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De Gendt vince al Tour: ossia ogni tanto quel che è giusto si realizza

Il belga conquista Saint-Etienne dopo una fuga lunga un giorno. Alaphilippe e Pinot guadagnano 20 secondi sul gruppo. Nibali perde più di quattro minuti

13 Luglio 2019 alle 17:40

Thomas De Gendt ha vinto l'ottava tappa del Tour de France 2019, la Macon-Saint-Etienne, 199 km. Il belga della Lotto-Soudal era andato in fuga al mattino con altri tre uomini. Sull'ultima salita ha staccato Alessandro De Marchi, l'ultimo ad arrendersi degli avanguardisti. Alaphilippe e Pinot, con uno scatto sulla Côte de La Jaillère, sono riusciti a conquistare 20" su tutti gli uomini di classifica. Nibali in difficoltà, è arrivato a oltre 4 minuti. Julian Alaphilippe è la nuova maglia gialla.

  

Quest'anno su Girodiruota il Tour de France sarà solo una parte di un racconto più grande: un romanzo in 21 puntate, una storia che parla di ciclismo, ma anche di altro. A seguire l'ottava puntata (oltre il prologo) del feuilleton della Grande Boucle, quello che parte da una camera calda e va in un altrove francese, ciclistico, giallo come il Tour de France 2019. [qui trovate tutte le puntate]

 


 

[leggi la puntata precedente] “Quel bestione là dovrebbe avere la maglia gialla”. Il ragazzino fu categorico mentre con la mano aperta e tesa sfidava la televisione. Quel bestione là era Marcus Burghardt e come ogni giorno era davanti al gruppo a prendersi tutto il vento che c’era, a cercare di non far prendere troppo vantaggio a Thomas De Gendt, Alessandro De Marchi, Niki Terpstra e Ben King. I quattro dopo pochi chilometri si erano avventurati alla caccia del successo, nella speranza che gli altri utilizzassero le strade tra Macon e Saint-Etienne per farsi nulla più che una scampagnata. Tutto però sembrava dimostrare il contrario. Perché in quel su e giù incessante verso il centro della Francia gli inseguitori non lasciavano lo spazio necessario per la speranza.

“Perché non si mette dietro come fanno tutti?”, chiese Eddy.

“Perché non si può stare tutti dietro, per forza qualcuno deve stare davanti”.

“Ma perché sempre lui?”.

“Perché la squadra ha deciso così, serve qualcuno che fatichi subito, per permettere a Sagan di vincere dopo”.

“E cosa ci guadagna a far vincere il compagno?”.

“Fiducia, futuro e soldi”.

“Come soldi? Se vince il capitano li prenderà il capitano no?”.

“No. Si divide coi compagni, perché è vero che vince solo uno, ma faticano tutti”.

  

Eh già, faticavano tutti, pure quello vestito di verde, quello che era il capitano di quel bestione là. Perché davanti l’Astana aveva iniziato a darci giù pesante sui pedali e lui piano piano aveva perso posizioni nel gruppo e pedalava affaticato dietro a tutti. Ma non mollava, restava aggrappato in qualche modo, stringeva i denti, non mollava. E quando la strada diventava un po’ meno dura recuperava e tornava davanti.

  

“Boia…”, urlò Eddy mentre De Marchi sembrava aver preso la tangente diretto verso una transenna. La transenna però rimase lì in piedi assieme al corridore a pochi centimetri da essa, ancora aggrappato a freni e manubrio, con la faccia di uno che se l’era appena vista brutta.

 

 

E se l’era vista brutta pure De Gendt, che si voltava in continuazione indietro a vedere dove fosse il compagno d’avventura, perché, senza il corridore della CCC, avrebbe dovuto pedalare da solo sino all’arrivo e se già in due avevano poche possibilità, da solo non ne avrebbe avuta nessuna. “Che gran corridori che sono De Gendt e De Marchi”, fece dal nulla nonno Ottavio.

“Perché?”.

“Perché è da un’ora che dietro vanno forte forte per staccare i velocisti e hanno perso appena un minuto. Sai cosa vuol dire?”, e senza aspettare la risposta del nipote, continuò: “Che sono dei fenomeni. Fanno da soli quello che dietro fanno in sette”.

“E riescono a vincere?”.

“No, perché non sempre quello che sarebbe giusto alla fine si realizza”.

 

Aveva detto questo pochi minuti prima, il tempo di vedere la Ineos stendersi sull’asfalto tutta assieme come stessero provando la coreografia di un balletto, e già sembrava esserne dimenticato.

 

  

Era lì a dire allezallezallez ad Alaphilippe e Pinot che erano scattati in cima alla Côte de La Jaillère ed erano pronti a riprendere De Gendt. “Ma non tifavi quello in fuga?”, chiese Eddy.

“Sì, ma anche quelli che sono scattati”.

“Ma non puoi”.

“Certo che posso. Lo sto facendo. Io tengo per tutti quelli che scattano”.

“Comunque De Gendt ti sta fregando, si vede che sei vecchio, non ne azzecchi una”, prese in giro il nonno mentre il belga avanzava sicuro e sempre più convinto di poter arrivare. Perché nonostante i chilometri, nonostante la solitudine, nonostante la fatica De Gent continuava a pedalare forte, senza preoccupazioni, come fosse in scia a chissà quale gregario immaginario. Eddy immaginò che potesse essere lo spirito del ciclista buono che gli rendeva onore per tutto quello che aveva fatto ai compagni di squadra in questa prima settimana di corsa.

 

[continua...]

Giovanni Battistuzzi

Giovanni Battistuzzi

Al Foglio dal 2014. Nato il 5 gennaio, nel giorno più freddo del secolo scorso, lì dove la pianura incontra il Prosecco. Veneto. Ciclista urbano. Pantaniano. Milanista. Scrivo di sport, ciclismo soprattutto. In libreria trovate Girodiruota, che è il nome anche del mio blog

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