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Il volo di Eddy. Il romanzo sul Tour de France 2019 / 5

Sagan la vittoria, a Gallopin il premio della sfortuna della 5a tappa del Tour

Tra bufere di neve, giubbotti e ombrelloni volanti, a Colmar lo slovacco trova spazio nel feuilleton del Tour de France. Alle sue spalle Van Aert e Trentin

10 Luglio 2019 alle 17:57

Peter Sagan ha vinto la quinta tappa del Tour de France 2019, la Saint-Dié-des-Vosges-Colmar, 169 km km. Lo slovacco ha battuto in volata Wout Van Aert e Matteo Trentin. In classifica generale tutto rimane invariato: Julian Alaphilippe è ancora in maglia gialla

 

Quest'anno su Girodiruota il Tour de France sarà solo una parte di un racconto più grande: un romanzo in 21 puntate, una storia che parla di ciclismo, ma anche di altro. A seguire la quinta puntata (oltre il prologo) del feuilleton della Grande Boucle, quello che parte da una camera calda e va in un altrove francese, ciclistico, giallo come il Tour de France 2019. [qui trovate tutte le puntate]

 


 

[leggi la puntata precedente] – Sulla televisione apparve una scritta che già conosceva. L’aveva chissà quante volte cerchiata di blu su fondo rosso sul giaccone che il nonno teneva sempre addosso d’inverno nonostante fosse logoro e la mamma gliene avesse regalato uno nuovo. Diceva che c’era affezionato e che teneva il caldo giusto, né troppo, né troppo poco. Era un giaccone rosso scuro con i polsini blu. Era un giaccone che lo aveva seguito sempre e per anni, ben cerato come non ne fanno più, diceva. 

   

Con quello aveva resistito tre giorni e tre notti in mezzo a una tempesta di neve che non sembrava avere fine su in montagna. Tra venti che soffiavano infuriati e cattivi da nord e fiocchi di neve grandi come mongolfiere. Se l’era vista brutta quella volta il nonno, ma diceva che gli era andata anche bene, un po’ perché era riuscito in qualche modo a salvarsi, un po’ perché talmente era tanta la neve che due lupi che passavano di là non si erano neppure accorti della sua presenza. Lui in ogni caso si era arrampicato su di una roccia che non si può mai sapere e il nonno a scalare era sempre stato bravissimo. 

“Ma il giubbotto che hai tu lo fanno dove arriva il Tour?”, chiese Eddy. 

“Macché lo fanno in Italia”. 

“E perché allora ha il nome del paese dell’arrivo?”. 

“Perché sono le iniziali del signore che ha fondato l’azienda”. Eddy guardò il nonno con la faccia di uno che c’era rimasto male per la risposta ricevuta. 

  

Di giubbotti pesanti i corridori non ne avevano bisogno tra Saint-Dié-des-Vosges e Colmar ché c’era un gran bel sole che batteva sulla loro testa. E per fortuna c’era un gran bel venticello a non fargliela bollire. Un vento che spingeva i ciclisti e assieme anche le foglie e le bandiere. E pure un ombrellone in mezzo alla strada. E non poteva che andare a finire tra le ruote di Tony Gallopin.

 

 

Da inizio della Grande Boucle Eddy l’aveva visto cadere sull’asfalto e sull’erba, l’aveva visto forare e riforare, inveire più volte contro la sfortuna. 

“Figurati che un anno c’era un corridore così sfigato che nessuno voleva stargli vicino”, disse nonno Ottavio mentre Gallopin sfilava l’ombrellone dalle ruote. 

“Davvero? E come faceva a correre?”. 

“Lo lasciavano in ultima posizione. Oppure lo lasciavano andare in fuga. Pensa che una volta gli avevano lasciato così tanto vantaggio per evitare che la sfiga li raggiungesse che sembrava impossibile che il gruppo lo potesse raggiungere”. 

“E ha vinto?”. 

“Macché prima ha bucato, poi, a dieci chilometri dall’arrivo, un gatto gli ha attraversato la strada e per evitarlo è finito in un fosso pieno d’acqua. Quando si è rimesso in bici aveva ancora qualche minuto, ma non bastarono. Lo ripresero a poche centinaia di metri dal traguardo. Il primo a superarlo fu Rudi Altig che a quel Tour non aveva mai perso una volata. Ma mentre lo superava gli saltò la catena, fece il buco e arrivò decimo. Il giorno dopo il Frans Schoubben a causa di quanto era bagnato si prese una polmonite”. 

“Può ancora andare peggio allora a Gallopin...”, sospirò Eddy. Nonno Ottavio non ebbe nulla da obiettare. 

  

Il ragazzino pensò che Schoubben fosse un cognome buffo. Come un cognome buffo era Skujins, quello del corridore che si stava affannando da solo, dopo aver staccato Wellens, Clarke e Würtz Schmidt, mentre in tanti erano alle sue spalle a inseguire. Eddy sperò di vederlo arrivare al traguardo. Non gli piacevano quelli che stavano in mezzo al gruppo e aspettavano gli ultimi metri per scattare. E così quando lo vide essere ripreso dal gruppo sbuffò. “Non è mica giusto che riprendano sempre quelli che vanno in fuga”. 

“Lo fanno apposta nelle prime tappe, così quando arrivano gli attaccanti uno è più felice”. 

  

Il gruppo continuava ad andare veloce, Boasson Hagen, che Eddy trovò pure buffo, a inseguire dopo aver avuto un problema alla bici. E quando rientrò a nove chilometri dal traguardo esultò. “Se vince lui sono contento”.

 

Il ragazzino si rammaricò nel non vedere Boasson Hagen tra i primi. Un rammarico che sparì quando il ragazzo vestito di verde, quello che gli stava tanto simpatico di alzò sui pedali e lasciò tutti dietro. Peter Sagan passò per primo lo striscione d'arrivo e nonno Ottavio trovò tutto questo giusto. "È stato bravo. Se l'è meritato".

 

[continua...]

 


  

   


  

Giovanni Battistuzzi

Giovanni Battistuzzi

Al Foglio dal 2014. Nato il 5 gennaio, nel giorno più freddo del secolo scorso, lì dove la pianura incontra il Prosecco. Veneto. Ciclista urbano. Pantaniano. Milanista. Scrivo di sport, ciclismo soprattutto. In libreria trovate Girodiruota, che è il nome anche del mio blog

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