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Il merito del Team Sky è di averci fatto vedere il ciclismo che non vogliamo

La squadra britannica ha cambiato questo sport, molte volte ha sacrificato lo spettacolo sull'altare del successo. Ha però generato una reazione a tutto questo

13 Dicembre 2018 alle 10:30

Il merito del Team Sky è di averci fatto vedere il ciclismo che non vogliamo

foto LaPresse

Ogni volta che si ha a che fare con un dominio viene naturale pensare che questo sia ingiusto, non motivato, determinato da qualche trucchetto. Eppure non sempre è così, molte volte esso è determinato da un anticipare i tempi, da un far volgere a proprio favore qualcosa che prima di altri si è scovato, intuito, messo in pratica.

 

Il Team Sky non ha fatto altro che capire prima di tutti in che modo si stava evolvendo lo sport, in questo caso il ciclismo. Ha cercato di rendere questa disciplina una scienza esatta, l'esatta replica su strada di valori fisiologici elaborati e studiati in laboratorio. Quello che ha fatto il team inglese in questi ultimi dieci anni non è stato altro che studiare e applicare teorie scientifiche alla tecnica sportiva, rendere gli uomini il più possibile simili alle macchine. Ci sono riusciti in modo eccezionale. Hanno dimostrato che lo studio, la conoscenza e la volontà possono creare prodotti vincenti, quasi imbattibili.

 

Ma proprio mentre stavano confezionando questo prodotto perfetto, il progetto del Team Sky ha dimostrato le sue crepe più grandi. E non sono crepe dovute alla bontà dell'idea, tutt'altro, sono smagliature in un quadro più grande, che colpiscono proprio quello che il Team Sky ha cercato di minimizzare in tutto questo tempo: l'immaginazione.

 

Chris Froome che si getta a capofitto in discesa verso Bagneres-de-Luchon nel corso della ottava tappa del Tour de France 2016, Chris Froome che parte sul Colle delle Finestre a 80 chilometri dal traguardo dello Jafferau al Giro d'Italia del 2018, per quanto studiate a tavolino, rimangono due momenti di ciclismo che superano la normale pianificazione della gestione di una corsa a tappe. Rappresentano altro. Rappresentano quello che il ciclismo per molto tempo è stato e che proprio il Team Sky ha cercato di appiattire. Uno sport dove l'impresa andava a braccetto con il rischio di fallire, dove il coraggio dell'inconsueto si accompagnava con il pericolo del crollo fisico.

 

 

Il Team Sky ha in questi anni cercato di eliminare il più possibile il rischio di fallimento. Preparava i suoi atleti di punta al meglio, focalizzava tabelle di allenamento e picchi di forma in modo scientifico per ridurre il più possibile le possibilità di non raggiungere l'obbiettivo prefissato, ossia il Tour de France, la più ricca e importante corsa a tappe del mondo. Non è stata la prima squadra a farlo, non sarà l'ultima. E' una tendenza che c'è dagli anni Sessanta almeno, che è diventata totalizzante nel periodo delle vittorie di Lance Armstrong. Per anni Froome aveva la Grande Boucle e solo la Grande Boucle in testa, tutto il resto non contava. Si preparava per questo e per questo soltanto. E una volta arrivati in Francia andava in scena lo stesso copione. Vittoria a cronometro e poi squadra schierata in testa al primo arrivo in salita a fare un ritmo impossibile per tutti, il capitano scattava e metteva in saccoccia quel vantaggio necessario per controllare gli avversari, cosa che diventava facile se si aveva come gregari gente che avrebbe potuto fare il capitano altrove.

 

In questi ultimi otto anni il Team Sky ha rodato, sistemato e reso perfetto questo meccanismo. Una gestione della corsa legittima, impeccabile addirittura, ma che ha reso molte volte il Tour piatto, poco appassionante. E questo per meriti evidenti della Sky, ma anche per demeriti altrui. La forza della squadra inglese bastava a volte per disincentivare scatti e azioni da lontano, bastava a dissuadere gli avversari a cercare di ribaltare le cose. L'attendismo molto spesso ha soffocato la corsa.

 

Eppure mentre andava in scena il dominio di un gruppo su tutti gli altri avversari, forse per necessaria reazione, forse per semplice necessità, c'è stato uno strano ritorno alla fantasia, alla teatralità, alla voglia di rischiare. In un'epoca nella quale il ciclismo stava abbracciando l'iper-specializzazione, il ragionamento per singoli obbiettivi, i corridori hanno iniziato a correre di più, hanno iniziato a provare a vincere e non solo a provare a non perdere. Se il Tour de France era cosa da Sky, allora tanto valeva rischiare altrove. A marzo Vincenzo Nibali si è prima inventato il finale perfetto della Milano-Sanremo e poi ha visto l'effetto che fa correre un Giro delle Fiandre; Romain Bardet ha sfiorato la Strade Bianche e si è convinto di poter inventare qualcosa di buono nelle Classiche del nord; Tom Dumoulin si è convinto di andare forte su tutti e due i versanti della montagna e ha capito il gusto di lanciarsi alla disperata a decine di chilometri dal traguardo; Simon Yates ha iniziato a recitare da interprete eccezionale nelle corse a tappe senza rinunciare mai all'attacco e alla sfida in campo aperto. Soprattutto in tutto questo rimescolamento gli organizzatori di corse a tappe, Vuelta esclusa, hanno capito che servono le grandi e lunghe salite per creare spettacolo e distacchi, per invogliare i corridori a rischiare.

 

 

E vedendo questi accenni di cambiamento, vedendo questi uomini rischiare di saltare per cercare di far saltare gli altri, noi appassionati da divano o da bordo strada, noi amanti della bicicletta della domenica, che sui pedali un minimo di fatica l'abbiamo fatta, abbiamo capito che il ciclismo che ci piace è questo, quello dell'immaginazione al potere, quello dell'improvvisazione spettacolare. Il ciclismo di ragazzi che sanno quanto hanno da perdere ma attaccano lo stesso perché non si sa mai, che il giorno prima tentano l'affondo e il giorno dopo hanno le facce sfinite e spente di Simon Yates e Thibaut Pinot sulle strade alpine, gente che non si è mai arresa.

 

La Sky voleva eliminare le variabili del ciclismo, rendere tutto scientifico. Ha riacceso la fantasia, c'ha fatto capire cosa amiamo e cosa no.

Giovanni Battistuzzi

Giovanni Battistuzzi

Al Foglio dal 2014. Nato il 5 gennaio, nel giorno più freddo del secolo scorso, lì dove la pianura incontra il Prosecco. Veneto. Ciclista urbano. Pantaniano. Milanista. Scrivo di sport, ciclismo soprattutto. In libreria trovate Girodiruota, che è il nome anche del mio blog

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Commenti all'articolo

  • vekkto

    13 Dicembre 2018 - 13:01

    Grazie per questa appassionata e azzeccata riflessione

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