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Il caos affascinante della Milano-Sanremo

È il debutto della stagione delle classiche, proprio per questo democratica: aperta a tutti. E da oltre cent'anni è (quasi) uguale a se stessa

23 Marzo 2019 alle 06:00

Il caos affascinante della Milano-Sanremo

Foto LaPresse

È introduzione, ouverture, primo atto di cinque. Momento iniziale di una stagione, soprattutto di una litania ciclistica: Sanremo-Fiandre-Roubaix-Liegi-Lombardia, come fossero grani di un rosario di ruote e pedivelle. La classica monumento che apre il periodo delle classiche monumento. Da Milano a Sanremo, dalla pianura padana alla Riviera ligure, dalla nebbia al sole, dalla Madonnina a un santo che non esiste e mai è esistito: San Remo, o Sanremo per contrazione, traslitterazione dialettale forse di San Romulo, che fu vescovo di Genova prima di essere santificato e che lì sulla Riviera dei Fiori è morto, o di un Sant’Eremo, che altro non fu quello del pio Romulo. Chissà. Di certo la Sanremo è passaggio. Dalle gare che si possono vincere a quelle che si devono vincere, soprattutto dall’inverno alla bella stagione: per questo è la Classica di primavera, per brevità chiamata Classicissima.

 

 

La Milano-Sanremo è prima occasione: se va bene, indipendentemente dal prosieguo, la stagione è già portata a casa, se va male c’è tutto un anno per rifarsi. Ed essendo prima possibilità non poteva che essere democratica: aperta a tutti. A chi fa della volata il proprio terreno di caccia, a chi predilige la salita per sferrare l’attacco, a chi sa staccare tutti in discesa planando verso il mare. La può vincere chiunque e fino agli ultimi metri è aperta a ogni ribaltone. La speranza sboccia o sfiorisce a via Roma – dove è posto lo striscione d’arrivo (si è giunti anche a corso Cavallotti dal 1907 al 1948 e dal 1994 al 2007 e in piazzale Italo Calvino tra il 2008 e il 2014) – in quei due chilometri dove tutto diventa possibile. Si trasforma tutto in una questione di resistenza e cattiveria, evasione dall’inseguimento o restaurazione dell’ordine della volata a seconda dei punti di vista. Due chilometri che possono riscrivere un viaggio veloce di 289 chilometri per sei province e 2.160 metri di dislivello complessivi.

 

Era il 14 aprile del 1907 quando la Sanremo apparve nel mondo del ciclismo dopo il fallimento della corsa per “vetturette”, come le chiamava Armando Cougnet, il giornalista della Gazzetta che ideò la corsa. Le auto non riuscirono a conquistare la Riviera, ci pensarono le biciclette. Centodieci edizioni e centododici anni dopo la Classicissima è più o meno la stessa. Con il suo tetto sul Passo del Turchino e i suoi tre capi (Mele-Cervo-Berta) a scandire l’avvicinamento a Sanremo.

 

E il Berta filava. Quando la Milano-Sanremo si decideva sull'ultimo capo

Prima dell'introduzione di Poggio e Cipressa era l'ultima speranza per arrivare da soli sul traguardo della Classicissima

 

Da quel 14 aprile a oggi solo due variazioni sono durate negli anni: il Poggio, voluto da Vincenzo Torriani nel 1960, e la Cipressa, inserita nel 1982. Tutti gli altri tentativi di mutare il percorso sono falliti.

 

L’ascesa all’altopiano delle Mànie tra Noli e Finale Ligure è durata dal 2008 al 2012. Era stata introdotta dopo una frana sulla via Aurelia all’altezza di Capo Noli, è stata eliminata a causa di un’altra frana, questa volta a poche centinaia di metri dallo scollinamento. Il terreno che scende a valle e invade la carreggiata come un monito al ciclismo di non cambiare ciò che dev’essere immutato. Era successo all’inizio degli anni Novanta quando si prese per buona la possibilità di aggiungere chilometri di salita facendo passare la corsa per Serreta, tra Diano Marina e Imperia. Si è riproposta nel 2014 quando la variazione di percorso che doveva portare i corridori a Pompeiana venne abortita a causa dell’impraticabilità della sede stradale.

 

D’altra parte non poteva che andare così, perché “Sanremo altro non è che la città del fato, del rischio calcolato, dell’azzardo calmierato”, scrisse Italo Calvino sulla sua città, almeno per stirpe. Sanremo “immutabile come un destino di terra arduo da lavorare e sfarzo mondano arduo da comprendere”, che si culla di “sogni miti per nascondere una fatica antica”. Antica come quella che distribuiranno i corridori lungo il solito percorso. Un percorso che non cambia, fatalista e immutato. E questo nonostante i critici, gli innovatori per missione, gli annoiati di professione, quelli che preferiscono il conforto di un arrivo solitario al caos vorticoso di inseguiti e inseguitori incerti sino all’ultimo istante su chi ne uscirà vincitore.

Giovanni Battistuzzi

Giovanni Battistuzzi

Al Foglio dal 2014. Nato il 5 gennaio, nel giorno più freddo del secolo scorso, lì dove la pianura incontra il Prosecco. Veneto. Ciclista urbano. Pantaniano. Milanista. Scrivo di sport, ciclismo soprattutto. In libreria trovate Girodiruota, che è il nome anche del mio blog

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