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Classicissimo Nibali. Lo Squalo fa l'impresa alla Milano-Sanremo

Dopo dodici anni un italiano conquista la Classicissima. E il siciliano ci riesce scattando sul Poggio, volando verso l'Aurelia e resistendo verso la linea del traguardo. Secondo Ewan, terzo Démare

17 Marzo 2018 alle 18:05

Classicissimo Nibali. Lo Squalo fa l'impresa alla Milano-Sanremo

foto LaPresse

"Andiamocene". "Non si può". "Perché?". "Stiamo aspettando". Ci sono oltre una cinquantina di Vladimir e oltre una cinquantina di Estragon nel gruppo in corsa alla Milano-Sanremo. Ci sono ogni anno, e quasi mai per mancanza di volontà. E pure l'edizione 2018 è andata così. D'altra parte si corre, e parecchio, si va forte, e parecchio, le salite sono poche e nemmeno troppo pendenti e provare l'azzardo è rischioso come puntare tutto su un numero secco sulla roulette del casino di Sanremo. E così succede che si aspetta, si attende, si valuta e Godot non arriva. Mai. Ma se arriva... Se arriva è una cosa fantastica, perché inconsueta, difficile, quasi impossibile. Se arriva è un sospiro lungo due chilometri, quelli che separano la fine dell'ultima discesa alla linea d'arrivo. Quelli nei quali Vincenzo Nibali è stato inseguito, braccato, sfiorato, ma non catturato. Quelli del trionfo di Nibali, del tripudio per Nibali, della redenzione e non per Nibali, per il ciclismo italiano, perché lassù in Riviera non si vinceva da dodici anni e undici edizioni, da Pippo Pozzato e dal suo spunto buono del 2006. Non si vinceva e si parlava di maledizione. Serviva il colpo a effetto, forse il colpo dello Squalo.

 

Tra Vladimir ed Estragon, Nibali decide di non fare la parte di Godot che il Poggio era a metà, che il Poggio raggiungeva le sue pendenze più dure. Uno scatto a inseguire Neilands, un altro a liberarsi di Neilands, un'accelerata per tentare la fuga dal gruppo, per allontanarsi il più possibile da quel Peter Sagan che fa paura per quanto è forte, da quei velocisti che famelici rimangono a ruota per giocare le loro carte negli ultimi trecento metri. Nibali che fugge, che scollina primo, che per primo discende, rientra nell'Aurelia, spinge allo sfinimento per evitare di essere uno dei tanti, uno dei soliti ripresi degli ultimi cinquecento metri. E si mangia Sanremo con un azzardo che per una volta paga.

 

 

Ai velocisti rimane un pugno di rimpianti. Quello di Caleb Ewan sul manubrio, quello di Arnaud Démare sulla coscia. Quelli sbagliati, perché quelli giusti erano già passati, li hanno visti da dietro librarsi verso il cielo, erano quelli dello Squalo che a inizio stagione aveva detto che voleva scoprire qual era la sua dimensione nelle Classiche. Pensava alla Amstel Gold Race, alla Liegi-Bastogne-Liegi, forse al Giro delle Fiandre, soprattutto al Mondiale. E' arrivata intanto la Sanremo e va benissimo così, perché un successo del genere era talmente difficile da sembrare impossibile.

 

Intanto per Marc Cavendish continua la maledizione della fisica. Per lo sprinter inglese un'altra caduta, questa spaventosa. Mentre il gruppo correva a cinquanta all'ora verso l'inizio del Poggio, Cannonball non ha visto uno spartitraffico e lo ha preso in pieno, facendo un brutto capitombolo sull'asfalto. Auguri

 

 

Ordine d'arrivo:

1. Vincenzo Nibali, 2. Caleb Ewan, 3. Arnaud Démare, 4. Alexander Kristoff, 5. Jurgen Roelandts.

Giovanni Battistuzzi

Giovanni Battistuzzi

Al Foglio dal 2014. Nato il 5 gennaio, nel giorno più freddo del secolo scorso, lì dove la pianura incontra il Prosecco. Veneto. Ciclista urbano. Pantaniano. Milanista. Scrivo di sport, ciclismo soprattutto. In libreria trovate Girodiruota, che è il nome anche del mio blog

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