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Van Aert cavalca il vento che sconquassa la decima tappa del Tour de France

Ad Albi il belga supera allo sprint Elia Viviani. Un ventaglio aperto dalla EF e sfruttato dalla Deceuninck spezza il gruppo lasciando dietro Pinot, Fugslang Porte, Ciccone e tanti altri

15 Luglio 2019 alle 18:02

Wout Van Aert vince la decima tappa del Tour de France 2019

foto LaPresse

Il vento decide la decima tappa del Tour de France 2019, la Saint-Flour-Albi, 218km, vinta allo sprint da Wout Van Aert. Il belga ha battuto al fotofinish Elia Viviani. Solo una trentina di corridori sono arrivati nel gruppo di testa a causa dei ventagli che a una quarantina di chilometri dall'arrivo hanno diviso il gruppo in più tronconi. Pinot, Uran, Porte, Fuglsang hanno perso 1'40", Landa, Ciccone e Aru 2'09". Julian Alaphilippe è ancora in maglia gialla.

  

Quest'anno su Girodiruota il Tour de France sarà solo una parte di un racconto più grande: un romanzo in 21 puntate, una storia che parla di ciclismo, ma anche di altro. A seguire la decima puntata (oltre il prologo) del feuilleton della Grande Boucle, quello che parte da una camera calda e va in un altrove francese, ciclistico, giallo come il Tour de France 2019. [qui trovate tutte le puntate]

 


 

[leggi la puntata precedenteIl ciuffo di capelli alla Tintin gli sballonzolava da una tempia all’altra mentre il suo clergy grigio a maniche corte si ingrossava di vento. Le quattro case Tanus erano appena finite di passate negli occhi dei corridori e lui era lì a osservare il Tour passare sotto il sagrato della chiesa, con le spalle a sostenere il campanile, compiaciuto di quella vorticosa macchia di colore che era il gruppo. Un sigaro pendeva dalle sue labbra mentre una colonna di fumo cercava di salire dritta al cielo, senza riuscirci però in preda com’era ai voleri del vento. 

“Ma quel prete fuma?”, fece sorpreso Eddy. 

“E allora?”. 

“Ma possono?”. 

“Certo, sono uomini anche loro. È che tu non hai conosciuto don Aldo”. 

  

Aveva un’età indefinita quando era arrivato. Potevano essere centomila, ma sicuramente erano un po’ meno. La sua faccia era un reticolato di fossi e montagnole, il suo collo una cascata di pelle che ricopriva il suo collarino ecclesiastico mentre l’abito talare tirava un po’ ovunque spalmato com’era su quella sua pancia grande come una mongolfiera. Una volta il vecchio Sandro Carota giurò di averlo visto prendere il volo, ma nessuno confermò mai la sua versione, sebbene lo trovarono seduto ansimante e spaventato su di una panchina a trenta chilometri dal paese. Come ci fosse arrivato nessuno l’aveva mai saputo. Quando lo trovarono don Aldo era molto agitato era da oltre due ore che aveva finito il pacchetto di sigarette e mai aveva atteso tanto prima di accendersene una. Una ogni quaranta minuti da mezzogiorno alle sette di sera, era il suo consiglio a chiunque gli chiedeva cosa doveva fare per sopportare la moglie. E a chi si lamentava ricordava che la pianta del tabacco l’aveva creata il Signore. Era per questo che celebrava la messa in mezz’ora esatta, sosteneva che era il tempo giusto, quello esatto per tenere i fedeli concentrati su quello che facevano, cioè pregare. E quando la perpetua gli fece notare che qualche vecchietta si era lamentata per le poche parole che riservava all’omelia lui le rispose che non era colpa sua se la pensione garantiva troppo tempo libero. E quando la perpetua gli intimò di smettere di fumare perché non era bene vedere un prete fumare, lui cambiò perpetua. “Era un tipo strano don Aldo. Un giorno se ne andò e nessuno lo vide più, chissà dove si è cacciato”. 

“Strano tizio questo don Aldo”. 

“Strano sì, un po’ come don Henri Pistre che ad Albi aveva iniziato a giocare a rugby ancor prima di diventare sacerdote e che a rugby continuò a giocare anche dopo. Ed era pure forte eh, pensa che giocò pure con la Nazionale”. 

“E come faceva a placcare?”. 

“Chiedeva sempre scusa e poi faceva una preghiera per il placcato. Pensa che una volta, in una partita che giocò particolarmente bene, si chiuse in chiesa e ci rimase per quattro ore a dire un padrenostro dietro l’altro”. 

  

Mentre la faccia del prete con il ciuffo di capelli alla Tintin scomparì in una nuvola di fumo, la maglia gialla, quasi a voler salutare il sacerdote, decise che era venuto il momento giusto per fare uno scherzetto a molti. Il vento si era presentato fastidioso e invadente alla porta del Tour de France e lui aveva aperto. Le folate avevano preso il possesso delle strade e avevano iniziato a disegnare davanti ai corridori una montagna immaginaria, invisibile ai più, ma che Julian Alaphilippe aveva intravisto benissimo. Un cenno e tutti a testa bassa e a pancia a terra a dar sfogo ai pedali dopo che l’EF aveva iniziato lo sconquasso non accorgendosi però che il loro capitano era rimasto dietro. 

“Ma cosa è successo?”. 

“Il vento”. 

E tutto questo casino per un po’ di vento?”, chiese mentre vedeva gruppetti di corridori disperdersi per le campagne francesi mentre l’orologio dei distacchi aumentava il senso di impotenza nei confronti di qualcosa tanto banale quanto ineludibile come il vento. 

Nonno Ottavio lo guardò rassegnato. “Dici così perché non c’hai mai pedalato nel vento. Se ti soffia alle spalle è come un motorino messo sulla bici, se ti arriva sul muso è come provare a spostare un muro. Hai mai provato a spostare un muro?”. Eddy fece segno di no con la testa. “Ecco, appunto. E se ti viene dal lato o da tre quarti sono cavoli amari”. 

“Perché?”. 

“Perché se rimani fuori dalla scia di quello che ti sta davanti, finisci che non lo vedi più”. 

  


I ventagli decidono la decima tappa del Tour


 

Così era capitato a Pinot, UranFuglsang, Landa e tanti altri. In un attimo avevano perso di vista le schiene che li precedevano sino a qualche istante prima. Era fuggiti, spariti, svaniti. Un puff e via. Lo stesso puff che ha sentito Wout Van Aert quando sul traguardo ha visto con la coda dell’occhio la sagoma di Elia Viviani apparire al suo fianco. Venti metri prima dello striscione, il tempo di capire che pedalare non bastava, serviva spingere la bici più in là, di forza e di astuzia. Un colpo di reni, cinque centimetri guadagnati, una vittoria che aveva cercato, aveva sperato arrivasse, è giunta oggi nel giorno che doveva essere di Groenewegen ma che di Groenewegen non è stato.

 


L'arrivo della decima tappa del Tour de France


 

[continua...]

Giovanni Battistuzzi

Giovanni Battistuzzi

Al Foglio dal 2014. Nato il 5 gennaio, nel giorno più freddo del secolo scorso, lì dove la pianura incontra il Prosecco. Veneto. Ciclista urbano. Pantaniano. Milanista. Scrivo di sport, ciclismo soprattutto. In libreria trovate Girodiruota, che è il nome anche del mio blog

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