Il modello australiano non è quello di Salvini. Parla l'ambasciatore

Giulia Pompili

Greg French, rappresentante di Canberra in Italia, ci spiega gli sforzi di inclusione in un paese fatto (anche) da immigrati

Roma. Mentre va avanti la discussione sul Ddl Sicurezza e immigrazione al Senato, c’è ancora chi ogni tanto tira fuori un “No Way” all’italiana. Il problema dell’immigrazione in Italia si trasforma periodicamente in una “emergenza” (vi ricordate questa estate il caso Diciotti?), e il ministro dell’Interno Matteo Salvini è ricorso spesso al “modello australiano” sulla gestione dei flussi migratori, che però non è esattamente come lo vorrebbe lui – tanto meno come auspicato dal disegno di legge a Palazzo Madama. L’ambasciatore d’Australia a Roma, Greg French, autore di numerose pubblicazioni sul diritto internazionale e con ruolo di ambasciatore in Italia, in Albania e in Libia, dice al Foglio che “vi sono delle similarità, tuttavia anche molte differenze, nelle sfide che Australia, Europa e Italia affrontano nell’ambito dell’immigrazione. Spetta a singoli governi e paesi determinare quali siano le risposte più appropriate per le loro specifiche circostanze.

 

Nel contesto australiano abbiamo un approccio a livello centrale, basato sul rispetto reciproco e su valori condivisi, sostenuto da programmi pratici che promuovono la partecipazione sociale ed economica”. Si parla spesso a sproposito della politica dell’Australia nei confronti dei boat people, i migranti sui barconi, ma c’è soprattutto una differenza culturale che non sempre viene sottolineata: “Oltre a essere fondata sull’orgogliosa eredità degli indigeni australiani, custodi della cultura più antica e tuttora esistente sulla terra, l’Australia è una nazione che si fonda sulla migrazione. L’Australia ha una lunga storia di accoglienza, basata su un ampio sostegno all’immigrazione da parte di tutte le parti politiche. Le diverse comunità australiane costituiscono una componente preziosa che è parte integrante dell’Australia contemporanea. Dal 1945 l’Australia ha accolto circa 7,5 milioni di persone da tutto il mondo e oggi il 28 per cento della popolazione australiana, costituita da 25 milioni di persone, è nato fuori dall’Australia. Accogliamo sulle nostre coste persone da ogni continente, senza discriminazione. Ogni anno, per molti anni, abbiamo accolto una percentuale compresa tra lo 0,5 e l’1 per cento del totale della popolazione”.

 

Molti di quegli immigranti sono italiani: tra di loro c’era pure Sisto Malaspina, 74 anni, che viveva in Australia dall’età di 18 anni, accoltellato a morte a Melbourne venerdì scorso in un attentato rivendicato dall’Isis. “Ovviamente la migrazione dall’Italia, durata tanti anni, ha avuto un ruolo molto importante e positivo. Oggi un milione di australiani è di origine italiana e svolge un ruolo di primo piano in ogni aspetto della vita nazionale. Sono convinto che l’Australia sarebbe molto più povera, in tutti i sensi, senza lo straordinario contributo di innumerevoli italo-australiani, noti e sconosciuti.

In Australia la popolazione sostiene fortemente la migrazione, ciò deriva dalla certezza che i nostri confini sono ben gestiti e protetti. Tale fiducia fa sì che vi sia sostegno anche nei confronti del programma umanitario australiano e che vi sia un’ampia offerta di percorsi migratori”. Insomma non è proprio un “No Way”: “Abbiamo una lunga storia di accoglienza di rifugiati e sfollati a causa di conflitti, persecuzioni e violazioni dei diritti umani. Dalla fine della Seconda guerra mondiale l’Australia ha accolto più di 880 mila rifugiati e altre persone in stato di necessità. Nel 2018-19 il programma umanitario ha previsto un aumento del numero di posti a 18.750. A settembre del 2015 l’Australia si è inoltre impegnata ad accogliere altre 12 mila persone sfollate a causa dei conflitti in Siria e in Iraq”.

 

L'ambasciatore australiano in Italia Greg French


 

Migranti legali, quindi, dando un colpo al business dei trafficanti: “Le politiche australiane mirano anche a dissuadere le persone dal prendere contatti con i trafficanti e avventurarsi in viaggi pericolosi e illegali via mare verso l’Australia. Le nostre politiche sono riuscite ad arginare il flusso di imbarcazioni, distruggendo il modello commerciale dei trafficanti e prevenendo la perdita di vite umane in mare. Sono passati circa quattro anni e mezzo dall’ultima morte accertata in mare a causa del traffico di persone verso l’Australia”, dice l’ambasciatore French.

 

In questo contesto la situazione libica per l’Europa è cruciale, qual è la posizione di Canberra in merito? “L’Australia”, spiega French, “sostiene l’impegno di tutte le parti interessate verso una risoluzione a guida libica della crisi che sia inclusiva, duratura e pacifica. In questo contesto abbiamo offerto sostegno all’Onu nell’attività volta alla riconciliazione nazionale in Libia”. In Italia estremizziamo l’emergenza immigrazione (anche se gli sbarchi già nell’estate 2018 erano in calo), ma poi è comunque difficile trovare una soluzione al problema dell’accoglienza e dell’integrazione, come mai? “Non sarebbe appropriato per me fare commenti sui numeri degli arrivi o sui sistemi di accoglienza in vigore in Italia o in qualsiasi altro paese. Spetta agli altri governi e paesi decidere le risposte più adatte alle loro particolari circostanze. Quello che posso fare è descrivere brevemente il sistema di accoglienza australiano”.

 

Ci dica. “Il nostro sistema si basa sulla visione australiana di accettare le diversità, sottolineando al contempo l’identità nazionale unica dell’Australia e l’importanza di essere un popolo ben integrato e coeso. Il nostro approccio è supportato da programmi pratici per assistere i nuovi arrivati. Programmi disponibili per i primi cinque anni dall’arrivo dei rifugiati e degli altri migranti che risultino idonei, e forniscono supporto pratico per trovare alloggio, iscriversi ai servizi governativi, trovare le scuole per i bambini, conoscere il modo di vivere australiano ed essere indirizzati ad altri servizi, in base alle esigenze individuali. Tali servizi sono finalizzati al raggiungimento dell’autosufficienza, allo sviluppo delle competenze linguistiche della lingua inglese e a incentivare l’avvicinamento ai servizi governativi il prima possibile dopo l’arrivo in Australia”.

 

Il populismo ha raggiunto l’Europa e sta distruggendo l’idea di un’Europa unita. Lei cosa pensa della situazione nel Vecchio Continente? “Vorrei sottolineare nuovamente quanto non sarebbe per me appropriato commentare le politiche di immigrazione europee o italiane. Ciò che posso dire, ed è esposto nel nostro recente Libro bianco sulla politica estera, è che l’Unione europea rimane vitale per gli interessi dell’Australia. Continueremo a cooperare con l’Ue e gli stati membri rispetto al nostro comune interesse di limitare l’esercizio del potere coercitivo e di affrontare sfide come il terrorismo, la proliferazione delle armi di distruzione di massa, lo sviluppo sostenibile, i cambiamenti climatici e i diritti umani. Rafforzeremo ulteriormente le relazioni bilaterali con i principali stati membri, di cui naturalmente l’Italia fa parte. In questo contesto stiamo lavorando per la negoziazione di un accordo di libero scambio tra Australia e Ue. Ciò migliorerà l’accesso ai nostri rispettivi mercati, con una potenziale maggiore prosperità e inclusività. Sarà inoltre un segnale strategico per il mondo del nostro impegno comune a rafforzare le regole internazionali. Agiamo in base al principio che saremo tutti più sicuri e più prosperi in un ordine globale basato su regole concordate e non unicamente sull’esercizio del potere”.

 

Per l’Italia sarà un’opportunità, nonostante la lontananza geografica? “Stiamo assistendo a una fiorente relazione con l’Italia, non da ultimo nel settore del commercio e degli investimenti, con nuove attività commerciali da miliardi di dollari, ottime relazioni, mutui interessi e vite condivise. Stiamo sviluppando inoltre un dialogo molto costruttivo con i rappresentanti del governo italiano, analizzando le possibilità di migliorare attraverso la nostra interazione la vita delle persone in entrambi i nostri paesi”. E l’ambasciatore French ci fa un esempio: “Noi australiani produciamo lana meravigliosa e affidiamo la parte migliore di quella lana ai nostri partner italiani, a Biella, per esempio. Non molto tempo fa ero lì, nella bellissima valle con colline boscose e ruscelli che scorrevano, dove ho trovato persone esperte, dedite e laboriose. Lì ho notato della lana australiana proveniente da una fattoria vicino casa mia in Australia, nella bellissima valle Yass, anch’essa con le sue colline boscose, i suoi corsi d’acqua e persone, competenti, dedite e laboriose.

 

Ciò mi ha fatto capire come tutti in questo caso traiamo benefici dai nostri scambi, che sono non solo una fonte di reddito, ma anche di grande orgoglio e identità per i miei vicini di casa, un orgoglio che risale a molte generazioni addietro poiché producono alcune delle lane più pregiate al mondo, per rendere possibile alcuni dei migliori tessuti e capi del mondo, prodotti di grande qualità, bellezza e funzionalità. E’ in questo modo che i cittadini sia in Italia sia in Australia beneficiano dei nostri scambi. Lavoreremo con i nostri partner in Italia e in Europa, per ottenere altri esempi come questo”. Ma ci sono molti metodi per rafforzare il senso di comunità: “Recentemente alcuni colleghi dell’ambasciata australiana, mio figlio e io ci siamo uniti a molti amici italiani per raccogliere rifiuti nel Parco dell’Aniene a Roma, nell’ambito del progetto globale Clean Up the World, iniziato in Australia trent’anni fa. Quando ci impegniamo in piccole attività, come pulire insieme il nostro quartiere, è facile vedere come le cose che condividiamo sono molto più forti delle cose che ci dividono. Questo mi dà la certezza che alla fine le persone in Italia, Australia, Europa e in tutto il mondo possono contribuire e sostenere soluzioni complessivamente positive, in grado di migliorare la vita di tutti noi”.

Di più su questi argomenti:
  • Giulia Pompili
  • È nata il 4 luglio. Giornalista del Foglio dal 2010, si occupa delle vicende che attraversano l’Asia orientale, soprattutto di Giappone e Coree, e scrive periodicamente anche di Cina e dei suoi rapporti con il resto del mondo. Ha una newsletter settimanale che si chiama “Katane”. È terzo dan di kendo.