Nella produzione di parmigiano reggiano sono impiegati molti indiani della comunità Sikh. La foto è stata scattata a settembre, nell'azienda agricola Dall'Aglio, vicino Reggio Emilia. LaPresse

L'integrazione crea valore

Paola Peduzzi

Un progetto internazionale che è una minirivoluzione per la crisi dei migranti

Milano. “Non ci saranno mai sufficienti fondi umanitari per risolvere la crisi dei rifugiati, figurarsi se ce ne sono abbastanza per aiutarli a ricostruire le loro vite”. Il progetto sui rifugiati presentato ieri alle Nazioni unite – il cosiddetto Refugees Compact – parte da questa constatazione, che può sembrare a prima vista una resa e invece è la premessa per una piccola rivoluzione. Le aziende private diventano i “boots on the ground” per la ricostruzione delle vite dei rifugiati, che scappano dalle loro case principalmente dalle guerre e devono ricominciare in paesi stranieri – che spesso sono ai loro confini, e che spesso sono lontani, sono i paesi in cui viviamo noi in occidente.

  

L’Onu è al lavoro sul Global Compact per le migrazioni, un documento che è stato elaborato a luglio e che dovrebbe essere approvato all’Assemblea di dicembre in Marocco. Non è vincolante, ma molti paesi si stanno sfilando, ieri è toccato all’Austria che non vuole firmare, come non vuole l’Ungheria, perché sostiene che sia troppo ambiguo: migrare non è un diritto, né deve diventarlo. 

  

Nel 2017, il numero di rifugiati è cresciuto del dieci per cento, è pari a 25,4 milioni, la crescita più alta mai registrata in un singolo anno. I politici occidentali parlano di invasione, vogliono rivedere le regole di accoglienza, si accapigliano sulle solidarietà mancate, ma “l’85 per cento dei rifugiati vive in zone in via di sviluppo”, ha scritto sul Financial Times Filippo Grandi, alto commissario per i Rifugiati dell’Onu.

 

Il settore privato ha un ruolo cruciale per la gestione di questa crisi: laddove la politica non riesce a risolvere o almeno governare i conflitti, laddove le ristrettezze economiche e un nazionalismo “first” escludono ogni sostegno internazionale, possono arrivare le aziende, fornendo investimenti e posti di lavoro. La Banca mondiale ha condotto un studio nel campo profughi di Kakuma, in Kenya, in cui spiega che i rifugiati “hanno talenti, abilità e una rete di contatti che possono diventare dei piccoli centri di attività economiche”: è come con i celebri distretti italiani, alta specializzazione per servizi che possono essere di nicchia, e poi allargarsi. I rifugiati “hanno aumentato la rendita economica dell’area intorno a Kakuma del 3,5 per cento”, dice la Banca mondiale, sottolineando così il messaggio implicito di questo progetto: si crea valore. La gestione dei rifugiati non è assistenzialismo più o meno compassionevole, non è un aiuto a fondo perduto: può essere così durante le emergenze, quando ci sono i picchi dei flussi, dopo fughe precipitose e disperate. Poi ci sono le vite da ricostruire, e questo non vale soltanto nei campi profughi all’estero, che spesso vengono costruiti in zone poverissime, dove manca un tessuto sociale ed economico che garantisca qualcosa di più della mera sopravvivenza: vale anche in Europa. Mentre ci si scontra sull’accoglienza, sia a livello europeo sia in sede Onu, mentre l’immigrazione diventa uno spauracchio permanente in cui ci si accusa reciprocamente di non voler distinguere tra immigrati clandestini e gli altri, c’è chi lavora sul passo successivo, che è quello dell’integrazione. Due anni fa, in Germania l’agenzia del lavoro Manpower ha iniziato un programma per trovare lavoro ai rifugiati: all’inizio ha dovuto investire soprattutto in corsi di lingua, perché la prima barriera all’entrata nel lavoro è quella linguistica. Quest’anno, da gennaio a giugno, ha trovato lavoro a 2.500 rifugiati, il 29 per cento in più in mezzo anno di quanto è accaduto in tutto il 2017. Il progetto è stato poi esportato anche in altri paesi, come la Francia, la Bulgaria e la Svezia: i numeri sono ancora piccoli, e anche chi lavora a questi progetti dice che è soltanto un inizio, c’è ancora molto da fare. Naturalmente per i paesi con un’occupazione sostenuta il meccanismo è più facile: un mercato del lavoro flessibile e aperto è un punto di partenza in alcuni casi imprescindibile. Per paesi in sofferenza occupazionale e che hanno patito un flusso di migranti più corposo ci sono difficoltà maggiori, ma la minirivoluzione è soprattutto culturale. Bisogna uscire dalla logica emergenziale e soprattutto da quella visione da “invasione” che vanificano ogni promessa di integrazione. I migranti possono essere – sono – una risorsa, e anche il mercato lo è, soprattutto quando la questione migratoria non è considerata prettamente un fardello, una responsabilità sociale che consuma e assorbe fondi e non restituisce nulla.

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  • Paola Peduzzi
  • Scrive di politica estera, in particolare di politica europea, inglese e americana. Tiene sul Foglio una rubrica, “Cosmopolitics”, che è un esperimento: raccontare la geopolitica come se fosse una storia d'amore - corteggiamenti e separazioni, confessioni e segreti, guerra e pace. Di recente la storia d'amore di cui si è occupata con cadenza settimanale è quella con l'Europa, con la newsletter e la rubrica “EuPorn – Il lato sexy dell'Europa”. Sposata, ha due figli, Anita e Ferrante. @paolapeduzzi