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Facce da Milano-Sanremo /5. Il sorriso svanito di Zabel

Storia di una Classicissima finita al fotofinish in un ribaltamento carnevalesco: Freire che batte il tedesco al fotofinish

17 Marzo 2018 alle 11:35

Facce da Milano-Sanremo /5. Il sorriso svanito di Zabel

foto LaPresse

C'è una data: 20 marzo 2004. C'è una Milano-Sanremo che finisce. C'è un sorriso che diventa smorfia, disgusto. C'è una gioia che si blocca, evapora. C'è un uomo che aveva fatto le cose bene, al meglio, ma non fino in fondo. C'è Erik Zabel davanti di forza e di storia: quattro Sanremo già nel pedigree e un'altra di fronte, ormai quasi certa. C'è Oscar Freire alla sua destra, due mondiali conquistati e uno che sarebbe arrivato a breve. C'è Alessandro Petacchi alla sua sinistra, centinaia di vittorie in carriera, ma un sogno chiamato Sanremo che si ostina a non arrivare (arriverà un anno dopo) e che sfugge ancora. C'è un ordine d'arrivo già scritto, ma solo nella testa del tedesco, che sfreccia talmente bene che è così sicuro di prendersi il rischio di una foto ricordo splendida. Diverrà una foto ricordo beffarda. Ché Petacchi è battuto e mazziato, superato anche da Stuart O'Grady; ché lo spagnolo di fare da comparsa al tedesco non ne ha voglia e si distende sulla bicicletta in quel gesto plastico e bellissimo, soprattutto efficace, che si chiama colpo di reni, ossia lanciare ancor più la bicicletta, se non bastassero i 60 chilometri all'ora, con il peso del corpo.

 

 

Zabel esulta, ma è questione di attimi e questione di sguardi, capisce che qualcosa non va, si contorce in un'espressione di incredulità-rabbia-rammarico-disgusto e chissà cos'altro. E' la Sanremo del ribaltamento carnevalesco: Zabel, uno dei velocisti più forti del mondo e maestro del colpo di reni, battuto al colpo di reni da uno che solo velocista non è, che di volate di gruppo ne ha vinte ma non a dozzine, abituato nell'arte nobile e sottovalutata del fondo.

 

Zabel dirà: "Non mi ricordavo che la strada saliva un po' , avevo le gambe dure". E lo si capisce dopo quasi trecento chilometri. Freire dirà: "In questa stagione ho dimenticato finalmente i problemi alla schiena e la forma è venuta presto. Mi mancava una grande classica come questa". E lo si capisce ancor di più.

Giovanni Battistuzzi

Giovanni Battistuzzi

Al Foglio dal 2014. Nato il 5 gennaio, nel giorno più freddo del secolo scorso, lì dove la pianura incontra il Prosecco. Veneto. Ciclista urbano. Pantaniano. Milanista. Scrivo di sport, ciclismo soprattutto. In libreria trovate Girodiruota, che è il nome anche del mio blog

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