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IL VOLO DI EDDY. IL ROMANZO SUL TOUR DE FRANCE 2019 / 9

Impey è il più svelto nell'assalto al treno della 9a tappa del Tour de France

Il campione sudafricano, in fuga dal mattino con altri 14 corridori, ha battuto Tiesj Benoot sul traguardo di Brioude. Julian Alaphilippe mantiene la maglia gialla

14 Luglio 2019 alle 18:10

La nona tappa del Tour de France 2019, la Saint-Etienne-Brioude, 170 km è stata vinta da Daryl Impey. Il sudafricano della Mitchelton-Scott ha battuto Tiesj Benoot in uno sprint a due. I due sono, assieme a altri tredici uomini erano andati in fuga nei primi chilometri della frazione. Julian Alaphilippe si conferma in maglia gialla.

  

Quest'anno su Girodiruota il Tour de France sarà solo una parte di un racconto più grande: un romanzo in 21 puntate, una storia che parla di ciclismo, ma anche di altro. A seguire l'ottava puntata (oltre il prologo) del feuilleton della Grande Boucle, quello che parte da una camera calda e va in un altrove francese, ciclistico, giallo come il Tour de France 2019. [qui trovate tutte le puntate]

 


 

[leggi la puntata precedente] Una bestemmia risuonò all’improvviso nella stanza. Anche il ventilatore sembrò per un attimo attenuare il suo ronzio incessante stupito da quelle parole che non si erano mai sentite tra quei muri. Eddy strabuzzò gli occhi. Non aveva mai sentito nonno Ottavio bestemmiare se non un paio di volte mentre all’osteria giocava alle carte.

 

Una macchia arancione colorava il nero dell’asfalto a due passi del rosso mattone del marciapiede. Una macchia arancione con due gambe che picchiavano e una faccia stesa sulla strada. Movimenti che tranquillizzarono un poco il vecchio prima che cinque o sei no di disappunto si rincorressero nell’aria. Quella macchia era Alessandro De Marchi, quello che più volte nonno Ottavio aveva sperato vincesse il giorno prima.

 

 

Anche Eddy se ne rammaricò, gli stava simpatico quel corridore, lo sentiva ormai uno dei suoi, certo non a livello di quei due marcantoni di Greipel e Burghardt, ma quasi.

“Quei posti sono proprio maledetti per i buoni cristi”, sospirò il vecchio.

“Perché nonno?”.

“Perché va sempre male a quelli che hanno un po’ di coraggio”.

  

Due belle virgole di baffi con la punta acuminata come fosse uno spillo che facevano il paio alle due virgole del manubrio della bicicletta che portava sempre con sé. E due occhi verdi striati di giallo, talmente grandi che sembravano due fanali. Non era bello Arnaud Malatelle con quel naso a becco d’aquila e quella cicatrice che gli allungava il sorriso, ma che fascino aveva, quello dell’uomo che ha le idee chiare e le buone maniere del galantuomo. E poco importava se non sempre riusciva a mettere assieme il pranzo con la cena e i suoi abiti fossero un collage di rattoppi, le donne quando lo vedevano ci passavano sopra, anche se erano delle vere signore. In bici s’era messo a pedalare che l’Ottocento era agli sgoccioli perché una forma di formaggio e un po’ di pane era più facile conquistarlo sui pedali che con la schiena china sui campi o ad avere a che fare con mattoni e malta. E col suo scatto di vittorie a casa se ne era portate parecchie, ma mai abbastanza per sfamare fratelli e famiglia e poi che dire di tutti gli altri poveracci che vedeva imprecare contro la fame e la Francia. Non si fa del bene a fare il ciclista, gli aveva detto un giorno un vecchio. Però si può far del bene su di una bicicletta, aveva pensato lui, a patto che si fosse svelti a scappare. E lui lo sapeva fare bene. Soprattutto quando arrivavano i treni a Saint-Etienne carichi di ogni meraviglia o passavano le carrozze di riccastri che avevano molto di più di quello che gli serviva. E quando tornava a Saint-Just-Saint-Rambert quello che c’era si divideva tra tutti, perché tutti avevano diritto a mangiare e a stare bene. Per molti era un grande Arnaud Malatelle, ma non per tutti, soprattutto per la polizia. Ma quando passava al paese per arrestarlo non lo trovavano mai, c’era sempre qualcuno che soffiava la malaparata. Una volta però nessuno soffiò, anzi lo fece nella direzione sbagliata. Lo sorpresero in una cantina a bersi un bicchiere e a pensare al prossimo colpo. Lo crivellarono di proiettili. “Sarà stato un birbante, ma era un bravo birbante, come certi corridori che hanno il coraggio di andare in fuga. Perché la fuga è un po’ come un furto a un treno merci, serve fegato e un buon motivo per farlo”.

  

L’assalto al treno merci l’avevano tentato in quindici, quindici anime da avanguardia, gente un po’ veloce, un po’ da arrampicata, tutti da fondo e da lunga gittata. L’ha concluso prima degli altri Daryl Impey, uno che “la bici è un favore all’anima”, la fuga “uno stato della mente”, la velocità “una dimensione inutile, ma che tocca cavalcarla quando nel gruppo c’è gente che vuole andare più forte di te”.

 

[continua...]

Giovanni Battistuzzi

Giovanni Battistuzzi

Al Foglio dal 2014. Nato il 5 gennaio, nel giorno più freddo del secolo scorso, lì dove la pianura incontra il Prosecco. Veneto. Ciclista urbano. Pantaniano. Milanista. Scrivo di sport, ciclismo soprattutto. In libreria trovate Girodiruota, che è il nome anche del mio blog

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