Immondizia a Tor Bella Monaca (foto Salvatore Merlo)

Virginia e sora monnezza

Salvatore Merlo

Dopo la batosta, si “torna fra la gente”. Viaggio ai confini del disastro con la sindaca Raggi, a Tor Bella Monaca

Roma. Solo una giovane donna alla guida di una Twingo vecchia di almeno vent’anni, sgasando su Via dell’Archeologia, un nome che è tutto un incongruo programma in questa periferia degradata a venti chilometri da Fontana di Trevi, le getta addosso un fiume d’improperi come un secchio d’intestini fumanti. Ma Virginia Raggi, diafana, pantaloni e giacca blu su orecchini penduli e camicetta bianca, non se ne accorge nemmeno. Cammina sui tacchi bassi pestando cartacce e asfalto sbriciolato, tra quelle buche maligne come tagliole che a Roma sono l’arredo urbano della periferia, ma ormai pure del centro. Incespica anche lei, eppure nessuno in realtà la contesta, tutto il contrario. E questo malgrado la monnezza non raccolta e graveolente da chissà quante settimane stia lì, a pochi passi, proprio dietro l’angolo in cui la farmacia, in questa zona di spaccio, espone un eloquente cartello: “Le siringhe si vendono solo a pacchi da dieci”. Dopo la rabbia subentra la rassegnazione. Ma qual è lo stato d’animo di chi si trova oltre la rassegnazione?

 


 

Virginia Raggi con alcuni abitanti di Tor Bella Monaca (foto Salvatore Merlo)


  

Il signor Musumeci, che lavora per una ditta di pulizie in centro – “per vivere lavo i cessi, signora sindaca” – esce di casa, come moltissima altra gente, e corre anche lui a salutare Virginia e raccontarle i suoi problemi, i suoi guai, per descriverle lo stato di ordinario abbandono in cui si vive qui, oltre il Raccordo Anulare, al di là delle bellezze immortali del centro storico, un quartiere che di cose liete e innocenti ne offre poche, qui dove i bambini per gioco contano i ratti, quei notevoli roditori che ritengono preferibile lo sfruttamento delle strade assai più ricche di rifiuti e di commestibili in genere delle native fogne. “Non ci dovete abbandonare. Guardi come viviamo”.

 


 

 L'ingresso della farmacia (foto Salvatore Merlo)


 

Tatuaggi, ciabatte, seni ballonzolanti, dialetto deciso e non sempre bonario. Virginia Raggi a Tor Bella Monaca è come una nave da crociera nei canali di Venezia, è come se d’improvviso fosse arrivato il circo, il “Grande Fratello”, la compagnia del teatro itinerante. La gente urla dalle finestre di questi palazzoni color pidocchio che sono case popolari spesso occupate abusivamente. Una mamma con tre piercing al naso ostenta un bambino di circa un anno al di là della finestra, verso le telecamere e le macchine fotografiche. “Dicono che ho sfonnato la porta e occupato la casa”, s’insinua una giovane donna, che avanza come un carro caracollante facendosi largo nel capannello di cronisti, attivisti del M5s, consiglieri di quartiere, e semplici curiosi che circonda la piccola sindaca. “Ma nun è vero, sinnaca”, le urla. “Nun è vero. Non ho sfonnato la porta. Faccia qualcosa, c’ho tre figli! Io l’ho votata! E so’ contenta ch’avete fatto il governo co’ Salvini e rimannate i negri a casa loro”. Tutti vogliono una mano, credono di poter essere aiutati, vogliono essere ascoltati. E la sindaca ha una parola buona per ciascuno.

 


 

 Foto Salvatore Merlo


 

Sono le due del pomeriggio di martedì dodici giugno, sono passate appena ventiquattro ore dalla sonora sconfitta elettorale del Movimento cinque stelle al III e all’VIII municipio di Roma, le elezioni che in città hanno consegnato il Movimento cinque stelle a percentuali irrisorie. E la sindaca Raggi, sotto un sole centrafricano, ha già inaugurato la nuova strategia, per tentare di scalare daccapo la montagna del consenso, dalle pendici. “Torno tra la gente”, aveva detto. E allora eccola, che osserva, ascolta i lamenti di un’umanità straziata, mentre tra i sopraccigli ritrova anche un lieve solco verticale a testimoniare intensità ostinata, impegno, empatia, rabbia, solidarietà. E’ come se dicesse: “Sono una di voi”. Davvero sembra un’attivista di opposizione, una pasionaria indignata, la ragazza della borgata Ottavia, non il capo del governo della città, la proprietaria e l’amministratrice di condominio, anzi di tutti i condomini di Tor Bella Monaca. A un certo punto rimprovera il presidente del Municipio – “eh, però questa strada non la sistemate da troppi anni” – e tutto in lei svela una vocazione stabilita fin dal momento in cui è scesa dalla piccola utilitaria del parco macchine comunale che l’ha accompagnata in questo sobborgo cittadino in cui il Movimento cinque stelle, nel 2016, aveva raccolto percentuali bulgare. Una vocazione, la sua, mantenuta nell’intonazione, nella pettinatura e persino nel raro sorriso, nel corruccio perenne che sul suo volto diventa quasi una maschera, una paresi facciale.

A un certo punto la portano giù lungo le scale di una delle tante palazzine di magro e cadaverico cemento, tra graffiti e mozziconi di sigaretta a valanghe, muri umidi di spugna, giù giù fino allo scantinato di questa casa popolare, dunque di proprietà del comune, da cui si solleva un olezzo di fogna e di altri innominabili residui ed essenze. E lei si sottopone anche a questa tortura. E’ disposta al martirio, non rifiuta nulla, pur di non scontentarli, di farli sentire ascoltati, “perché le istituzioni con i Cinque stelle al governo non sono più sorde”. Eppure ogni gradino, per la sindaca, e per tutti quelli che l’accompagnano, è un passo in più verso l’inferno. Quasi si barcolla trafitti da un odore indescrivibile. Qualcuno ha appeso un cartello, inequivocabile: “Cacatoio e dormitorio dei tossici”.

 


 

Foto Emiliano Pretto (Agenzia Dire)


  

La piccola folla di residenti osserva la sindaca inaugurare dei lavori stradali. Una bambina scivola sul selciato sconnesso, e allora la madre, grande grande e muscoluta, ciabatte e tatuaggio di Francesco Totti sulla caviglia destra, urla una bestemmia, non si sa bene rivolta verso chi. “Abbiamo fatto una gara, un anno fa. E ieri sono iniziati i lavori lungo la strada”, spiega la sindaca, che si aggira con mitezza e stanchezza, offrendo un sorriso vuoto. “La settimana scorsa abbiamo iniziato sui marciapiedi. Stiamo anche potando gli alberi”, dice la Raggi, rivolta ai tanti giornalisti. “Chiaramente i cittadini ci hanno fatto notare che in queste case popolari non si interviene dagli anni Ottanta, per cui ci sono dei problemi”, aggiunge. Quattro operai stanno in effetti stendendo un velo di asfalto, e i cronisti sono arrivati a frotte. Altrove sarebbe una cosa normalissima, ma qui anche la normalità diventa speciale. Un evento. A Dubai fanno le conferenze stampa quando costruiscono interi arcipelaghi di isole artificiali, contendendo la terra al mare. A Tokyo progettano quartieri sottomarini. Londra, ma anche Milano, si punteggia di grattacieli spettacolari. A Roma invece fa notizia una strada asfaltata.

 

“Sindaco, si ricorda di me? Sono Giovannino. Conoscevo suo padre, eravamo insieme nel Movimento sociale”, le urla un vecchietto, un signore di novantacinque anni, ma vispissimo, che sembra star lì anche a testimoniare quanto gli anziani parlino l’italiano meglio dei giovani . “Le voglio fare vedere una cosa”, dice allora Giovannino alla sindaca di Roma. “Qui dietro c’è della spazzatura che non viene raccolta da sei mesi”. Cartoni d’imballaggio, pacchi di maccheroni, fogli di quaderni, a liste, a pallottole, a foglie morte, a trucioli e a coppetti, carte e bucce di arance, scarpe, un divano, l’infisso di una finestra, una grondaia, e poi ancora vestiti, bottiglie di plastica, giocattoli, uno zaino di scuola sfondato. La monnezza invade persino la strada. E qualcuno ha buttato dei sacchetti pure nella carcassa di una Mini Minor incendiata e posteggiata come se fosse ancora utilizzabile. Camminando, se non si sta attenti, ci si ritrova con un piede che sembra essersi fatto più alto dell’altro per l’incollatura di qualche strano mollicone spugnoso.

 

 

“Adesso devo andare”, dice la sindaca. “Ma venga le faccio vedere una cosa”, insiste Giovannino. “Poi torniamo”, risponde lei, stanca per il caldo, la polvere, la calca, le troppe parole, quelle dette e quelle ascoltate. “Solo dieci minuti”, dice l’altro, in preghiera. E lei, seria, gentile, accondiscendente: “Torniamo. Devo scappare. Ma torno… Torno”. E mentre la sindaca si allontana in macchina, un camion della nettezza urbana fa la sua magica apparizione, dopo mesi, su Via dell’Archeologia. Due operatori iniziano il lavoro di raccolta. Stratificazioni archeologiche di spazzatura (sarà per questo il nome della strada?), così zuppa d’orride misture da lasciarsi dietro una scia inconfondibile. Anche la carcassa d’auto incendiata è scomparsa. Portata via da un carro attrezzi del comune. “Stava lì da due anni”, dice il signor Giovannino. “Adesso quasi mi manca”.

  • Salvatore Merlo
  • Milano 1982, vicedirettore del Foglio. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi universitaria in Inghilterra. Ho vinto alcuni dei principali premi giornalistici italiani, tra cui il Premiolino (2023) e il premio Biagio Agnes (2024) per la carta stampata. Giornalista parlamentare, responsabile del servizio politico e del sito web, lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.