che spirano con un epigramma sulla bocca. Il climax però resta il capitolo dove don Rodrigo morente, in mezzo a grida atroci, viene derubato di tutti i suoi ori e i suoi strap-on dal suo muscoloso mantenuto, il Nibbio.

 

In Cognetti, invece, nessuno alza mai la voce: niente retorici punti esclamativi. “Ehi, tu” dice Renzo entrando nella casa di Lucia. “Ehi” fa lei “tira un’arietta”. E don Abbondio, appena vede i bravi, chiede se vengono “dalla costa di sopra o da quella di sotto”. Cognetti s’inventa una montagna anche a Milano, proprio dietro il duomo, con la libertà di Bruegel. La storia tra i promessi si consuma per noia, ma resteranno legati nel nome di Cristoforo, il loro capo scout caduto in una cordata sul Resegone. Poi c’è Nicola Lagioia. Notte degli imbrogli, montaggio alternato: nei capitoli dispari, due bravi strafatti di coca avanzano in decappottabile verso la casa di Lucia; nei pari, vediamo le donne e Renzo che chiacchierano ignari in un cucinotto. Tra il settimo e l’ottavo capitolo i bravi fanno irruzione: stuprano Lucia, torturano Agnese, squartano Renzo. Quindi escono insanguinati in strada, e lì trovano il cardinale circondato dai preti. Atterriti, s'inginocchiano e confessano. Intanto Borromeo prende appunti. Alla fine comunica ai figliuoli che sono perdonati, a patto che firmino una liberatoria, e si toglie i paramenti. Allora si scopre che non è il cardinale ma il Lagioia stesso, e che gli altri non sono preti, ma intellettuali-organizzatori del Salone del Libro. “Trascrivete in bella, e mi raccomando con ritmo, ché i romanzi devono andare come una locomotiva impazzita” ordina febbrile il direttore, passando ai subordinati i fogli su cui ha stenografato la notte splatter de’ bravi. “Ah, dimenticavo. Lo diamo al Venerdì di Repubblica per l'estate”.

 

Ben diversa la parodia di Cavazzoni: qui il protagonista è lo scemo Gervaso, e l’intero libro è un dialogo tra lui e fra Galdino da cui si capisce che tutti i personaggi, da Renzo al conte zio, sono pazzi da catena, e in particolare lo è il cardinale Borromeo, che si diverte a fingersi una statua nelle edicole votive e a fare “bu!” a chi ci passa accanto. Quanto al romanzo di Mari, inizia esattamente come quello di Manzoni, solo che poi va avanti tutto nello stile dell’Anonimo, mostrando “luttuose Traggedie d’horrori”: vale a dire, per metà zombie che sorgono dal lazzaretto, e per metà stragi compiute dal conte Attilio, il quale vede rosso ogni volta che “l’humana malitia” e la muliebre protervia, vere pesti del secolo, inducono qualcuno a infrangere le regole su onore, ambasciate e duelli fissate nei trattati della sua vasta collezione. Ma cambiamo ancora mondo, e sbirciamo le bozze di Teresa Ciabatti. La scrittrice fa parlare in prima persona una monaca di Monza a rovescio, divenuta capricciosa e sadica per la troppa libertà, oltre che per la ricchezza del padre. Se questa Gertrude scrive le sue memorie è per dimostrare di essere la creatura peggiore dell’universo, e dunque per essere infinitamente consolata. Nella scena centrale il giovane Egidio, con un sorriso da Patrick Bateman e i Ray-Ban fluorescenti, invita la monaca nella piscina toscana in cui sta sciacquando il suo italiano da paninaro. La sventurata si tuffò.

 

Notevole anche l’incipit di Chiara Gamberale: con le ginocchia raccolte sotto il mento e i piedi in acqua, Lucia si confida con un’amica durante una breve vacanza. Stanche del solito lago di Como, le ragazze hanno marciato fino all’Isola Bella, dove stanno costruendo un palazzo sontuoso e un giardino. Lucia non vuole ingannare Renzo, quel buon giovine. No, no, no. E’ solo che… be’, è solo che quello che le fa provare don Rodrigo le sembra incomparabile. Il signorotto è cattivo, sì, è prepotente, è egoista, ma… al momento giusto sa diventare un altro. “L’hai rivisto?” chiede l’amica col sorrisetto nascosto dai ricci. “Ho paura di essere incinta” sospira Lucia per tutta risposta. La minaccia dei bravi capita a pennello: è un’ottima scusa per sottrarsi alla scelta tra i pretendenti e chiudersi nella clinica di Monza. E la peste, direte voi? Ma la peste è un simbolo, è il trauma irrisolto che ognuno di noi ha dentro. Quando Rodrigo muore in una rissa con una banda rivale, Lucia corre da un analista junghiano, l’Innominato, che però è nel bel mezzo di una crisi religiosa. Così i due affrontano insieme un gratificante percorso di crescita spirituale e si lasciano battezzare dal cardinal Borromeo (che richiama l’isola dell’inizio).

 

Nell’ultimo capitolo di questa riscrittura, intitolata semplicemente “Promessi”, Lucia va a convivere con Renzo: sono maturi per la coppia aperta. L’azienda di lui a Bergamo – che, strano a dirsi, pare Santorini – si espande a vista d’occhio, e le descrizioni fisiche del neomarito ricordano un po’ Bini Smaghi. Dell’opera di Dacia Maraini, “Lettera alla madre di Cecilia”, non anticipiamo niente per non sciupare la sorpresa; ci limitiamo a rivelare un dettaglio: a un certo punto la Maraini racconta come è stata scippata in pieno Monteverde. Ci manca ormai lo spazio per esaminare gli esiti della letteratura di genere. Siamo certi, però, che in qualche rifacimento horror-fantasy fra Cristoforo ridiventerà al bisogno Lodovico, e annienterà i demoni con la sua spada magica; che in qualche esperimento metaletterario ci si offrirà un diario sull’impossibilità di scrivere il romanzo (pubblicato però con la dicitura “romanzo”); che in qualche altro esperimento erotico-metafisico i patrizi brianzoli accederanno al castello dell’Innominato in mascherina sussurrando “Fidelio”; e che qualche noir verterà sul complotto di menti raffinatissime (una è il conte zio) a cui si devono peste e tumulti.

 

E a proposito di complotti. Fazi aveva annunciato i “Promessi sposi reloaded” di Alessandro Di Battista, dove un Renzo molto simile all’autore non si pente affatto dei comizi demagogici, ma svela anzi il calcolo dei poteri forti che sta dietro a carestia e pandemia, affiancato da un magistrato in lotta contro l’Azzeccagarbugli (simbolo di tutti gli avvocati) e da un don Ferrante antivaccinista. Purtroppo l’editore ha ritirato il romanzo prima che arrivasse nelle librerie. E’ comunque probabile che nemmeno Di Battista avrebbe potuto strappare il prossimo premio “Streghe” a Francesco Piccolo. Nei suoi “Promessi” Lucia cederà infine a un don Rodrigo che tende parecchio al don Abbondio, chiara controfigura dell’autore. Vi scandalizza? Ma su, su, rilassatevi un po’, Rodrigo non è mica un cattivo ragazzo. O volete farne un mostro? Non sarà piuttosto, si chiede argutamente Piccolo, che questo fra Cristoforo così senza macchia è rimasto fermo al vecchio moralismo berlingueriano?