Appunti sul procuratore di Locri

Massimo Bordin

Nel caso del sindaco di Riace e del magistrato che lo indaga, oltre agli atteggiamenti da curva, si stanno facendo strada diverse argomentazioni da approfondire

La vicenda del sindaco di Riace ha determinato atteggiamenti da ultrà di curve calcistiche contrapposte, scrivono accigliati in molti. Si può evitare la ritorsione polemica che inevitabilmente, e banalmente, parlerebbe di pulpiti e prediche. Si può anche ricordare che qui si è sempre sostenuto che le partite si vedono meglio in tribuna. In ogni caso non sempre un commento può essere assimilato all’urlo dell’ultrà, specie quando si basa sui fatti e non sulle appartenenze o, per restare nella metafora calcistica, sulle maglie dei giocatori.

 

Nel caso di cui si parla si sta facendo strada l’argomentazione che vede la appartenenza a Magistratura democratica del procuratore di Locri come una garanzia del rigore della indagine. Una “toga rossa” che viene attaccata dai “rossi” segnala l’imparzialità del magistrato. Il ragionamento ha un fascino che ne occulta la tenuta logica, perché anche le toghe rosse hanno fatto sciocchezze e il catalogo è vasto.

 

Il dottore Luigi D’Alessio però ha al suo attivo innegabili successi nelle altre procure dove ha operato, fanno notare i suoi sostenitori, che, aggiungono a completare la loro difesa, non si sono purtroppo tradotti in un’adeguata valorizzazione del magistrato messo a guida di una piccola procura, per di più priva del potere di indagine sui fatti di mafia, di competenza dei colleghi di Reggio Calabria. Si tratta però di una piega della questione che fornirebbe una logica a una iniziativa, obiettivamente sproporzionata secondo lo stesso gip, che troverebbe spiegazione nelle decisioni del Csm e nel risalto mediatico delle indagini piuttosto che delle sentenze.

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