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L'urgenza di un piano B per il governo. Intervista a Boccia

Claudio Cerasa

“Sì: il sovranismo è nemico della crescita e il governo dell’ansia, dell’incertezza e dell’isolamento rischia di aggravare la nostra crisi economica”. Sei idee per salvare l’Italia dalla recessione. Parla il presidente di Confindustria

La questione in fondo è tutta qui: “Un paese che di fronte a una possibile recessione alimenta l’ansia, l’incertezza, l’isolamento e l’instabilità è un paese che non capisce fino in fondo che la decrescita si può evitare solo a condizione di scommettere sul futuro, sulle imprese, sull’innovazione e non continuando a giocare con la propaganda e rincorrendo solo fantasmi del passato”. Vincenzo Boccia, presidente di Confindustria, è da mesi critico con il governo del cambiamento e alla luce delle notizie degli ultimi giorni, alla luce cioè delle scazzottate dell’Italia con la Francia e con la Germania, accanto al timore di avere di fronte una fase economica caratterizzata da una decrescita infelice, intravede un’altra preoccupazione sintetizzabile con una parola che il capo del sindacato degli industriali oggi considera chiave per capire la fase storica vissuta dal nostro paese: isolamento. “La settima potenza industriale del pianeta – dice Boccia – dovrebbe capire che un paese con la testa sulle spalle sa distinguere la traiettoria di un partito da quella del governo. Se si fa l’errore di trasformare la linea di un partito, e la sua propaganda elettorale, nella linea del governo, e se si sceglie cioè di sacrificare il rapporto tra due paesi sull’altare della campagna elettorale, si rischia di non tutelare l’interesse nazionale. La Francia e la Germania, tanto per essere chiari, sono i principali partner economici del nostro paese. In Francia finisce il dieci per cento del nostro export, in Germania il dodici per cento, e al di là degli aspetti commerciali c’è un tema di carattere geopolitico che merita di essere messo a fuoco quando parliamo di cosa rischia un paese come il nostro a restare isolato”. Il rischio, dice Boccia, è quello di non sfruttare la grande occasione che ha l’Italia di fronte al processo della Brexit. “Dal punto di vista politico, l’Italia oggi, grazie all’uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea, avrebbe tutte le carte in regola per essere l’ago della bilancia dell’Europa e per costruire alleanze ora con la Germania ora con la Francia in funzione di singoli provvedimenti europei utili a migliorare la vita del nostro paese. Scegliere l’isolamento, come sembra aver scelto questo governo, significa scegliere di non contare nulla e significa voler delegare ogni scelta relativa al futuro dell’Europa solo alla Francia e alla Germania, rinunciando così a far valere l’interesse del nostro paese all’interno della riforma dell’Eurozona. Questo è il primo problema, tattico e politico, e poi però, rispetto al termine isolamento, c’è un problema ancora più grande che riguarda la natura stessa del pensiero sovranista”.

   

Ovvero? “I teorici del sovranismo sostengono che i paesi possono diventare maggiormente sovrani, maggiormente padroni del proprio destino, nella misura in cui riusciranno a liberarsi dalla gabbia della multilateralismo. Il bilateralismo, nel breve periodo, può funzionare per giganti come l’America, o come la Cina, ma non può funzionare in nessun modo per i paesi dell’Europa, che hanno solo un modo per poter progettare il futuro: capire che la sfida del domani non è tra i paesi d’Europa ma tra l’Europa e il mondo esterno. In molti non lo sanno, o fanno finta di non saperlo, ma i dati previsionali di crescita dicono che nel 2035 nessun paese d’Europa sarà tra le sette potenze industriali del pianeta, mentre l’Europa unita ci sarebbe eccome, tra i primi sette del mondo. E’ un piccolo dettaglio che ci ricorda però un dato semplice: l’Europa per essere compresa tra i grandi del mondo ha bisogno di unire le proprie forze, non di dividerle. E poi, sinceramente, mi sembra che ci sia anche un altro grande guaio e un altro grande problema quando parliamo di cultura sovranista. E forse prima o poi bisognerebbe riflettere su questi aspetti”.

   

Il primo aspetto, dice Boccia, è legato al sistema delle alleanze, “e ciò che gli eroi del sovranismo sembrano voler ignorare è che i paesi europei alleati con i sovranisti non europei sembrano lavorare per fare gli interessi di altri paesi, come la Russia o come l’America, che hanno solo da guadagnare a indebolire il nostro continente”. Il secondo aspetto è legato al fatto che, continua Boccia, “i paesi sovranisti, e qui penso purtroppo all’Italia, hanno fatto un calcolo sbagliato: un’Europa dominata dai sovranisti non sarà mai un’Europa più solidale tra sovranisti ma sarà un’Europa in cui ci sarà sempre più difficoltà e diffidenza nel condividere i rischi di altri paesi, e questo vale quando si parla di debito e vale naturalmente anche quando si parla di migranti”. Il terzo aspetto, prosegue il presidente di Confindustria, riguarda un dato strutturale difficilmente negabile: “La fase di rallentamento del ciclo economico europeo, come ha giustamente notato il Fondo monetario internazionale, è caratterizzata da un rallentamento determinato anche dall’instabilità generata da alcuni paesi che hanno trasformato il sovranismo nel proprio cavallo di battaglia, e se l’economia nel 2019 rallenterà, come sembra, questo dipenderà anche dalla guerra dei dazi voluta da Trump, dall’instabilità generata dalla Brexit, dal clima di sfiducia alimentato dal governo italiano. E dovrebbe essere chiaro che un paese come il nostro, come l’Italia, che vive anche di export è un paese che punta a tuffarsi dal precipizio se il protezionismo piuttosto che contrastarlo sceglie di incoraggiarlo. Questo, naturalmente, non significa voler difendere lo status quo in Europa. Significa voler incentivare le forze politiche a fare una campagna elettorale a favore di un’Europa più inclusiva per i giovani, più competitiva per le imprese, più capace di alimentare, come ha detto Sergio Mattarella nel suo magnifico discorso di fine anno, sogni e speranze”.

    

Il presidente di Confindustria, naturalmente, non pensa che il rallentamento dell’Eurozona sia causato solo dal momento di difficoltà vissuto dall’Italia. Ma nonostante questo crede che la traiettoria scelta dal governo sia sbagliata per una ragione semplice segnalata oltre che dal Fmi anche dall’Ufficio parlamentare di bilancio: il rischio non di combattere ma di alimentare la spirale recessiva. “La manovra del cambiamento ha aiutato i partiti di governo a mantenere parte delle promesse ma sono convinto che non aiuterà a mantenere la promessa più importante che dovrebbe rispettare un governo: fare di tutto per generare crescita. Il reddito di cittadinanza e la quota cento sono due misure sbagliate e lo abbiamo detto in tutti i modi possibili – e prima o poi anche chi si trova al governo capirà che uno strumento come il reddito di cittadinanza è diseducativo non solo perché contribuirà a ingrossare il mercato del lavoro nero ma anche perché indica una direzione che reputo pericolosa: crea l’illusione che per combattere le diseguaglianze non sia prioritario creare più lavoro. Oggi però non possiamo limitarci a criticare ciò che è stato fatto e abbiamo il dovere come Confindustria di indicare una direzione alternativa, un piano B possibile, e in quel piano ci sono almeno sei dossier che non si possono non considerare. Primo punto: sbloccare senza ricorrere al deficit i ventisei miliardi di euro già stanziati per attivare opere superiori a cento milioni di euro in modo da sbloccare così non solo l’Italia ma anche centinaia di migliaia di posti di lavoro. Secondo punto: accelerare sulle infrastrutture, mantenere gli impegni, non giocare con la demagogia sulle grandi opere proponendo referendum, perché più si perde tempo a rinviare l’alta velocità e più si farà di tutto per allontanare la crescita italiana. Terzo punto: smetterla di raccontare storie che non corrispondono alla realtà, come la storia che grazie a quota cento ci saranno immediatamente nuove assunzioni, e lavorare per portare a casa un grande piano di inclusione attraverso l’abbattimento del cuneo fiscale. Quarto punto: mettere in cantiere un piano di azzeramento delle tasse e dei contributi totale sui premi di produzione negoziati a livello aziendale. Quinto punto: smetterla di giocare con la giustizia, e con la gogna, e ricordarsi che un paese diventa maggiormente attrattivo e accogliente non se allunga i termini della prescrizione, creando maggiore incertezza nel sistema giudiziario, ma se fa di tutto per rendere i processi meno lunghi e più efficienti. Sesto punto: intervenire in modo strutturale, immediato e deciso sulla sfiducia generata dall’instabilità e anche qui il governo italiano dovrebbe capire che di fronte al dramma politico della Brexit il nostro paese avrebbe il dovere non di creare ogni giorno un motivo di ansia ma di creare ogni giorno un motivo per attrarre investitori, capitali e risorse nel nostro paese”.

    

Boccia, ragionando sul futuro della legislatura, fatica “a capire in che modo questo governo possa avere le caratteristiche per la lavorare sulla prossima manovra, su quella dei prossimi anni che dovrà trovare un modo per disinnescare 52 miliardi di clausole di salvaguardia tra il 2020 e il 2021”; denuncia la gravità di un meccanismo politico che piuttosto che abbassare le tasse tende ad alzarle, “nessuno ne parla ma al di là della pressione fiscale c’è un tema enorme legato al settore dei giochi e se tu governo decidi di tassare al 70 per cento un settore, il doppio rispetto alla Germania e tre volte la Francia, stai facendo di tutto per far chiudere quel settore”; ricorda che un differenziale di rendimento fra titoli di stato italiani e tedeschi simile a quello che c’è oggi in Italia, intorno a 250 punti base, “sul lungo periodo non è sostenibile dal sistema finanziario perché impatta in modo negativo sulle piccole e medie imprese che perdono competitività dovendo finanziarsi con obbligazioni il cui tasso di interesse è ogni giorno più alto e impatta in modo negativo sulle banche che avendo miliardi di titoli di stato italiani nelle proprie pance diventeranno sempre più selettive nell’erogare il credito”. E alla fine della nostra chiacchierata ricorda che al netto dei sondaggi che premiano ancora i partiti che guidano il paese “chi si trova al governo dovrebbe rendersi conto che il vento che soffia dal nord è un vento che non va sottovalutato perché se gli imprenditori registrano che ci sono meno ordini, meno fatturato, meno occasioni di crescita non stanno parlando dei propri interessi ma stanno parlando semplicemente degli interessi dell’Italia”.

  

La nostra conversazione con Boccia finisce qui ma prima di congedarci chiediamo al presidente di Confindustria cosa risponderebbe a chi oggi teorizzasse un’opinione come questa: “Sono convinto che nel 2019 la crescita dell’Italia potrebbe arrivare fino all’1,5 per cento”. Boccia dice che di fronte a un’affermazione del genere direbbe prima “magari” ma poi farebbe notare che pronunciare oggi una frase del genere “non sembra possibile”. La frase, diciamo al presidente Boccia, non è una frase qualunque ma è una frase estratta dall’intervista rilasciata ieri da Giuseppe Conte a Bloomberg. Boccia sorride e incrocia le dita.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.