Smettere di far leggere i “Promessi sposi” agli studenti salverà Manzoni dalla scuola

Antonio Gurrado

Perché la letteratura s’impara più per prossimità che per lontananza

Se ci sarà la seconda ondata di pandemia, porterà con sé una recrudescenza di citazioni dotte dalle pagine del Manzoni sulla peste. Che col Covid non c’entra nulla però costituisce una sorta di riflesso condizionato, visto che I promessi sposi sono un passaggio obbligato in seconda superiore, all’ultima curva della scuola dell’obbligo, quindi di fatto l’unico romanzo letto praticamente da tutti gli italiani alfabetizzati. Non è un bene. Ci sono almeno cinque motivi per cui sarebbe il caso di non imporlo più agli studenti.

 

Uno. La letteratura s’impara meglio per prossimità che per lontananza. Lo aveva capito Anthony Burgess che negli anni Settanta, dovendo scrivere un manuale di letteratura per le scuole italiane, aveva iniziato da sé stesso e dai contemporanei per retrocedere di capitolo in capitolo fino a Chaucer e a Beowulf. La domanda cui Burgess rispondeva era molto semplice: cos’ho letto quando ho iniziato ad appassionarmi? Opere appena precedenti. E cosa avevano letto i loro autori quando avevano iniziato ad appassionarsi? Opere che all’epoca erano appena precedenti; e così via risalendo per li rami. La letteratura progredisce a ritroso. Far leggere I promessi sposi a tutti i quindicenni significa illudersi che la passione sgorghi dall’autorità o, forse, sottintendere che la passione non c’entri nulla e che la lettura del Manzoni sia una specie di malattia esantematica.

 

Due. L’Italia per cui Manzoni scriveva (la sua idea, almeno) non esiste più, ed è quanto meno velleitario serbarlo come romanziere patrio da somministrare alla gioventù. Non sto dicendo che l’amore fra Renzo e Lucia oggi sarebbe meglio cantato da Federico Moccia o da Antonio Dikele Distefano; dico proprio che Manzoni si rivolgeva a un pubblico che disponeva di chiavi di lettura sufficienti a comprendere il contesto sociale del Seicento, a interpretarlo alla luce dei riferimenti all’Ottocento, e a trarne insegnamenti eterni: il sugo di tutta la storia, volendo esagerare. Progressivamente, però, la stessa scuola che l’ha reso obbligatorio ha smantellato la griglia fondamentale per interpretarlo; storia e geografia sono cadute in disuso. Prendete l’assedio di Casale: fra gli studenti/lettori coatti di oggi qualcuno sa dire chi assediava chi? E per quale motivo, di grazia? Qualcuno (inclusi quelli di Casale) ha un’idea precisa di dove si trovi Casale nel mondo? E del perché a Renzo basti attraversare l’Adda per essere al sicuro? Decontestualizzato a colpi di incultura, I promessi sposi resta nella mente degli studenti come tradizione incomprensibile e un po’ bislacca, da espletare in attesa della campanella. L’Italia dell’Ottocento aveva fatto Manzoni senatore, l’Italia del Duemila ha fatto ministro Di Maio.

 

Tre. Essendo una lettura obbligatoria, si legge per finta. Fermate un quindicenne a tradimento, ma anche un qualsiasi adulto già sottoposto a un anno scolastico di letture manzoniane, e domandategli come inizia I promessi sposi. Facile, vi dirà: “Quel ramo del lago di Como…”. Avete facoltà di sfidarlo a duello, perché inizia così: “L’Historia si può veramente deffinire una guerra illustre contro il Tempo”. Non ricordarsi come inizia un libro significa averlo già dimenticato, essere convinti che inizi in modo diverso dal vero significa che fra gli occhi dello studente/lettore e la prima pagina è calato un velo di noia, di distrazione, di sentito dire che l’ha accompagnato fino alla fine.

 

Quattro. Guardiamoci in faccia: se doveste far leggere uno e un solo romanzo a un ragazzo di quindici anni, gli fareste leggere I promessi sposi? E, se voleste che leggesse I promessi sposi col diletto e giovamento che merita, glielo fareste leggere tutto a quindici anni?

 

Cinque. I promessi sposi è il grande romanzo italiano. Ci sono dentro l’ironia, la saggezza, l’erudizione e la felicità narrativa, rette da una solida idea portante e impreziosite da un colpo di scena che, ogni volta che rileggo l’incontro fra l’Innominato e il cardinal Federigo, sembra sempre più credibile e mozzafiato per quanto è cesellato nella profondità dell’animo umano. E’ un affresco sofisticato e capillare del nostro carattere nazionale, incarnato in un lessico adamantino costato decenni di fatica. Trovatemi un autore italiano contemporaneo che lavori così e ne riparliamo. Leggerlo a scuola significa tuttavia sottoporre questo lavoro maestoso alla sintesi, alla parafrasi, alla banalizzazione della verifica, al tema sulla colonna sinistra del protocollo, alla spiegazione approssimativa del supplente. Smettere di far leggere I promessi sposi agli studenti non significa salvare la scuola da Manzoni; significa salvare Manzoni dalla scuola.