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Il volo di Eddy. Il romanzo sul Tour de France 2019 / 4

Viviani de France: sua la 4a tappa del Tour

Tra gelati, fatiche e Aldo Parecchini, il velocista italiano conquista lo sprint di Nancy davanti a Kristoff ed Ewan. Alaphilippe ancora in maglia gialla

9 Luglio 2019 alle 17:54

Elia Viviani ha vinto la quarta tappa del Tour de France 2019, la Reims-Nancy 215 km. L'italiano della Deceuninck - Quick Step ha regolato in volata Alexander Kristoff, Caleb Ewan, Peter Sagan e Dylan Groenewegen. In classifica generale tutto rimane invariato: Julian Alaphilippe è ancora in maglia gialla

 

Quest'anno su Girodiruota il Tour de France sarà solo una parte di un racconto più grande: un romanzo in 21 puntate, una storia che parla di ciclismo, ma anche di altro. A seguire la quarta puntata (oltre il prologo) del racconto del dell'estate, quello che parte da una camera calda e va in un altrove francese, ciclistico, giallo come il Tour de France 2019. [qui trovate tutte le puntate]

 


 

[leggi la puntata precedenteLa promessa era stata mantenuta. E già si gustava l’immediato futuro. D'altra parte il nonno era entrato nella stanza e dalla mano gli penzolava una busta in carta, quella gialla e blu, quella coi colori giusti, quelli che vedeva ogni giorno mentre arrivava a casa. Gli stessi che sua mamma non voleva vedere e che portavano alle stesse parole: “No, mangiare cose fredde con il caldo ti fa male”. Eddy aveva chiesto il cucchiaio grande al nonno, quello da minestra, perché così se lo gustava di più e meglio mentre si scioglieva, ma solo un poco, sul metallo. Di gelati ne avrebbe mangiati a bizzeffe. “Mi raccomando che nessuno sappia niente”, gli fece nonno Ottavio prima di porgergli una coppetta enorme. Eddy fece segno di aver inteso e iniziò a mangiare mentre i corridori nella televisione pedalavano su strade che tagliavano campi di grano e piccoli boschetti, che salivano e scendevano per dolci panettoni coperti di viti e di grano, attraversando paesini di poche case e poche anime. 

  

La Diagonale du vide, la diagonale del vuoto, un tempo era piena di persone, i campi erano un brulicare di ombre sotto il sole e il sabato era un via vai continuo per mercati e fiere. Nonno Ottavio raccontava di feste e banchetti, di castelli colmi di ricchi signori, e di tavole misere, quelle di chi la terra la lavorava ogni giorno. “Poi venne il tempo delle industrie e la gente se ne andò in città perché era stufa di fare la fame e pensava di stare meglio a lavorare in fabbrica”. 

“E sono stati meglio”. 

“No. Pativano la fame pure lì. I poveracci hanno sempre patito la fame. Solo che non è stata colpa della modernità. Per cui non credere a quelli che ti dicono che una volta si stava meglio. Pensa ai corridori”. 

“In che senso?”. 

“Nel senso che prima che inventassero il cambio e alleggerissero le biciclette si faceva tanta fatica in più”. 

“E ora non ne fanno di fatica?”. 

“Ne fanno, ne fanno. Ma la fatica fa parte del ciclismo e i ciclisti se non fanno fatica non si divertono mica. È gente strana quella che pedala”. 

  

Eddy rimase interdetto, si mise le mani dietro la testa e iniziò a chiedersi come fosse possibile provare piacere a faticare. La gente però sembrava apprezzare i loro sforzi, soprattutto quelli disperati e quasi certamente infruttuosi di OffredoBackaert e Schär avanti minuti rispetto il gruppo. Le strade che i corridori percorrevano erano piene di persone, nonostante il nonno gli avesse detto che nella Diagonale du vide non ci vivesse quasi più nessuno. C’erano giovani e vecchi, uomini e donne, un numero imprecisato, impossibile da contare, di gente in canottiera che applaudiva. Vide pure un signore in giacca e cravatta sventolare un giornale davanti al viso. Che ci facesse un signore in giacca e cravatta su di un paracarro a vedere il Tour de France non riusciva a spiegarselo. 

“È il bello del ciclismo, Eddy, ti arriva sotto casa e nessuno bada a come sei vestito: che tu sia in mutande o col vestito non conta, le protagoniste sono le biciclette”. 

  

E le biciclette salivano veloci e scendevano ancor di più spedite dalla Côte de Maron, si affannavano a velocità folle verso Nancy, tutte dietro a quella folle e stupendamente insensata di Lilian Calmejane, tutte compatte in un flusso di colore che rapiva gli occhi di Eddy e del nonno. La volata era lanciata, i traghettatori avevano fatto il loro mestiere, gli apripista avevano messo la loro foga al servizio dei velocisti e quest’ultimi si erano lanciati alla ricerca della velocità giusta, quella buona per tenere tutti gli altri alle spalle. Quella di Elia Viviani che sulla linea d’arrivo anticipava per qualche centimetro Alexander Kristoff. 

Nonno Ottavio sorrise contento mentre si sfregava le mani.  Poi si inombrò. “Certo che è stato tutto diverso da quel giorno lì”, sospirò. 

“Che giorno?”. 

“Quello nel quale Aldo Parecchini vinse a Nancy dopo oltre 200 chilometri di fuga. Che matto che era Parecchini, che bel ciclismo era quello”. 

 

[continua...]

Giovanni Battistuzzi

Giovanni Battistuzzi

Al Foglio dal 2014. Nato il 5 gennaio, nel giorno più freddo del secolo scorso, lì dove la pianura incontra il Prosecco. Veneto. Ciclista urbano. Pantaniano. Milanista. Scrivo di sport, ciclismo soprattutto. In libreria trovate Girodiruota, che è il nome anche del mio blog

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