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Il ritorno del gioco dell'estate: il tiro al Nibali

Giovanni Battistuzzi

Il passo falso verso Saint-Etienne, la scelta di puntare a una vittoria di tappa invece che alla classifica generale e il ritorno del passatempo italiano: cercare di affossare i nostri campioni

È una storia già vista, un chiacchiericcio già sentito. Come fosse un tavolo in penombra di una bettola dell'Ottocento attorno al quale uomini in tabarro parlottano ossessivamente di tutto ciò che non va, di tutto ciò che non funziona, trovando il modo di addossare la colpa al primo notabile che passa di lì per caso, ma senza mai trovare la voglia di passare alla pratica, di affrontare veramente la questione. E il primo notabile che passa di lì per caso è sempre il solito: Vincenzo Nibali. Perché Vincenzo Nibali è quello che non ha vinto abbastanza, è quello che poteva dare di più, è quello che “avessi io il suo talento avrei fatto sfaceli” oppure è quello che non ha abbastanza talento per farne di sfaceli. Perché Vincenzo Nibali non è mai stato abbastanza, come fosse un'evidenza, una ovvietà. Se ha vinto è perché mancavano gli avversari e quando ha perso è perché gli avversari c'erano ed erano tutti più forti di lui e la sua non vittoria è la dimostrazione di tutto questo. Quattro grandi corse a tappe (2 volte il Giro d'Italia, un Tour de France e una Vuelta di Spagna) vinte e sette podi conquistati in carriera tutti per demeriti altrui: com'è crudele il ciclismo per la concorrenza.

 

Una storia e un chiacchiericcio che si sono riproposti sabato 13 luglio a salire verso la Côte de la Jalliere, uno spuntone di un chilometro e novecento metri con un finale tagliente come un pugnale a una decina di chilometri abbondante da Saint-Étienne. È lì che Vincenzo Nibali si è staccato da un gruppo di una trentina di corridori tra i quali pure quale velocista da fondo e tenuta. È lì che ha iniziato ad accumulare il distacco di 3'59" con il quale si è presentato all'arrivo. È nel capoluogo del dipartimento della Loira che il preparatore dello Squalo Paolo Slongo ha osato dire che “secondo me ha staccato con la testa più che con le gambe. È stato difficile il binomio Giro-Tour. Nella sua testa c’era il Giro e probabilmente non aveva una grande condizione soprattutto di testa per affrontare la classifica. Oggi quando si è staccato ha mollato, inutile continuare se non si è convinti. Ora siamo qua. La squadra è improntata tutta sulle vittorie di tappa. Ci saranno dei giorni per recuperare e poi magari penseremo a qualche tappa. Vincenzo non è deluso perché probabilmente nella sua testa non aveva questo disegno, alle corse bisogna essere al 100 per cento non solo con le gambe”. Tutto ciò è stata lesa maestà nei confronti degli appassionati italiani.

 

 

Vincenzo Nibali non vincerà il Tour de France 2019. Peccato. Un filo di dispiacere può essere compreso. Ogni tifoso ha il diritto di sognare per il proprio campione una maglia gialla vestita sotto l'Arc de triomphe. Quello che non è comprensibile è perché Nibali sia stato apostrofato con una gamma di termini che vanno dal mercenario al fallito, dall'infame allo stronzo, dal traditore al pensionato. Lo Squalo è andato in crisi, non è riuscito a tenere i migliori, ha capito che è meglio puntare a qualcos'altro che a un posto di rincalzo in classifica. Sono conti facili da fare, soprattutto per uno come lui abituato da sempre a lottare per essere il migliore. Molte volte lo è stato, molte volte no, non si è mai tirato indietro però.

 

In molti hanno contestato il fatto che uno come lo Squalo non può mollare di testa. Meglio di chiunque altro ha spiegato la questione Omar Di Felice, ultratleta che sa benissimo quanto la testa conta per far andare avanti le gambe.

 

 

E la testa di Nibali si è già focalizzata su nuovi obbiettivi. Lo Squalo non ha mollato il Tour, non se ne è tornato a casa, non sta facendo cicloturismo. È ancora in gruppo alla ricerca di una fuga buona, di un'azione pirenaica o alpina, di un finale di tappa da divorare per conquistare ciò che gli si confà, ossia la ribalta. Perché fare classifica, lottare per un podio non è solo una questione di gambe, ma soprattutto una questione di concentrazione e di volontà, un qualcosa che Luis Ocaña definì “sfinente”, prima di aggiungere che “è come avere una corda appesa al collo che è lasca e inoffensiva all'inizio ma che più si percorrono chilometri, più si fa stretta e inizia a toglierti il respiro. E tu sai che in quei momenti se non hai un collo allenato è meglio fare un passo indietro, cercare altre vie”.

 

Vincenzo Nibali ha trovato scomoda questa corda e per una volta ha fatto il passo indietro, ha deciso di provare altre vie. Non c'è niente di male, una scelta sportiva come tante. Non ha mai cercato di fare il capopopolo, non ha mai voluto essere il portabandiera di un movimento ciclistico che ha visto anni orribili e che ancora oggi non è uscito dalla palude nel quale si è ficcato da solo. Ha fatto semplicemente il corridore, quello che non si è mai tirato indietro quando serviva portare la carretta di un passato glorioso.

 

Gli si può dire che forse non è riuscito a comunicare sempre bene questo ruolo nel quale ahilui si è trovato, quello di Sisifo del pedale tricolore. Gli si può dire che forse non è stato capace di essere Peter Sagan, ossia guascone e campione allo stesso tempo. Gli si può dire che qualche errore lo ha fatto, qualche volta ha steccato la nota giusta, qualche volta ha valutato male gli avversari e ha buttato via qualche occasione. Però accusarlo di alto tradimento è eccessivo. È già capitato al Tour de France del 2016 e abbiamo visto com'è andata, con un'Olimpiade persa soltanto per un avvallamento della discesa.

 

È una storia già vista, un chiacchiericcio già sentito che andrà avanti sino alla prima fuga buona, quella durante in molti casi nuove casacche verranno vestite.