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Il volo di Eddy. Il romanzo sul Tour de France 2019 / 6

Dalla polvere della Planche des Belles Filles Ciccone esce in maglia gialla

Dylan Teuns vince la sesta tappa del Tour de France 2019 davanti all'abbruzzese che però si ritrova primo nella generale. Thomas è il migliore degli uomini di classifica, Nibali perde 49"

11 Luglio 2019 alle 18:30

Dylan Teuns ha vinto la sesta tappa del Tour de France 2019, la Mulhouse-Planche des Belles Filles, 157 km. Nel primo arrivo in salita della Grande Boucle il belga della Bahrain-Merida ha preceduto i compagni di fuga Giulio Ciccone (a 11") e Xandro Meurisse (a 1'05"). Geraint Thomas, arrivato a 1'44", è stato il migliore del gruppo degli uomini di classifica. Vincenzo Nibali ha perso 49" dall'ultimo vincitore del Tour. Giulio Ciccone è la nuova maglia gialla.

  

Quest'anno su Girodiruota il Tour de France sarà solo una parte di un racconto più grande: un romanzo in 21 puntate, una storia che parla di ciclismo, ma anche di altro. A seguire la sesta puntata (oltre il prologo) del feuilleton della Grande Boucle, quello che parte da una camera calda e va in un altrove francese, ciclistico, giallo come il Tour de France 2019. [qui trovate tutte le puntate]

 


 

[leggi la puntata precedente] Quella linea che saliva e poi scendeva e risaliva ancora per poi ridiscendere, due tre sei volte, sino all’ultima ascensione brillava negli occhi di nonno Ottavio. Quel giorno era arrivato con la pipa già in bocca, già carica, già penzolante sotto il suo naso a patata e i baffoni macchiati di un giallo che poco aveva a che vedere col Tour. Il tempo di sedersi sulla sedia da regista e già una nuvola di fumo denso e candido si era levata verso il soffitto prima di frantumarsi in mille figure di mille dimensioni contro il flusso d’aria che usciva dal ronzio del ventilatore.

 
 
I campi di grano e le viti che avevano fatto da sfondo ai corridori nei giorni precedenti si erano trasformati in abeti e faggi, in pascoli verdi e accenni di roccia che spuntavano a caso e senza soluzione di continuità sotto un cielo carta da zucchero. I corridori pedalavano col naso all’insù e il vecchio sottolineò con un finalmente rauco e soddisfatto. Sullo schermo passavano i profili di Cosnefroy, Teuns, Pauwels, Bernard, Ciccone, Arndt, Berhane, De Gendt, Wellens, Grellier, Politt, Meurisse, Pasqualon e Greipel mentre si arrampicavano verso la cima del Col du Grand Ballon. “E siamo solo all’inizio”, bofonchiò distrattamente nonno Ottavio. Altre cime avrebbero visto il passaggio dei corridori. Col du Hunsdruck, Ballon d'Alsace, Col des Croix, Col des Chevrères, boe montane che spuntavano nella rotta d’avvicinamento al porto finale de La Planche des Belles Filles. Eddy stava leggendo i nomi dei colli a mezza voce mentre quasi rapito osservava i ciclisti scendere in picchiata dal monte. “Ma sono le Alpi?”, chiese. 

“No, i Vosgi”. 

“Vosgi?”. 

“Appunto. Non li conosce nessuno. È sempre la stessa storia: tanto più le montagne hanno nomi belli e interessanti tanto meno sono conosciute. E pensa che prima di salire su Alpi e Pirenei il Tour s’era arrampicato qui, sul Ballon d’Alsace. Era il 1905 e René Pottier fu il primo ad arrivare in cima, l’unico ad arrivarci pedalando. Andava talmente forte che un giornalista ritenne fosse inutile seguire la tappa per intero. Arrivò all’arrivo per primo e iniziò a scrivere l’articolo primo degli altri. Ma quando i corridori tagliarono il traguardo il primo ad arrivare non fu Pottier, ma Aucouturier. Pottier infatti era finito in una scarpata piena di rovi ed era così malconcio che la sua maglia, che era gialla e blu, era diventata tutta rossa. Gli toccò riscrivere tutto e visto che non aveva visto niente, inventò quasi tutto”. 

 
  
Sul Ballon d’Alsace intanto i quattordici avanguardisti avanzavano speranzosi, quasi felici perché il distacco sul gruppo era ancora ampio e dietro nessuno sembrava avere molta voglia di andarli a prendere. Solo Greipel si era staccato, “ma mica è giusto. Lui è grande e grosso, gli altri sono tutti più magri e piccoletti. È svantaggiato”, inveì il ragazzetto contro la tv. Il nonno si mise a ridere: “Ma è un velocista”. Eddy alzò le spalle: “E cosa vuol dire. E poi i velocisti mi stanno simpatici perché tutti gli vogliono fregare solo perché sono meno forti in salita”. Il nonno avrebbe avuto da obiettare, ma non disse niente: il nipote sembrava convinto di quello che diceva. “Oggi arrivano quelli della fuga, vero?”, chiese Eddy. Il vecchio fece un cenno d’assenso col capo. “Sono contento”. Ma tanto più il vecchio si dimostrava convinto, tanto più la Movistar menava sui pedali per recuperare. “Ti vogliono fregare, nonno”. 

 

Il gruppo recuperava, Thomas De Gendt cercava la solitudine, gli avanguardisti si sparpagliavano, lo sguardo di Eddy si perdeva nel rettangolo di cielo che faceva capolino dalla finestra. “Che nome strano La Planche des Belle Filles”, sospirò.

 

“E pensa che, almeno secondo la leggenda, è un luogo tragico. Il nome racconta di trenta ragazze che si suicidarono per sfuggire dalle sevizie dell'esercito nemico. Sui Vosgi si sono sempre fatti la guerra. Se la gente andasse più in bicicletta le persone avrebbero meno voglia di combattere: la bici è un gesto d’amore”.

 
  
A vedere le facce dei corridori che si arrampicavano verso il traguardo Eddy però dubitò del nonno. Non sembrano persone innamorate, piuttosto spettri di reduci di qualche battaglia. Vedeva la sofferenza nei volti attaccanti di Ciccone e Teuns, ultimi sopravvissuti degli avanguardisti del mattino. La scorgeva nei lineamenti arrembanti di Landa e in quelli resistenti di Gaudu che ostinava nella rincorsa.

 

E, mentre la polvere dello sterrato si levava dalle ruote dei corridori, vide lo spasmo di Dylan Teuns accendersi in un sorriso, quello del vincitore. Vide quello di Giulio Ciccone diventare delusione, quella di chi osserva un sogno evaporare. Ma fu un attimo, perché quello stesso broncio si trasformò in attesa e poi in stupore, quello di chi non si aspetta che un’occasione mancata possa tingersi di giallo e tramutarsi in sogno. Lo stesso che aveva nonno Ottavio immerso nelle nuvolette di pipa e in chissà quali pensieri felici.

 


  


 

[continua...]

Giovanni Battistuzzi

Giovanni Battistuzzi

Al Foglio dal 2014. Nato il 5 gennaio, nel giorno più freddo del secolo scorso, lì dove la pianura incontra il Prosecco. Veneto. Ciclista urbano. Pantaniano. Milanista. Scrivo di sport, ciclismo soprattutto. In libreria trovate Girodiruota, che è il nome anche del mio blog

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