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Il volo di Eddy. Il romanzo sul Tour de France 2019 / 13

Al Tour de France Alaphilippe batte anche il tempo, Van Aert si fa male

La cronometro di Pau sorprende la Grande Boucle. La maglia gialla non solo non perde, ma addirittura conquista la vittoria. Secondo Thomas. Van Aert urta una transenna e si ritira

19 Luglio 2019 alle 18:07

Julian Alaphilippe vince la cronometro di Pau al Tour de France 2019

A sorpresa Julian Alaphilippe ha vinto la tredicesima tappa del Tour de France 2019, la cronometro di Pau. La maglia gialla ha sopreso sia i bookmakers sia gli avversari. Al secondo posto si è piazzato Geraint Thomas a 14", terzo Thomas De Gendt a 36". Bene Fabio Aru ventiseiesimo. Male Romain Bardet a quasi due minuti e mezzo.

  

Quest'anno su Girodiruota il Tour de France sarà solo una parte di un racconto più grande: un romanzo in 21 puntate, una storia che parla di ciclismo, ma anche di altro. A seguire la tredicesima puntata (oltre il prologo) del feuilleton della Grande Boucle, quello che parte da una camera calda e va in un altrove francese, ciclistico, giallo come il Tour de France 2019. [qui trovate tutte le puntate]

 


 

[leggi la puntata precedente] Gli alberi a bordo strada scorrevano uno dietro l’altro come fosse un unico turbine verde smeraldo. Il vento soffiava alle spalle e a ogni folata la bicicletta accelerava come sospinta una forza insperata, quasi ci fosse un motore da duemila cavalli attaccato al telaio. Quel suo ferrovecchio di un rosso un po’ stinto sembrava un missile appena uscito dalla Nasa e lui si sentiva un esploratore spaziale. E più la strada scendeva, più si sentiva leggero e felice e sorrideva, sorrideva come se quella fosse la cosa più bella che avesse mai fatto. La collina degradava in una pianura che sembrava infinita, ma lui non si curava di ciò che aveva davanti, voleva viversi quell’ebbrezza sino in fondo. Mise il rapportone, quello che aveva visto usare ai corridori, quello che il nonno gli aveva detto che spacca le gambe ma fa andare veloce come il vento. E lui voleva andare forte come il vento, anzi essere il vento. E sapeva che se avesse accelerato in quel momento, lì mentre la strada ancora scendeva, non avrebbe dovuto neppure alzarsi sui pedali per affrontare lo strappo che l’avrebbe condotto verso la strada di casa. 

 

Erano lì davanti, ormai prossimi, quei cinquanta metri cattivi come un pugno in faccia, e lui accelerava ancora che ormai non sentiva più resistenza sui pedali e a dire il vero non sentiva neppure più le gambe tanto roteavano frenetiche. 
La discesa terminò, le ruote della bicicletta incontrarono la strada che saliva. E lui non rallentava, anzi accelerava ancora, ancora, ancora, mentre il vento non smetteva di sospingerlo. 

 

Le sue ruote si fecero leggere. Pochi millimetri, poi centimetri, infine metri. Su, su, lontano dal suolo, lontano da tutto. A salire, a impennarsi verso il cielo che era di un azzurro irreale, un azzurro sempre più simile al colore della maglia dell’Astana. Trattenne il fiato, tremò, ebbe paura. Ma un attimo soltanto, perché la bicicletta non accennava a scendere, puntava il cielo come se fosse su di un binario. Strinse il manubrio e urlò. Ma un grido di felicità estrema. 

 

Volava e non ci credeva. Volava e il cuore gli batteva all’impazzata. Volava e aveva più sorriso che faccia, più gioia e più vita di ogni altro momento. Era diventato vento, un vento che soffiava via dalla città, verso le montagne, sopra serpentoni di asfalto che strisciavano verso cime rocciose, tra boschi smeraldini, tra specchi d’acqua di un blu intenso come gli occhi della Madda, quelli che quando gli vedeva sentiva un tamburo in gola e un senso di ebbrezza che nemmeno lui sapeva descrivere. Ebbro come gli amici del nonno e quanto avrebbe voluto rivedere il nonno, stare con lui a sentirgli raccontare quelle storie di monti e di navi, di terre sconosciute e paesaggi spaziali, avventure incredibili così diverse da quelle che lui aveva vissute. Gli mancava il nonno, la sua voce perennemente rauca, il suo volto che spariva e appariva dietro nuvole di fumo. Avrebbe voluto cancellare quelle grida, quelle parole nere come nuvole che anticipavano una tempesta. 

 

Un pappagallo col petto giallo, le ali azzurre e la cresta verde gli si mise a volare accanto. Gli volteggiava a destra e a sinistra, planava e poi risaliva, gli raccontò di stare aspettando un amico, un amico che non vedeva da tempo, un amico con una maglia coi suoi colori. Gli raccontò che gli mancava, che era simpatico e allegro, che lui avrebbe continuato ad aspettarlo, perché gli amici tornano sempre. 

 

Gli sussurrò, “sveglia, sveglia”. 

“Nonno”. 

“Alla buon’ora”. 

“Ma sei qui?”. 

“E dove dovevo essere. Che pirlone che sei, ti sei perso tutta la tappa”. 

“E chi ha vinto?”.

Julian Alaphilippe".

"Alaphilippe? Ma non era quello che andava forte in salita?".

"Lui, la maglia gialla. È successo di tutto, un sacco di gente a terra, corridori che tutti aspettavano che si sono persi, altri che si sono presentati a batter cassa senza che nessuno li attendesse. Van Aert ha preso una transenna e si è fatto un male cane. Peccato. Perché andava forte”. 

Giovanni Battistuzzi

Giovanni Battistuzzi

Al Foglio dal 2014. Nato il 5 gennaio, nel giorno più freddo del secolo scorso, lì dove la pianura incontra il Prosecco. Veneto. Ciclista urbano. Pantaniano. Milanista. Scrivo di sport, ciclismo soprattutto. In libreria trovate Girodiruota, che è il nome anche del mio blog

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