Manifestazione in solidarietà del sindaco di Riace Domenico Lucano, arrestato per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina (Foto LaPresse)

Integrare i migranti significa difendere la nostra cultura. Ma ci vorrebbe una destra civile

Salvatore Merlo

Dal Friuli al Veneto, da Lodi a Riace: l’immigrazione non si risolve creando ghetti. Sicurezza, serietà e responsabilità non sono valori da estremisti 

In Friuli non volevano che gli immigrati, pur avendone in teoria diritto, concorressero all’assegnazione delle case popolari. E allora il presidente della regione, il leghista Massimiliano Fedriga, ha chiesto a queste persone che vengono anche da paesi in guerra, o comunque da luoghi in cui lo stato quasi non esiste, di produrre dei certificati originali per attestare la loro condizione reddituale, cioè l’assenza di case di proprietà. “Ci siamo inventati una cosa geniale”, raccontava allora Fedriga, qualche tempo fa, proprio a chi scrive, nella pausa di una trasmissione televisiva, perché nessuna di queste persone riesce in realtà a ottenere i documenti richiesti.

 

Così poi il sindaco di Lodi, anche lui leghista, ha soltanto copiato l’escogitazione del presidente friulano, come ha raccontato Micaela Farrocco in un magnifico servizio di “Piazzapulita” che da giorni fa discutere: per avere diritto al servizio della mensa scolastica le famiglie immigrate di Lodi devono procurarsi nei paesi d’origine la documentazione sulla propria condizione reddituale. Il mattino di Padova, ieri, ha raccontato che anche nel Veneto governato dalla Lega, per ottenere il contributo regionale sull’acquisto di testi scolastici, i cittadini non comunitari devono presentare, oltre alla certificazione Isee, un certificato sul possesso di immobili o percezione di redditi all’estero rilasciato dalle autorità del paese di provenienza. Twitta Matteo Salvini: “Il sindaco di Lodi vuole controllare che tutti quelli che devono paghino la mensa scolastica dei figli? FA BENE!!!”.

 

E ovviamente il ministro dell’Interno finge di non sapere che questa non è una vicenda che riguarda il diritto (e il rispetto della legge uguale per tutti) ma piuttosto riguarda lo storto, l’abuso, la discriminazione attraverso un cavillo: in sostanza l’idea che la questione epocale dell’immigrazione si possa risolvere creando ghetti e zone di esclusione, che sono in realtà il sistema perfetto per far esplodere ancora di più le contraddizioni del meticciato e della convivenza interetnica. Così proprio il ministro dell’Interno, che dovrebbe controllare la tenuta unitaria del paese contro tutte le cellule disgregative, tanto sociali quanto politiche, fa esattamente l’opposto. Lui vede Riace, dove i migranti vivono e lavorano, anziché delinquere e chiedere l’elemosina per strada, e si spaventa. Salvini d’altra parte pone tutte le domande giuste dando tutte le risposte sbagliate, come diceva Mitterrand di Jean-Marie Le Pen.

 

È infatti nella capacità di assimilare gli stranieri che si misura la forza di un paese, la sua capacità di tenersi insieme, di conservare se stesso, la propria cultura, le proprie tradizioni, le proprie leggi, persino le proprie radici giudaico cristiane. L’Austria impone un esame di lingua tedesca agli immigrati, perché puntare all’integrazione attraverso la lingua è il modo migliore non solo di rendere uguale il diverso senza fargli violenza, ma anche di misurare la sua diversità, il suo conflitto, la sua resistenza. Senza regole, senza definizioni, senza un’integrazione regolata, si corre verso una società pericolosamente esposta al rischio di perdersi.

 

E l’Italia ancora non ha un problema di islamizzazione: ma tra dieci o quindici anni? Ancora un po’ di salvinismo, di apartheid nelle mense scolastiche, di migranti esclusi dal diritto alla casa e al lavoro, e non saranno i nostri ospiti a diventare come noi, bensì noi a diventare come loro. L’argomento dell’immigrazione si maneggia infatti senza sparate comiziali, senza colpi di teatro razzisti, senza paradossi. Sicurezza, serietà e responsabilità non sono valori da estremisti di destra. La migliore cura per i razzisti e per chi campa elettoralmente con la paura sarebbe una destra civilizzata. Ma purtroppo per adesso non c’è.

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  • Salvatore Merlo
  • Milano 1982, vicedirettore del Foglio. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi erasmiana a Nottingham. Un tirocinio in epoca universitaria al Corriere del Mezzogiorno (redazione di Bari), ho collaborato con Radiotre, Panorama e Raiuno. Lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.