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Il ciclismo pazzo e selvaggio di Svein Tuft

Nel 2019 il canadese, a 41 anni, continuerà a correre per l'americana Rally UHC Cycling. Ma continuerà a fare quello che ha sempre fatto: gregario in bicicletta, esploratore nella vita

8 Gennaio 2019 alle 19:17

Il ciclismo pazzo e selvaggio di Svein Tuft

Dovesse scegliere una sola parola per rappresentarsi, probabilmente sceglierebbe Weltanschauung, anche se il tedesco lo sa poco, rudimenti appena. Non solo concezione della vita, anche e soprattutto concezione del mondo e di come l'uomo si inserisce in esso. E' però una Weltanschauung attiva la sua, pratica più che teorica, esplorativa più che concettuale.

 

Dovesse scegliere un solo luogo al mondo per vivere, probabilmente sceglierebbe la montagna, ma solo se lontano da molto, non da tutto, perché "ci sono due aspetti fondamentali della vita, quella interiore e quella sociale, serve unirle, farle dialogare".

 

Dovesse scegliere un mestiere, un lavoro per stare al mondo, probabilmente sceglierebbe di fare l'esploratore, "ma ormai c'è poco o nulla da esplorare", quindi forse continuerebbe a fare quello che ha sempre fatto e continua a fare: il ciclista. Per questo Svein Tuft ha deciso che non è arrivata ancora l'ora di smettere. Dopo sei anni alla fu GreenEdge, poi Orica, ora Mitchelton è passato alla Rally UHC Cycling, formazione ProContinental, serie B del ciclismo mondiale, un mezzo passo indietro che a 41 anni un mezzo passo indietro non è. E' un altro attestato di stima. Perché a questa età la maggior parte dei corridori ha salutato la bicicletta da un pezzo. Svein Tuft però non è un ciclista come tutti gli altri.

 

C'è chi sceglie di lasciare una squadra WorldTour per fare il capitano, c'è chi per lo fa per necessità, Tuft lo ha scelto per missione e per passione: "Non sono qui per provare a vincere, non mi interessa". E chi ci ha corso assieme sa che questa non è una posa.

 

Era il 2014, era il Giro d'Italia, la prima tappa: cronometro a squadre a Belfast. Era il 9 maggio, il giorno del suo compleanno e la squadra all'unanimità decise che sarebbe stato lui a passare per primo sotto il traguardo. L'Orica vinse e lui fu maglia rosa.

 


Foto LaPresse


 

"Quando gli abbiamo riferito la decisione presa, gli abbiamo detto 'te lo meriti, ti rispettiamo per quello che fai'", ha detto Luke Durbridge, neocampione australiano a cronometro, a Rouleur. L'indomani con il simbolo del primato addosso Tuft si mise comunque in testa per mettersi a disposizione della squadra, per tirare il plotone. E ai compagni che gli dicevano di stare a ruota, che quel giorno il capitano era lui, rispose: "Oh, io non voglio stare in gruppo, non è il mio posto, vorrei tirare! Lo posso fare per favore?". Nessuno riuscì a convincerlo del contrario.

 

 

Oggi come allora il canadese non ha cambiato idea. "Sono qui per dare una mano. Non sono un capitano, sono un gregario. Questo è quello che so fare", ha detto alla televisione canadese. "Ho fatto praticamente tutte le gare WorldTour in calendario e in questi anni ho compreso le difficoltà che si possono incontrare nel passaggio tra il ciclismo nordamericano a quello europeo. La differenza più grande è nella cura dei dettagli: la lettura della gara, lo stile di vita e il ritmo sono gli aspetti da curare, quindi il mio obiettivo sarà quello di condividere le mie conoscenze per aiutare i ragazzi della squadra", ha ribadito a Cyclingnews.

 

Perché per lui la bicicletta non è fatica, è libertà; la fatica non è tortura, è piacere; l'aria in faccia non è condanna, è necessità, scelta di vita.

 

Ha scoperto la bellezza dello stare all'aria aperta nei sobborghi di Vancouver, seguendo sua madre, Lesly, istruttrice di fitness. Ha scoperto l'avventura a quattordici anni quando per due soldi ha comprato una vecchia mountain bike un pò messa male, l'ha sistemata, c'ha saldato un rimorchio d'acciaio per metterci i bagagli e partì per Bella Coola, un villaggio minuscolo tra le montagne della British Columbia, a mille chilometri da Vancouver. Sbagliò stagione e si trovò a pedalare nella neve, a dormire a meno venti sotto lo zero. Gli piacque a tal punto che quando i suoi si separarono riprese la bici, nel rimorchio ci mise il suo cane, Bear, e ripartì per l'Alaska. Pedalava di giorno, si accampava dove capitava, mangiava quello che riusciva a trovare. Sopravvisse a due valanghe a un principio di congelamento dopo aver pedalato per 20 ore di fila per arrivare al primo posto abitato dopo aver perso la sua giacca con i suoi soldi infilati nella tasca mangiando solo una latta di fagioli. Disse suo padre: era "testardo, testardo. Aveva un sacco di cose da dimostrare al mondo". Per Svein "quei viaggi riguardavano soltanto una cosa: la scoperta di chi ero, un modo come un altro per mettermi alla prova. Questo è molto importante per i giovani".

 

Tuft non ha mai smesso di mettersi alla prova, continua a vivere la sua strada, una strada non sempre ortodossa, quasi mai comune.

 

Il Canada lo ha lasciato vent'anni fa. Prima per trasferirsi in America per lavorare in un negozio di biciclette. E' lì che ha scoperto quelle da corsa. E' lì che si è messo in strada e ha capito che chi correva da anni non andava più forte di lui. E' li che ha compreso che farsi pagare per pedalare non era poi così male. A 23 anni iniziò coi dilettanti e dimostrò di saperci fare a tal punto che la nazionale canadese lo portò al Tour de l'Avenir. Non aveva mai corso davvero in gruppo, ma finì ugualmente la corsa. Fece uno stage per la Mercury, una delle principali squadre americane dell'epoca e stupì tutti. Gli presentarono un contratto e una scheda di "trattamenti" da fare e lui rispose picche che al suo fisico ci avrebbe pensato da solo. Finì in una squadretta di infima categoria. Lavorava e nel tempo libero si allenava. Riuscì comunque a conquistare il suo primo titolo di campione canadese a cronometro e a piazzarsi al secondo posto della prova in linea. Venne ingaggiato dalla canadese Symmetrics e poté smettere di fare altri lavori. Il tempo che non lo impiegava in sella lo utilizzava per scalare le montagne. Gli dicevano che non era il caso, lui faceva spallucce e nel 2008 terminò al secondo posto la cronometro dei Campionati Mondiali e al settimo quella dei Giochi Olimpici non cambiando di una spanna il suo modo di vivere.

 

  

Neppure alla Garmin, serie A del ciclismo mondiale, gli fecero cambiare stile di vita. Continuò come aveva sempre fatto a passeggiare in montagna e ad allenarsi per sterrati. Quando vestiva la tutina della squadra si metteva al servizio dei capitani, prendeva la testa del gruppo e lo tirava sino a quando era necessario. Durò due anni. Gli dissero che non c'era più posto per lui. Lui salutò e se ne ritornò in Canada, al Team SpiderTech, perché aveva già visto tutto quello che voleva vedere in America.

 

Quando a Matt White, che gli fu avversario per anni, gli affidarono la direzione della GreenEdge, lo chiamò, gli disse che uno come lui non poteva correre in Canada e lo convinse a trasferirsi in Europa. Lo portò a Girona, gli insegnò come si fa la vita da atleta. A Tuft venne voglia di smetterla. E così si trasferì tra le montagne di Andorra a una decina di chilometri dal primo posto abitato, sotto le montagne che ama.

 

Lì ha trovato il suo mondo. Ai piani di allenamento preferisce escursioni a piedi, cicloturismo da trecento chilometri a botta, sci di fondo, arrampicata e yoga. Agli integratori ricostituenti le tisane d'ortica "buona per fortificare naturalmente i livelli di testosterone e ferro". I ritiri in altura se li fa a modo suo, scala una parete rocciosa e dorme oltre i tremila metri in una tenda. Massaggi? "Solo quando corro, altrimenti mi immergo in una pozza di acqua a sei gradi. Stai dentro dieci minuti e i tuoi muscoli tornano come nuovi". Agli antinfiammatori preferisce le camminate a piedi nudi: "I campi elettromagnetici influenzano negativamente il corpo umano, intesiscono i muscoli. Stare a contatto con la terra ti rimette a posto, ti rilassa". La medicina? "E' utile, è necessaria, ma se lasci le tensioni fuori di te, se ti rapporti in modo tranquillo con il mondo, se non ti intestardisci ad avere quello che non ti serve e a fare quello che non è nelle tue corde capirai che quasi non ti serve. Il cervello è ciò che hai di più importante. Essere sereno è la miglior medicina".

 

Giovanni Battistuzzi

Giovanni Battistuzzi

Al Foglio dal 2014. Nato il 5 gennaio, nel giorno più freddo del secolo scorso, lì dove la pianura incontra il Prosecco. Veneto. Ciclista urbano. Pantaniano. Milanista. Scrivo di sport, ciclismo soprattutto. In libreria trovate Girodiruota, che è il nome anche del mio blog

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