cerca

Chiacchiere innovative con Kaminski

Il direttore di Politico che “costruisce comunità” nei due mondi, tra America ed Europa

Paola Peduzzi

Email:

peduzzi@ilfoglio.it

22 Giugno 2019 alle 06:00

Chiacchiere innovative con Kaminski

Matthew Kaminski (foto via Wikimedia)

C’erano una volta i disruptor, nuovi interlocutori che hanno preso i loro mercati di riferimento e li hanno rivoltati, scossi, capovolti, per poi dominarli, a volte rimanendo schiacciati dalla loro stessa brutalità. Oggi alla distruzione si è sostituita l’interazione, non voglio conquistarti distruggendo(ti), voglio conoscerti, capirti, coinvolgerti, voglio darti una casa, una famiglia, una comunità in cui riconoscerti. E per farlo ti offro l’unica cosa che può fare la differenza, per me e per te: la qualità. Matt Kaminski, il direttore dei due mondi, oggi di Politico America e fino a qualche mese fa di Politico Europe, ripete “comunità”, “interazione” e “qualità” molte volte durante la nostra conversazione, racconta il presente e soprattutto il futuro – visti da lui sembrano così vicini, bastano un paio di passi e ci sei – in un modo rassicurante e pratico, senza romanticismi né ingenuità. L’innovazione è per lui un’opportunità: devi saperla maneggiare, certo, ma se ti fai prendere dalla nostalgia, dal conservatorismo nella sua versione più ristretta – che è lo status quo – sei destinato a perderla, questa opportunità. E il prossimo giro non è detto che ci sia, di sicuro non sarà per tutti.

  

Avevo incontrato Kaminski a Bruxelles alla vigilia del lancio dell’edizione europea di Politico, nel 2015, “ero terrorizzato”, dice oggi, anche se allora non lo sembrava affatto, anzi, aveva l’entusiasmo e le occhiaie tipiche dell’ideatore di startup (gli uffici non erano certo un garage, ma erano ancora spogli, sparsi qui e là, affacciati su corridoi vuoti). Politico esisteva in America già dal 2007, si era conquistato credibilità e popolarità in breve tempo, aveva dominato l’informazione politica degli anni obamiani, aveva deciso di allargarsi in Europa, “e naturalmente in otto anni erano cambiate tantissime cose – dice Kaminski – e dovevamo tenerne conto per trovare una formula europea innovativa”.

 

E’ lì che è arrivata la trasformazione di Kaminski – che fino ad allora era stato un apprezzato giornalista del Financial Times, dell’Economist e del Wall Street Journal, in finale al Pulitzer – di Politico e anche del modo di produrre e consumare l’informazione. “Per mantenere il giornalismo rilevante ed economicamente sostenibile devi avere molto chiaro quello che vuoi fare”, e Kaminski si sente (ed è) “un costruttore di comunità” in cui l’elemento fondante è la competenza. Se gli parli della differenza tra carta e online, sorride come se fosse una battuta, dice che “la piattaforma” non ha una rilevanza nella costruzione della comunità, devi semplicemente essere ovunque, a modo tuo. Sono i membri della comunità che scelgono come interagire con te, se preferiscono la voce si appassioneranno ai podcast, se sono “visual” come spesso sono i più giovani, sceglieranno i video e le immagini e così ognuno deciderà come far parte della comunità. “Agli eventi poi, che sono il momento non soltanto per noi di incontrare il nostro pubblico, ma anche per la comunità stessa di guardarsi in faccia, prevale l’elemento cosiddetto umano”, ma l’esperienza è la stessa, ed è destinata a durare soltanto se è esperienza di qualità. Per non perderti, per non annacquare il tuo messaggio nel flusso continuo e a tratti avvelenato dell’informazione, l’unico argine è la qualità, anzi di più: una qualità riconoscibile.

  

E’ per questo, dice Kaminski, che è uno dei professionisti più apolitici che ci siano nel settore dell’informazione, che tutto dipende dalla regia: devi scegliere cosa vuoi offrire, sempre, e come lo vuoi offrire, sempre. Ci ritroviamo a parlare di Google e di Facebook, dei guadagni nel settore delle news del primo che pure non è un editore, del traffico di dati e di pubblicità del secondo, dello strapotere delle piattaforme e della loro incapacità di responsabilizzazione. E’ come se non crescessero mai, questi sedicenti Peter Pan della tecnologia, è come se avessero sempre come alibi l’innocenza dei fanciulli. Kaminski dice che ormai questa innocenza è deturpata, sia dal punto di vista politico sia da quello culturale, ma ancora una volta il direttore dei due mondi pensa che siano i media ad avere prima di tutti un dovere di responsabilità. Non è moralista, Kaminski, non parla mai di missione dei giornalisti, non conosce il vittimismo per quanto anche i giornalisti di Politico in America abbiano patito il trattamento Trump. “Se guardi quali sono gli attori che più hanno subìto i danni della spregiudicatezza dei social – dice – ti accorgi che sono quelli che hanno ceduto la regia della propria offerta in cambio di visualizzazioni e di una capillarità fittizia”. Se costruisci comunità con un’idea che ti rappresenta, devi fare tu la tua, non puoi delegarla a chi costruisce comunità come proprio core business, perché altrimenti finirai per perderne il controllo. Mantenere l’ordine non è sempre facile, ma il controllo quello sì.

 

Certo, per un brand come Politico è più semplice – è per questo che parlando con lui il futuro sembra tanto vicino – perché è solido e globale, perché ha saputo intercettare il cambiamento in tempi ancora non sospetti (o forse lo erano ma noi non ce ne eravamo ancora accorti) e perché ci ha resi dipendenti nel tempo dai suoi format, le newsletter e l’informalità. Fiocchi e impacchettamento fanno parte dello stile di Politico, ma Kaminski dice che i fronzoli non devono far perdere di vista le intuizioni. “Quando abbiamo lanciato la redazione e i canali tematici nel Regno Unito per esempio c’erano tantissimi media che si occupavano di Brexit”, poteva sembrare quasi presuntuoso volersi infilare nel mondo variopinto dei brexitologi, “però mancava il punto di vista europeo della Brexit, inteso come un punto di vista collettivo, non nazionale”. Ed è così che è nato un altro prodotto, un’altra innovazione, che è diventata presto competitiva anche nel già competitivo mondo inglese. “E’ questo che intendo quando parlo di opportunità”, dice il direttore dei due mondi che ha messo in coppia tecnologia e qualità, ci ha creato attorno una comunità e ora ha a cuore soltanto il coinvolgimento, l’interazione, la chiave del futuro.

Paola Peduzzi

Paola Peduzzi

Scrive di politica estera, in particolare di politica inglese, francese e americana. Tiene sul Foglio una rubrica, Cosmopolitics, che è un esperimento: raccontare la geopolitica come se fosse una storia d'amore - corteggiamenti e separazioni, confessioni e segreti, guerra e pace. Sposata, ha due figli, Anita e Ferrante.

Più Visti

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi