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Ha stato Pippo Pozzato

Il corridore veneto si è ritirato dal ciclismo dopo 19 anni, alcuni successi e qualche delusione. Lo credevano un campione, non gli hanno mai perdonato niente, lui comunque ha vinto e si è divertito

19 Dicembre 2018 alle 11:57

Ha stato Pippo Pozzato

foto LaPresse

A inizio degli anni Zero c'erano due nomi e due cognomi che dovevano e potevano vincere tutto il vincibile. Almeno per quanto riguarda le gare di un giorno. Quei due nomi e cognomi erano Fabian Cancellara e Filippo Pozzato. Li pescò la Mapei, li fece vestire di cubetti e li provò a far crescere. Non fosse successo quello che è successo, non avesse il ciclismo tentato il suicidio a forza di pozioni, probabilmente la Mapei avrebbe fatto tesoro dell'intuizione. Invece la squadra di patron Squinzi si ritirò e lo svizzero e l'italiano andarono altrove.

 

A inizio degli anni Zero chi seguiva il ciclismo parlava di Cancellara come di una macchina perfetta da velocità, di Pozzato come un concentrato di classe a pedali. E quando lo vedevi pedalare capivi perché. All'epoca aveva una zazzera bionda in testa, la faccia da ragazzino furbo, l'eleganza nel muoversi su di una bicicletta.

 

Pozzato passò professionista a nemmeno diciannove anni saltando la categoria dilettanti dopo aver vinto un argento e un bronzo ai Mondiali di Valkemburg. Era il 1998 e correva tra gli juniores. Forse per questo, forse perché gente che andava come lui ce n'è sempre stata poca, ecco che attorno a quel nome, Pippo Pozzato, si sono sempre accumulate tonnellate di ambizioni, di sogni italiani di vittoria, di speranze di avere qualcuno che potesse dominare come in passato altri hanno dominato. L'Italia è d'altra parte la nazione degli allenatori e dei cittì, dei campioni a parole che si sintetizzano in quel "avessi io la sua classe...".

 

Diciannove anni dopo Filippo Pozzato ha chiuso in un cassetto il ciclismo professionistico, le sue maglie, le sue biciclette iperleggere, i suoi viaggi per e intorno al mondo. Ha detto basta a 37 anni, ha detto che non ci sarà un 2019 per lui in gruppo. Non che non volesse, lui in bici ci sarebbe stato anche a lungo, ma non c'era più spazio. Non ce n'era nella sua ultima squadra. Non ce n'era nella serie A del ciclismo, dove avrebbe desiderato tornare, per un addio alle corse che ha amato e dove, almeno a giudizio di tanti doveva stare per classe, ma non ha voluto stare per voglia.

 

I giudizi su di un corridore che potrebbe vincere ma lo ha fatto sono spesso mossi da una sottile invidia, da quel "avessi io la sua classe..." che viene ripetuto talmente tante volte al bar che entra in testa, depone uova e cresce a dismisura. Non capendo che proprio perché viene detto al bar, davanti a un prosecco o a un campari, è tanto improbabile quanto impossibile, ché a fare vita da professionisti è dura, ché a rinunciare a tanto per vincere è una scelta personale, legata all'ambizione, non certo un favore che si fa ai tifosi. C'è chi è disposto a concedersi totalmente al ciclismo e chi un po' meno.

 

Pippo Pozzato per diciannove anni ha portato in giro il suo amore per la bicicletta. Lo ha fatto altalenando imprese e insuccessi, fiammate di classe cristallina e débâcle incredibili. Poteva fare di più? Forse. E' comunque riuscito a essere protagonista in un ciclismo che stava cambiando, che stava diventando sempre più veloce e spietato.

 

Pippo Pozzato sognava la Milano-Sanremo e la conquistò in un pomeriggio di marzo del 2006. La conquistò tenendo la ruota dei coraggiosi su e giù dal Poggio, trovando il tempo e l'allungo giusto sul rettifilo d'arrivo quando il gruppo ormai era prossimo al ricongiungimento. Lo fece con un'azione di forza e classe, come poche ne abbiamo viste, un lampo che da solo basterebbe per incensarne una carriera. A molti sarebbe bastato, per lui non fu sufficiente. La gente era ingorda di gloria altrui e la sua mancanza di fame gli è sempre stata rinfacciata, nonostante per quattro volte sia finito tra i primi dieci, una volta ancora sul podio, secondo. In ogni caso per dodici anni fu l'ultimo volto italiano sul gradino più alto della Classicissima. C'è voluta un'invenzione di Nibali per ritornare al successo a Sanremo.

 

 

Pippo Pozzato sognava la Sanremo, si è poi innamorato delle pietre del Nord. Lì ha trovato una sua dimensione, si è trovato a suo agio. Due volte ha sfiorato la vittoria. Nel 2009 è finito secondo alla Parigi-Roubaix alle spalle di quel fenomeno del pavé che è stato Tom Boonen. Nel 2012 ha concluso in seconda posizione il Giro delle Fiandre sempre dietro Tommeke. Gli mancò un po' di cattiveria per riscrivere la storia. "Pensavo che Tom fosse un po’ più stanco, invece allo sprint è stato bravo, più bravo di me", disse a gara terminata.

 

 

Dopo quel primo aprile del 2012 al Nord è tornato altre volte, cercando una dimensione da primattore, almeno da protagonista. Per una cosa o per l'altra non è mai andata bene. Forse non ha neppure sputato l'anima per farlo. Chissà. Lo sa senz'altro lui meglio di tutti cosa è successo. E sì che nel 2013 qualche soddisfazione se l'è tolta. Al Laigueglia, all'Agostoni, al Grand Prix de Ouest-France ha dimostrato che di talento ne aveva ancora a bizzeffe.

 

Quegli ultimi lampi lo hanno cambiato, gli hanno fatto capire che non sempre le cose vanno come devono andare, che qualche errore l'ha commesso, ma tant'è, si è sempre divertito e questo alla fine conta. Si è messo in gioco di nuovo, ha lavorato per gli altri, ha insegnato agli altri, ha continuato a divertirsi certo, ma deconcentrandosi da sé e concentrandosi sui compagni. Prima alla Lampre e poi alla Wilier ha fatto da Maestro per i giovani, ha fatto da apripista per i capitani.

 

Pippo Pozzato ha lasciato il ciclismo perché non c'era alternativa. Forse poteva farlo prima, ma per chi ama questo sport, per chi ama la bicicletta non è facile lasciare ciò a cui si vuole bene. Per diciannove anni ha interpretato a suo modo questo viaggio. A volte in modo strambo, a volte in modo spaccone, sempre però in modo sincero. Ha sbagliato e non si è mai nascosto dietro a giustificazioni di comodo. Ha voluto bene a questo mondo senza esserne mai inghiottito e ossessionato. Ha dimostrato che un ciclista può essere altro. Ha dimostrato che l'amore per la bici è una cosa meravigliosa. Perché con quella faccia da attore, quel fisico da modello avrebbe potuto fare altro e le offerte non gli sono mancate. Ha preferito la bici, nonostante tutto. E se non è diventato un campione amen, peccato, c'è di peggio. Ha vinto abbastanza lo stesso, si è divertito comunque.

 

Pippo Pozzato ha lasciato il ciclismo con qualche parola d'amore, di quelle che non sempre gli sono uscite.

 

 

Caro Pippo, forse hai ragione te, è stata una figata. 

Giovanni Battistuzzi

Giovanni Battistuzzi

Al Foglio dal 2014. Nato il 5 gennaio, nel giorno più freddo del secolo scorso, lì dove la pianura incontra il Prosecco. Veneto. Ciclista urbano. Pantaniano. Milanista. Scrivo di sport, ciclismo soprattutto. In libreria trovate Girodiruota, che è il nome anche del mio blog

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