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Il ritorno alle origini della Milano-Sanremo: che Gran Corsa

Biciclette storiche, maglie in lana e 281 chilometri da percorrere in tre giorni per ripercorrere le strade dei primi 33 uomini che diedero il via a quella che diventò la Classicissima

16 Marzo 2018 alle 16:13

Il ritorno alle origini della Milano-Sanremo: che Gran Corsa

C'erano trentatré personaggi in cerca d'autore e altrettante biciclette fuori da un'osteria, quella della Conca Fallata lungo il Naviglio pavese. C'era la luna in cielo e nemmeno un velo d'alba, solo qualche lampione acceso oltre ai lumini attaccati ai velocipiti. C'era un tempo cane di pioggia e vento e freddo che intirizziva mani e viso e tanta voglia di partire che almeno ci si riscaldava un po'. C'era una data che sembrava una come tante, 14 aprile 1907, ma che una delle tante non sarà. Perché quei 281 chilometri che dovevano portare sino al mare, sino a quel paesino già allora meta primaveril-estiva di borghesi, aristocratici e viveur da Belle époque, sembravano poca cosa rispetto ad altre corse. C'erano i 350 chilometri della Milano-Firenze, 460 della Roma-Napoli-Roma, i 1.200 Parigi-Brest-Parigi, i 1.040 della Lione-Parigi-Lione e quei nemmeno trecento, tra le altre cose senza grandi salite, sembravano tutt'altro che mitici. Pensarono questo probabilmente i ventinove atleti che pagarono le due lire di iscrizione e, visto il tempaccio, non si presentarono alla partenza. Pensarono, forse, questa Milano-Sanremo non dura. E pensò questo probabilmente anche il grande Giovanni Gerbi, che piantato allo sprint com'era, dopo averle tentate tutte per seminare gli avversari senza successo e trovatosi a cinque chilometri dall'arrivo al fianco del velocissimo Gustave Garrigou, si accordò con Lucien Petit Breton per spartirsi il premio del vincitore. E così agli ottocento metri dall'arrivo, mentre il futuro due volte vincitore del Tour de France scattava, il Diavolo Rosso si attaccò alla maglia del francese, lo fece finire in una cunetta e poi raggiunse tranquillamente il traguardo al secondo posto. La giuria lo declassò al terzo, risarcendo così almeno in parte Garrigou.

 

Quei 281 chilometri che sembravano poca cosa divennero corsa imperdibile, classica, anzi Classicissima. Divenne un mito, primavera ciclistica, mondiale di primavera, primo grande obiettivo della stagione, primo traguardo che può già sistemare una stagione, perché, come disse Costante Girardengo, con una Sanremo "in saccoccia, la stagione è bella che positiva, non servirebbe altro".

 

Quei 281 chilometri rivivono ogni anno cambiati lievemente, con una Cipressa e un Poggio in più, sotto le ruote dei professionisti, in attesa di uno scatto che anticipi lo sprint.

 

Rivivono soprattutto lontano dall'élite del ciclismo, sotto i palmer d'antan di sessantasei uomini e sei donne che giovedì 15 sono partiti da Milano per raggiungere sabato prima delle 14,30 a Sanremo in sella ad altrettante biciclette di un'epoca che fu, ma che si fanno pedalare ancora come fossero state fabbricate ieri. La chiamano "GRAN CORSA di Primavera da Milano a Sanremo", è un concerto di biciclette.

 


Foto della partenza della “GRAN CORSA di Primavera da Milano a Sanremo”


 

Biciclette che viaggiano ancora perché la bici come la Sanremo non invecchia, al massimo si adegua ai tempi. Biciclette che da Milano escono e che al mare puntano in una velocità silenziosa fatti di tubi di acciaio, manubri che piegano all'antica e cerchi di legno. Magliette in lana su strade di asfalto che si trasformano in ghiaino che imbiancano il ricordo di quei trentatré personaggi che forse non hanno trovato un autore, ma sicuramente la Storia. Biciclette che si muovono in gruppo, senza classifica da fare o coppe da avere, a tappe: Milano-Tortona, Tortona-Finale Ligure, Finale Ligure – Sanremo.

 


Foto della “GRAN CORSA di Primavera da Milano a Sanremo”


 

Biciclette punzonate e punzonate per davvero: piombini attaccati al telaio e alle due ruote, com'era prassi e ora non più, perché ai tempi non si poteva cambiare nulla del mezzo fino alla fine della gara. Se si bucava si cambiava la camera d'aria o il tubolare, non la ruota; se si spaccava la forcella, la si riparava, e così tutto il resto. Punzonatura che è storia di questo sport, che è stata fatta davanti al nuovo contenitore della storia di questo sport, quel Museo Alessandria Città delle Biciclette che è nuova memoria storica di un mondo che cambia per non cambiare affatto. Per fortuna.

Giovanni Battistuzzi

Giovanni Battistuzzi

Al Foglio dal 2014. Nato il 5 gennaio, nel giorno più freddo del secolo scorso, lì dove la pianura incontra il Prosecco. Veneto. Ciclista urbano. Pantaniano. Milanista. Scrivo di sport, ciclismo soprattutto. In libreria trovate Girodiruota, che è il nome anche del mio blog

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