Strappiamo l'Ue ai populisti

Da Salvini a Le Pen, il sovranismo invoca una “riforma dell’Europa” anche se il suo intento vero è distruggerla. Consigli (pratici) su come ribaltare il discorso

I movimenti populisti che attraversano l’Europa si sono intestati la battaglia per il cambiamento. Ha fatto dei giri strani, il cambiamento: era l’arma dell’obamismo, dieci anni fa, promettente, rassicurante, la protezione assoluta da meccanismi del passato, retrogradi e fermi. Poi quel cambiamento si è realizzato in forme diverse rispetto alle attese, alcune cose sono rimaste drammaticamente uguali e il post obamismo ha prodotto un agente di questo nuovo cambiamento, quel Donald Trump che vuole cambiare tutto. Ora il cambiamento è questo: tirar giù a martellate quel che è stato costruito e costituito, perché la formula che ha governato il mondo dal dopoguerra in poi – e ha avuto un’accelerazione con il crollo del muro di Berlino – è ormai considerata fallita da buona parte dell’elettorato che insegue questo sogno di cambiamento sperando così di trovare il proprio posto al sole, la propria rilevanza. In Italia il governo si è appiccicato addosso il cambiamento e non se lo leva nemmeno quando non cambia granché: nulla sarà più come prima, ripete, e se tradisce le aspettative è sempre colpa di una manina altrui. Così i custodi del liberalismo e in particolare del progetto europeo si trovano nella posizione non troppo gratificante di garanti dello status quo. In realtà chi inneggia al cambiamento punta alla distruzione (chissà se poi c’è una ricostruzione: non sembra) e i sostenitori dello status quo invece hanno progetti di rifondazione, cioè appunto di cambiamento. Abbiamo cercato, sentendo commentatori internazionali, di capire su che cambiamento puntare per poter essere europeisti con una visione, mantenendo l’ordine che ci siamo dati – perché funziona: in questo siamo orgogliosi sostenitori dello status quo – ma proiettando quest’ordine nel futuro. Sono venute fuori analisi e idee interessanti, le trovate nel nostro girotondo d’opinioni.


  

Non scimmiottiamo l’euroscetticismo

Quentin Peel, Chatam House: se si tenesse un secondo referendum e la Brexit perdesse, sarebbe un duro colpo per i populisti

Le cause principali della crescita del populismo in Europa sono rilevabili nell’austerità economica, nell’immigrazione, nella diseguaglianza e nell’insicurezza. La risposta semplicistica a questi problemi per molti partiti populisti è stato un contraccolpo nazionalista contro l’apertura dei confini e l’integrazione progressiva dell’Unione europea. I populisti chiedono più controlli nazionali, più “sovranità” e misure restrittive sull’immigrazione. Dietro a tutte queste sfide, i populisti vedono come minaccia comune la globalizzazione, comprese le pressioni crescenti sui movimenti delle persone, che minacciano il loro senso di identità nazionale.

 

La democrazia parlamentare, sorretta da media e potere giudiziario indipendenti, è sotto attacco da parte dei populisti in Polonia e Ungheria. Nel Regno Unito, il voto sulla Brexit, determinato in gran parte dal nazionalismo britannico, non ha soltanto sconvolto l’Unione europea: anche il Parlamento inglese è drammaticamente indebolito. In Germania, Francia, Italia, Spagna e Olanda, il centrodestra tradizionale e i partiti di centrosinistra stanno subendo una pressione senza precedenti a causa della frammentazione determinata da populisti e nazionalisti sia di destra sia di sinistra: costruire coalizioni di governo in tutto il continente è diventato molto complicato.

 

Come possono rispondere i difensori della “democrazia liberale” e del progetto europeo? C’è il pericolo che i partiti centristi vogliano adottare o adattare le politiche populiste dei loro sfidanti, dando una stretta all’immigrazione e scimmiottando la retorica euroscettica. Le elezioni recenti in Svezia e in Germania dimostrano che una tattica di questo tipo finisce semplicemente per rafforzare il sostegno ai populisti. Armeggiare con le riforme istituzionali dell’Ue rischia allo stesso modo di non fornire alcuna risposta nel breve-medio termine. Serve troppo tempo per questo obiettivo, e sono davvero pochi gli elettori che apprezzano argomentazioni arcane sulla geometria variabile e l’Europa a più velocità.

 

La risposta è piuttosto concentrarsi sulle cause del populismo e cercare di adottare politiche – a livello nazionale ed europeo – che affrontino queste cause, e non soltanto i loro sintomi. L’Ue deve dimostrare che è parte della risposta alle ansie degli elettori, non una causa di queste ansie. La crescita economica è certamente parte di questa risposta, ma deve essere una crescita che sia più equamente distribuita rispetto a quanto è accaduto in passato. La cultura finanziaria che ha causato la crisi globale non è ancora stata riformata, mentre si dovrebbe porre fine alla cultura dei bonus delle banche, all’evasione di molte aziende multinazionali, sopratutto nel settore tech. Questa è un’area in cui la cooperazione europea può promuovere una risposta ben più efficace della competizione fiscale tra governi nazionali.

 

L’immigrazione è un’altra sfida fondamentale: nel Regno Unito, il voto è stato essenzialmente un voto contro la libera circolazione dentro l’Ue. Gli elettori hanno un senso di insicurezza che è stato ben intercettato dai partiti populisti. Una risposta può essere data da politiche migliori di integrazione – più facile a dirsi che a farsi. Un’altra risposta può essere una formazione migliore per i più giovani che possono così trovare lavori di più alta competenza in questa nuova era tecnologica. Nel Regno Unito, il contraccolpo populista che ha alimentato il voto per la Brexit sta ora subendo le conseguenze di quella decisione. Le negoziazioni sono state un disastro per il governo, il Partito conservatore è profondamente diviso sulla Brexit “hard” o “soft”. Uno stallo nel Parlamento inglese sulla Brexit può aprire la strada a un secondo referendum. Una soluzione che non è ideale, perché rafforza la convinzione che la democrazia diretta può battere la democrazia parlamentare. Ma se, alla fine dell’agonia delle trattative, l’elettorato inglese dovesse decidere di restare in Europa nonostante tutto, questo sarebbe un duro colpo agli argomenti dei nazionalisti e dei populisti.

Quentin Peel
ex giornalista del Financial Times, è membro dello Europe Programme di Chatham House

  

Non sottovalutiamo la capacità di resistenza dell’Unione

Kaminski, Politico.eu: salvaguardare i tre pilastri di pace, libero movimento delle persone e delle merci e democrazia

Se oggi dovessimo creare l’Unione europea dal nulla, probabilmente non avrebbe la forma attuale. L’Europa ha delle difficoltà sia pratiche sia ideologiche, e in questo caso le idee sono più importanti della sostanza. La Costituzione europea, che è poi diventata il Trattato di Lisbona, ha creato un sistema istituzionale per prendere delle decisioni politiche. Tuttavia, nel frattempo, il progetto europeo è diventato meno chiaro, e oggi ci sono delle visioni contrastanti sul suo futuro. Manca una narrazione comune e infatti nei summit europei ogni paese offre un punto di vista diverso. La Gran Bretagna e i paesi baltici, ad esempio, vogliono un’Europa liberale e in grado di competere col resto del mondo. Il presidente francese Macron ha una visione opposta, vuole un’Europa più protezionista. Tuttavia, secondo me l’Europa ha tre funzioni fondamentali, che vanno difese a ogni costo. Primo, deve mantenere la pace sul continente e non è un obiettivo scontato. C’è stata una guerra in Kosovo appena venti anni fa, e attualmente c’è un conflitto aperto in Ucraina. Secondo, l’Europa deve consentire il libero movimento tra gli stati membri ma per ottenere ciò bisogna proteggere i confini esterni. Il problema è che molti paesi vogliono le frontiere aperti per loro stessi, ma non per chi è diverso. Infine, l’Europa deve salvaguardare la democrazia e il libero mercato.

 

I paesi che hanno adottato l’euro hanno rinunciato alla sovranità economica, e questo ha reso più difficili le dinamiche nell’Ue. E’ un problema economico che ha delle ripercussioni politiche. La crisi greca ha mostrato quanto sia difficile abbandonare la moneta unica senza lasciare l’Ue. Eppure, dovrebbe esistere un meccanismo per consentire ciò. Il rischio è che le divisioni sull’euro indeboliscano la missione più ampia dell’Ue. Non credo che l’Ue sia difettosa per costruzione. Ha subìto il trauma della Brexit ed è riuscita a sopravvivere abbastanza bene. E’ l’unica circostanza in cui un’Europa unita è durata così a lungo quindi non dovremmo sottovalutare la sua capacità di resistere alle difficoltà.

Matthew Kaminski
direttore di Politico.eu (testo raccolto)

  

Attenzione alle manie di integrazione

L’Unione europea è l’esempio più ambizioso della storia di una cooperazione internazionale volontaria – e rimane un successo straordinario. Dopo due terzi di secolo, i suoi elementi di base – mercato e investimenti aperti, confini aperti, cooperazione sulla politica estera e di difesa, sull’antiterrorismo e la lotta al crimine, gli scambi per ricerca e istruzione e molto altro – sono molto più popolari e di successo della gran parte delle politiche nazionali. Prese insieme, le nazioni europee rimangono la più grande potenza nei commerci, fornitori dominanti di aiuti internazionali, la seconda potenza militare, sostenitori preminenti delle istituzioni internazionali, e il modello di governance più rispettato. Anche il modo con cui l’Europa ha affrontato le crisi recenti è ugualmente da elogiare. Il mercato unico e, a parte qualche caso isolato, Schengen restano intatti. La Brexit è un fallimento, e Londra sta ora implorando di mantenere le responsabilità e i privilegi sostanziali della sua membership nell’Ue, “con un altro nome”. L'immigrazione nel Mediterraneo è stata ridimensionata: dal milione del 2015 ora, secondo le previsioni, siamo a 100 mila migranti. Con aiuti, commerci, accoglienza, sanzioni e diplomazia, l’Europa ha sostenuto l’Ucraina contro l’aggressione russa e ha portato il paese permanentemente nel campo occidentale – uno sforzo che al 90 per cento è stato organizzato e pagato dagli europei.

 

Andrew Moravcsik, Princeton: continuare a parlare d’Europa in termini idealistici avvelena il dibattito pubblico

Con tutti questi risultati ottenuti, perché l’Ue ha questa reputazione tanto misera, non soltanto tra i suoi nemici ma anche tra i suoi amici? Perché l’Europa non ha affrontato due problemi: uno materiale, uno ideologico. Il problema materiale è l’euro. La moneta unica è la sola, parecchio eccezionale, politica europea che non ha una giustificazione né tecnocratica né democratica. Si sostanzia con la nozione spesso errata che togliendo il potere sovrano di deprezzare la valuta e di governare sistemi finanziari nazionali si può imporre una convergenza macroeconomica salutare su 19 economie molto diverse tra loro. Invece, il risultato è stato quello di esacerbare le diseguaglianze domestiche e regionali, aumentando i vantaggi di creditori tradizionali a spese dei debitori e alimentando così il discontento populista.

 

Il problema ideologico è altrettanto serio. Non si tratta del populismo euroscettico, la cui influenza oggi in Europa è fortemente esagerata. Molti populisti non riescono a essere eletti, come in Francia, o non partecipano ai governi, come in Olanda. Dove governano, le coalizioni diluiscono il loro potere, come in Austria e un pochino come in Italia. Nel caso eccezionale dell’Ungheria e della Polonia, i populisti minacciano l’Europa su questioni secondarie – come alcune restrizioni o come con le quote sulle migrazioni, che sono impopolari e infattibili – ma non si sognano di uscire dall'Ue, un’alternativa che gli inglesi visionari hanno totalmente screditato. Piuttosto, la minaccia ideologica più grande contro l’Ue viene dai suoi amici, che sono spesso i veri euroscettici. Per la maggior parte dei federalisti europei e per gli osservatori, il successo dell’Ue viene misurato dalla sua capacità di portare avanti un percorso centralizzatore come quello della “even closer union”. Se non riesce a fare questo, l’Ue può collassare o scomparire – un concetto idealistico che non è quasi mai cambiato in mezzo secolo. Ma questa visione non è corretta, ed è politicamente disfunzionale. Incorretta perché l’Europa è stabile, soprattutto, perché rappresenta una necessità pragmatica. Disfunzionale perché un giudizio sui suoi standard idealistici finisce per rappresentare l’Europa come un fallimento permanente. Questo discorso pessimista contribuisce a indebolire l’Europa, non soltanto in Europa, ma anche a Washington o Pechino. I difensori moderati dovrebbero proporre argomenti più pragmatici a favore dell’Ue, questione per questione. Dovrebbero prendersi i meriti per la cosiddetta scorrettezza politica che ha portato a successi popolari, come il contentimento della minaccia migratoria. E dovrebbero invece opporsi a riforme, come quelle sull’euro, che non funzionano. Continuare a parlare dell’Europa in termini idealisti ma irrealistici paradossalmente mostra la mancanza di fiducia nel progetto europeo, e avvelena il dibattito pubblico.

Andrew Moravcsik
insegna Politica a Princeton, dove dirige lo European Union Programme;
collabora con Brookings ed è uno dei massimi teorici dell’Unione europea

  

Una rifondazione con l’orecchio teso

Dominique Reynié, Sciences Po: ripartire dal discorso della Sorbona di Macron, e integrarlo con il volere delle urne

Benché alcuni sondaggi possano trasmettere una certa inquietudine, gli europei non sono contro l’Europa, ma vogliono che riesca a esercitare meglio la propria protezione. La fine dell’Europa preoccupa i popoli europei, perché sono consapevoli che la globalizzazione, le grandi sfide climatiche, la Cina e la Russia, i Gafa (Google, Apple, Facebook, Amazon), la minaccia terroristica e la gestione dei flussi migratori devono essere affrontati assieme, in un quadro di cooperazione tra i vari paesi. Dall’altro lato, tuttavia, non vogliono un’Europa totalmente aperta, ma un’Europa con delle frontiere, che vanno difese e controllate. Gli europeisti non possono agire senza integrare questa esigenza. Il discorso della Sorbona pronunciato da Emmanuel Macron nel settembre 2017, che rappresenta oggi il vero manifesto degli europeisti, è stato un discorso particolarmente utile e denso a livello concettuale perché è stato espresso chiaro e forte il concetto di sovranità europea, che è una buona risposta a ciò che reclamano i popoli del continente. Ma vanno ascoltate anche le richieste degli europei nelle urne, a partire dalla regolarizzazione e la protezione delle frontiere. In seguito bisogna dotare l’Europa di politiche capaci di portare avanti azioni su scala europea, riappropriandosi di temi abbandonati ai populisti, come identità e sicurezza. Sono temi molto importanti, che non sono difesi da cittadini “fascisti”, ma da cittadini ordinari, moderati, che hanno paura che il loro modo di vivere sparisca, di non poter più vivere tra uomini e donne, di non poter più criticare le religioni. E’ necessaria una maggiore europeanizzazione della riflessione e dello spazio pubblico. Da diversi anni difendo l’idea che dobbiamo fare più sondaggi a livello europeo su temi che ci interessano. I sondaggi di Bruxelles sono spesso troppo istituzionali. Abbiamo bisogno di una rappresentazione settimanale di ciò che pensiamo sull’Europa, di cosa pensano gli europei sui temi d’attualità”.

Dominique Reynié
politologo francese e professore a Sciences Po (testo raccolto)

  

Un'immagine dalla manifestazione europeista che si è svolta sabato a Londra (foto LaPresse)


 

L’appartenenza si può insegnare

Jolanta Kurska, Centro Bronislaw Geremek: bisogna ripartire dall'istruzione per mostrarci uniti

Ci aspetta un duro lavoro prima delle elezioni europee. Uno dei grandi errori che abbiamo fatto noi europeisti è stato sopravvalutare il consenso nei confronti dell’Europa. La questione del consenso non è univoca, è molto più complicata, eterogenea e lo stiamo scoprendo in questi ultimi anni. Se si osserva la reazione dei cittadini europei ad alcune decisioni prese dall’Unione, prima tra tutte l’immigrazione, si vede che il sostegno cambia, diminuisce. I cittadini si sentono europei, anche in Polonia, l’appartenenza all’Ue è data per scontata. I populisti, gli euroscettici portano avanti dei discorsi negativi, fanno leva su quegli aspetti o su quelle decisioni dell’Unione che i cittadini fanno più fatica ad accettare, le loro proposte seguono una retorica distruttiva e credo che noi dovremmo afferrare questo dibattito di cui le forze populiste si sono impossessate. Sappiamo ormai che l’appartenenza all’Unione da parte dei nostri paesi è una certezza, lo sanno anche i cittadini, ma dobbiamo anche lavorare tutti insieme per definire il senso di questa scelta europea. In primo luogo credo sia essenziale affrontare il discorso, animare il dibattito sul tema europeo. In secondo luogo, a mio avviso, è fondamentale l’istruzione. Educare al senso di essere europei. Dai sondaggi vediamo che i cittadini dicono di essere pro Europa, ma bisogna educare al senso dell’appartenenza all’Unione europea, questo vale sia per le nuove, sia per le vecchie generazioni. Tramite questa educazione è importante rendere attraente il progetto di cui siamo parte. Per non lasciare il campo ai populisti, per evitare che si propongano come i portatori di un progetto di riforma, dobbiamo smettere di reagire, ma agire. Dobbiamo dimostrare che l’Unione europea è attiva, dobbiamo presentarci come un’organizzazione unita, e non separatamente.

Jolanta Kurska
presidente del Centrum im. prof. Bronislawa Geremka, Centro Bronislaw Geremek (testo raccolto)

  

La percezione può essere pericolosa

Ignacio Molina, Real Instituto Elcano: i cittadini europei devono sentirsi protetti dalle loro istituzioni tramite educazione e giustizia

L’Unione europea non riesce a mostrarsi ai cittadini europei come una leva che favorisce la trasformazione politica perché piuttosto si considera oggi come parte dello status quo e, di conseguenza, agli occhi di molti è diventata il simbolo principale di una tecnocrazia elitista che riduce la sovranità nazionale.

 

Si tratta più di un elemento di percezione soggettiva che di realtà oggettiva, come mostra: (a) il fatto che anche fuori dall’Ue si producono reazioni sovraniste simili (per esempio, il “Make America Great Again” di Donald Trump, che ha come nemico la gestione commerciale multilaterale al posto dell’Ue); oppure (b) il fatto che se un paese decide di uscire dall’Ue (come nel caso della Brexit) la situazione è molto peggiore in termini di prosperità e di capacità di governare la globalizzazione.

  

Il fatto che si tratti di una percezione soggettiva non è di alcun conforto poiché, almeno in certi paesi, il discorso populista di una Bruxelles distante, nemica dei bisogni popolari e parte dell’establishment è molto popolare. In ogni caso, l’efficacia di questo messaggio populista ci dimostra che bisogna mettere in atto politiche che interessino i cittadini.

 

Nel caso delle riforme, queste devono avere legittimità democratica. I Parlamenti nazionali dei paesi dell’euro devono lavorare assieme al Parlamento europeo su queste riforme e i responsabili della Commissione europea che propongono alcune riforme dovrebbero rendere conto davanti ai Parlamenti nazionali e rendersi più partecipi nel dibattito pubblico.

  

Inoltre, bisogna recuperare le priorità come cercare convergenza tra i paesi membri e fare in modo che tutti gli europei godano di standard di vita minimi come parte del loro status di cittadini europei. I cittadini devono percepire che la Ue li protegge davanti ai costi della globalizzazione (per esempio mediante la lotta ai paradisi fiscali) e che li aiuta a essere competitivi (applicando giustizia tecnologica e fornendo educazione migliore).

  

Infine, è importante in termini di immagine che l’Ue sia associata con la gioventù cosmopolita, progressista, urbana ed educata (come quelli che nel Regno Unito votarono per il Remain) ma senza stigmatizzare i gruppi sociali più incerti davanti alla globalizzazione e alla europeizzazione, che potrebbero reagire con sentimenti eurofobi.

 

Ignacio Molina
analista senior presso il Real Instituto Elcano, think tank spagnolo, 
e professore di Scienza politica alla Universidad Autónoma de Madrid

   

Ammalarsi di eurofilia è un guaio

Nella ricerca dell’Eurobarometro della settimana scorsa, circa il 50 per cento degli intervistati ha detto che l’Ue sta andando nella direzione sbagliata, mentre soltanto il 28 per cento dice che si sta muovendo in quella giusta. E sembra che gli unici politici in grado di articolare queste preoccupazioni tanto diffuse sulla tenuta del progetto europeo siano i cosiddetti populisti. Manca nel continente una tradizione di euroscetticismo liberale, sia nel centrodestra sia nel centrosinistra. Questa cosa dovrebbe cambiare, e in fretta. Parte del problema è la convinzione che l’unico modo per essere “buoni europei” sia quello di difendere in modo cieco il progetto. La politica, nonché la qualità dei processi deliberativi in democrazia, dipendono dalla capacità di affrontare le sfide, non certo da una devozione quasi religiosa. La critica è salutare. Questo non riguarda soltanto la politica, spetta anche ai media e agli intellettuali articolare le loro critiche e preoccupazioni legittime.

 

Henry Newman, Open Europe: la gente vuole che un'Ue più responsabile, trasparente e che un po' di potere torni agli stati membri

Invece ci sono legioni di accademici e commentatori per i quali Bruxelles non può fare nulla di sbagliato, e pure un’intera classe di ex diplomatici per i quali l’eurofilia è diventata una deformazione professionale. Tutto ciò rischia di essere davvero molto dannoso. Ed è stato esacerbato dalla Brexit. Il voto nella seconda economia europea, la cui capitale è la più cosmopolita dell’occidente, avrebbe dovuto dare la sveglia al continente. I leader europei avrebbero dovuto domandarsi: cosa abbiamo sbagliato? Invece, al posto di cercare di comprendere perché il Regno Unito, pur essendo fuori da Schengen e fuori dall’Euro, abbia pensato che la propria adesione all’Ue fosse insostenibile, abbiamo visto come gli inglesi siano stati sommariamente descritti come xenofobi e denigrati come se fossero troppo stupidi per comprendere la domanda che era stata loro posta.

 

La Brexit ha radicalizzato i fanatici pro europei che ora chiedono ancora più Europa. La partenza del Regno Unito dall’Ue rimuove un elemento di controllo cruciale. Lo scetticismo nei confronti del progetto europeo è sempre stato parte del centrismo britannico, dal rifiuto di Clement Attlee al piano Schuman – “utterly undemocratic” – alla denuncia del trattato di Maastricht da parte di Margaret Thatcher. A causa di questo scetticismo e del nostro sistema elettorale che ci tiene molto legati alla democrazia locale, tutti i leader inglesi hanno sempre dovuto trattare con cautela la questione europea. In tutta l’Ue, la gente chiede un cambiamento. Vuole che l’Ue sia più responsabile, più trasparente, e che un po’ di potere torni agli stati membri. Ma i progetti del presidente della commissione Juncker e del presidente francese Macron vanno nella direzione opposta. L’uscita del Regno Unito cambierà per sempre il blocco europeo, ma dovrebbe anche essere un momento utile per i leader politici dei paesi membri per cambiare direzione, per regolare l’integrazione e per sfidare il dominio della commissione.

Henry Newman
direttore del think tank Open Europe

     

Serve sicurezza culturale

L’Europa deve riuscire a far sentire gli elettori sicuri, non solo economicamente ma soprattutto culturalmente: quest’ultimo punto viene sempre trascurato, ma è fondamentale. Quello che stiamo vedendo ovunque non è un voto di protesta, ma l’espressione di un elettorato che vede la propria identità a rischio e per questo sceglie consapevolmente di votare partiti che diano una risposta alle sue preoccupazioni. Bisogna innanzi tutto ammettere l’esistenza del problema e trovare una soluzione europea che passi anche attraverso il ritorno di alcuni poteri agli stati membri e la creazione di nuovi luoghi di contatto e dialogo tra i cittadini e la Ue, per rafforzare un legame logoro: forum, possibilità di esprimersi su questioni varie, perché gli elettori vogliono più democrazia, non meno, ed è fuorviante pensare altrimenti. L’Europa, che soffre delle soluzioni deludenti date per molti anni, è certamente a un bivio e, con l’eccezione di Emmanuel Macron in Francia, è la destra a essere forte ovunque. Per i liberali è difficile tenere i populisti nazionali sotto controllo: su temi come l’immigrazione, la crisi economica, la sicurezza alle frontiere sono molto più articolati ed efficaci, oltre al fatto che ascoltano l’elettorato. I liberali, se vogliono contenere una tendenza verso la polarizzazione che ritengo inevitabile, devono tenerlo presente quando parlano di Unione europea. Per ora realtà come i Verdi non mi sembrano assolutamente in grado di rispondere alle esigenze degli europei in maniera più significativa, non credo che cresceranno. Il populismo nazionale esiste da decenni e durerà per altri decenni perché i suoi fondamentali sono ben radicati, non sono arrivati con Lehman Brothers o con la crisi dei migranti. La Ue non ha saputo dare risposte adeguate né all’una né all’altra e anche i partiti di centro-destra sono costretti a inseguire quello che dicono i populisti. Così finirà: con un populismo nazionale light presente e diluito nelle forze politiche mainstream.

Matthew Goodwin
professore di Politica all’Università del Kent, fellow di Chatham House
e co-autore di “National Populism. The Revolt against liberal democracy” (testo raccolto)

Forza alla comunicazione

Front Europejski: riprendiamoci internet, e occhio alla sicurezza sociale

L’Europa deve reagire. Nel breve periodo è vitale per l’Unione europea contrastare le false narrazioni su quale sia il significato dell’Europa. Insieme alla società civile l’Ue e i suoi stati membri dovrebbero sviluppare dei migliori strumenti di comunicazione, inclusi i social media. Spesso l’Europa è vista, e i populisti fanno spesso ricorso a questa retorica, come il semplice riflesso delle istituzioni di Bruxelles, ma l’integrazione europea è molto di più, bisogna far capire che i suoi risultati condizionano la vita dei cittadini in molti aspetti più che positivi. In Polonia più dell’80 per cento della popolazione sostiene l’integrazione europea, ma allo stesso tempo la maggioranza dei contenuti generati dagli utenti online è critica nei confronti dell’Europa. E’ chiaro che qualcuno sta influenzando fortemente il dibattito online e la principale fonte d’informazione e di opinione, soprattutto per le persone giovani, ma non solo resta internet. Quindi, riprendiamoci internet!

 

Nel medio periodo, l’Ue ha la possibilità di rafforzare le organizzazioni della società civile europea, assicurandosi che il nuovo “Values Instrument” sia presente nel prossimo budget europeo, che i fondi siano adeguati e che l’erogazione dei fondi sia indipendente dai governi nazionali. Questo potrebbe rendere più facile comunicare con i cittadini, e rafforzare l’aspetto educativo del lavoro che già fanno le organizzazioni della società civile.

 

Nel lungo periodo, l’Unione ha bisogno di un nuovo impulso politico. Da un lato è chiaro che nessun singolo stato membro possa avere successo da solo in un mondo globalizzato senza l’Ue. Dall’altro, la maggioranza di noi in Europa si sente più attaccato al proprio stato nazionale. In realtà i cittadini si aspettano che il sistema semplicemente funzioni a dovere. Dubitiamo che qualcuno avrebbe da obiettare al dare maggior potere all’Europa se ciascuno capisse che l’Unione serve a migliorare le vite dei cittadini e a questo serve l’Ue. Le elezioni europee del prossimo anno sono un buon pretesto per far nascere un dibattito su cosa ci aspettiamo da Bruxelles. Una possibilità, ampiamente discussa, è uno schema comune di sicurezza sociale in Europa. Per noi la risposta risiede senza ombra di dubbio in una maggiore integrazione.

Front Europejski


  

Hanno collaborato: Gregorio Sorgi, Micol Flammini, Cristina Marconi, Mauro Zanon, Eugenio Cau, Paola Peduzzi